Medaglia all’Ordine d’Europa” per Von der Leyen appuntata da Zelensky, dopo un altro miliardo per il Drone Deal

Oggi Ursula von der Leyen è tornata a Kiev — undicesima visita dall’inizio dell’invasione russa — e ne è ripartita con la prima medaglia dell'”Ordine d’Europa” appuntata al petto da Volodymyr Zelensky e con una penna ancora calda. Perché oggi la Commissione europea e l’Ucraina hanno firmato un nuovo partenariato industriale della difesa e lanciato il cosiddetto “EU-Ukraine Drone Deal”: joint venture tra imprese europee e ucraine per produrre insieme droni e sistemi anti-drone entro la fine del 2026, con l’obiettivo di allargare il gioco ai missili antibalistici entro il 2028. Nel pacchetto, tanto per non farsi mancare nulla, anche un ulteriore miliardo di euro erogato a Kiev per comprare droni, nell’ambito del maxi-prestito europeo da 90 miliardi.
L’Ucraina “fornitore di sicurezza”. E noi il bancomat
Le parole della presidente della Commissione meritano di essere ascoltate con attenzione, perché segnano un salto di paradigma. L’Ucraina, ha detto von der Leyen al fianco di Zelensky, «è passata dall’essere un acquirente a diventare un fornitore netto di sicurezza per l’Europa». E ancora: «Ogni giorno l’Ucraina rende l’Europa più forte». In un post su X ha rincarato: metteremo insieme «l’ingegno ucraino, testato ogni giorno sul campo di battaglia» e «la forza industriale dell’Ue, capace di produrre in fretta e su larga scala». E poi la chiosa che dovrebbe far drizzare le antenne a chiunque: «Riprodurremo lo stesso schema con i missili».
Traduzione dal bruxellese: la guerra non è più un’emergenza da chiudere, è un modello industriale da replicare. Un settore economico. Un asset. Il campo di battaglia ucraino diventa il laboratorio di ricerca e sviluppo dell’industria bellica europea, e l’esperienza «unica» maturata da Kiev — radar, stazioni di terra, sensori, catene di approvvigionamento — la materia prima da valorizzare. Non si parla di pace nemmeno per sbaglio. Si parla di «investire»: «È il momento di investire in Ucraina, di investire in Europa, di investire nella nostra sicurezza comune», ha detto von der Leyen. Investire, investire, investire. Con i soldi di chi, però, non lo dice mai. E allora diciamocelo qui: soldi sono i nostri. I 15 miliardi di armamenti che l’Italia deve pagare nell’ambito del progetto SAFE (poi portati a 17 da Giorgia Meloni), sono da finanziarsi a debito! E chi li guadagna? L’indotto italiano? Sembrerebbe che ci siano altri avvoltoi sulla carcassa.
I numeri della grande abbuffata
Facciamo due conti, che a Bruxelles non piace farli davanti ai cittadini. Il miliardo di oggi è il secondo pagamento di una prima tranche da 6 miliardi destinata ai droni, dopo i 3,9 miliardi versati il 30 giugno. La Commissione ha inoltre approvato un piano di erogazioni da 10 miliardi per finanziare altri droni, missili e aerei da combattimento. Il tutto dentro il prestito europeo da 90 miliardi. E il tutto una settimana dopo il vertice NATO di Ankara, chiuso l’8 luglio con oltre 50 miliardi di dollari di nuove commesse militari e la conferma di 70 miliardi di euro all’Ucraina per il 2026, da mantenere «almeno allo stesso livello» anche nel 2027. A settembre, a Bruxelles, si riuniranno per la prima volta i 18 membri fondatori del Drone Deal. La macchina è partita, e nessuno ha chiesto il parere dei passeggeri.
Nel frattempo i governi europei annaspano su sanità, salari e bollette, ma per il complesso militare-industriale il rubinetto è spalancato e il contatore gira. Chi paga lo abbiamo già detto.
Il dettaglio che smonta la favola: i componenti cinesi
Ma la perla vera arriva da un’inchiesta del Financial Times, secondo cui Kiev avrebbe ottenuto una deroga per spendere parte dei fondi del prestito Ue in componenti cinesi per droni. Avete letto bene: la stessa Unione europea che accusa Pechino di essere «il principale facilitatore» della guerra russa, in quanto fornitore chiave del complesso militare-industriale di Mosca, autorizzerebbe l’uso dei soldi europei per comprare pezzi cinesi. Perché? Perché — lo ammette il dossier stesso — l’industria della difesa europea, quella «enorme capacità tecnologica e industriale» sbandierata oggi a Kiev, quei pezzi non riesce a produrli. La Cina arma tutti e incassa da tutti, mentre a noi tocca la parte del finanziatore entusiasta che applaude pure.
Profughi sì, ma solo se hai fatto il militare
C’è poi un altro tassello passato quasi sotto silenzio: i Paesi Ue hanno concordato di prorogare fino al 4 marzo 2028 la protezione temporanea per chi fugge dalla guerra. Ma con una novità pesante: i nuovi richiedenti dovranno dimostrare di aver adempiuto agli obblighi militari previsti da Kiev, timbro di uscita legale sul passaporto o esenzione alla mano. Fuori dalla retorica: l’Europa dei diritti umani subordina la protezione umanitaria alla disponibilità a imbracciare un fucile. Se scappi dalla guerra senza il permesso del tuo governo, la porta si chiude. I 4 milioni di ucraini già presenti non saranno toccati, ma il principio è fissato — e fa una certa impressione.
Tanti fornitori di armi, nessun fornitore di pace
Sullo sfondo, la guerra continua a macinare vite: attacchi russi contro navi mercantili nel Mar Nero e nel porto di Odessa hanno ucciso ieri tre persone, mentre i droni ucraini hanno colpito venti navi russe, tra cui diciassette petroliere. Oltre quattro anni di conflitto, e la risposta di Bruxelles è istituzionalizzare l’economia di guerra, con tanto di medaglie, joint venture e cronoprogramma fino al 2028: date che, da sole, dicono quanto poco chi firma creda a una pace vicina. Anche perché Lavrov l’ha detto chiaramente. “l’Europa vuole la guerra entro il 2030“. Ma non serve che ce lo dica lui: lo dice l’Europa nel “Rearm Europe Plan-Readiness 2030“.
A chi ancora crede nel progetto originario dell’Europa — quello nato per rendere la guerra impossibile sul continente — resta una domanda semplice semplice: se l’Ucraina è diventata un «fornitore di sicurezza» e la guerra un partenariato industriale, chi ci fornisce la pace? Perché quella non è in nessuna tranche. Non c’è un “Peace Deal” da firmare a favore di telecamere, non c’è un miliardo erogato per la diplomazia, non c’è nemmeno la parola. Quando il prodotto è la guerra, la pace diventa un danno d’impresa. Ed è esattamente per questo che non ve la venderanno mai.