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Guerra Iran-Usa, il Golfo media ma è «pronto al peggio»

Mentre l’America vota, Doha attende risposte entro 36 ore. Netanyahu chiede raid dopo le midterm, Hormuz e le basi Usa restano il nodo
Byoblu·03 novembre 2026
Esteri — Byoblu

Nel giorno in cui gli americani votano per le elezioni di metà mandato, le capitali del Golfo lavorano per impedire che la guerra Iran-Usa riprenda a pieno regime. Qatar, Arabia Saudita ed Emirati, affiancati da Pakistan, Turchia ed Egitto, moltiplicano contatti e proposte. Donald Trump ha lasciato intendere che, chiuse le urne, potrebbe ordinare una nuova ondata di attacchi. Ieri le forze statunitensi hanno colpito obiettivi sull’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. Funzionari americani l’hanno definita una risposta «limitata e difensiva» al fuoco aperto dai Pasdaran contro un velivolo Usa. Teheran ha rivendicato il diritto all’autodifesa, senza annunciare ritorsioni precise.

Guerra Iran-Usa, la mediazione del Qatar e il piano dei due giorni

Il canale principale passa da Doha. Il portavoce del ministero degli Esteri qatarino, Majed Al Ansari, ha detto oggi che entrambe le parti «restano impegnate nel negoziato» e stanno esaminando le idee presentate dai mediatori, con l’obiettivo di arrivare a un accordo provvisorio. Secondo un funzionario informato sui colloqui, il Qatar attende da americani e iraniani una risposta entro 36 ore su una nuova proposta pensata per sbloccare lo stallo.

Sul tavolo c’è una versione accorciata del piano che Teheran aveva presentato a settembre. In origine prevedeva sette giorni di passi reciproci, con la riapertura di Hormuz al sesto. Sabato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha annunciato che la sequenza è scesa a due giorni: il primo giorno gli Stati Uniti adottano una serie di misure, il secondo lo Stretto riapre e il traffico torna alle condizioni precedenti. Washington non ha accettato pubblicamente lo schema.

Il nodo, riferiscono i mediatori, è chi debba muovere per primo. Gli Stati Uniti sarebbero restii a togliere il blocco navale dei porti iraniani prima di progressi concreti sul nucleare, anche per il timore che l’Iran esporti in fretta il greggio rimasto bloccato. Una delle ipotesi discusse prevede l’allentamento del blocco in cambio di una sospensione degli attacchi alle navi, seguita dal ritorno degli ispettori e da una trattativa sull’uranio arricchito. Il portavoce degli Esteri iraniano Esmail Baqaei ha però sostenuto ieri che il nucleare non è stato discusso.

Iran-Usa, le sette condizioni di Teheran

La posizione iraniana resta ancorata a sette condizioni: fine delle ostilità su tutti i fronti, compresi Libano e Gaza, revoca del blocco navale e delle sanzioni, sblocco dei beni finanziari congelati all’estero. In cambio, riapertura di Hormuz e ulteriori colloqui sul programma nucleare.

Oggi il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Mohsen Rezaei, ha definito la risposta americana «non convincente». Baqaei ha aggiunto che, visti i precedenti accordi violati da Washington, l’Iran partecipa a ogni processo diplomatico «con la massima cautela e totale sfiducia».

Il contatto di più alto livello degli ultimi mesi è una lettera del vicepresidente JD Vance a Rezaei, che sabato ne ha descritto il tono come «cambiato completamente». Teheran l’ha accolta con favore ma, secondo i mediatori, non ha risposto formalmente né accettato un incontro diretto.

Midterm e guerra Iran: Netanyahu spinge, Trump prende tempo

La scadenza elettorale pesa sulle scelte di Washington. Il conflitto ha spinto i prezzi di benzina e petrolio a livelli record negli ultimi otto mesi, e i repubblicani arrivano al voto sotto pressione. Trump ha alternato segnali. Ieri ha scritto su Truth che un accordo «potrebbe arrivare» e che l’Iran vuole un’intesa «il prima possibile». Domenica, in Iowa, aveva detto che la guerra finirà presto, «in un modo o nell’altro», e che prima o poi bisognerà dare a Teheran «il martello». Dal Lincoln Memorial ha poi auspicato che gli elettori, in cabina, ricordino la necessità di impedire all’Iran l’arma atomica.

Secondo indiscrezioni della stampa americana, riprese da due funzionari regionali, sabato Benjamin Netanyahu avrebbe chiesto a Trump di colpire l’Iran subito dopo il voto con una campagna aerea rapida ma estesa. Il presidente avrebbe preferito lasciare spazio al negoziato. Il segretario di Stato Marco Rubio ha detto che la decisione non è stata presa e che Washington resta aperta a una soluzione diplomatica.

Quattro funzionari europei sostengono che le forze americane nella regione sono in grado di attaccare con breve preavviso. Due di loro indicano come probabili obiettivi i siti nucleari, tra cui Pickaxe Mountain, complesso sotterraneo che Teheran nega sia usato per attività nucleari. Arne Lohmann Rasmussen, analista di Global Risk Management, ha osservato che le aperture dell’amministrazione «potrebbero essere tattiche» in vista delle elezioni.

Golfo e basi americane: «Vi hanno esposto»

Per le monarchie del Golfo il rischio è immediato. Nel round precedente i missili iraniani hanno colpito basi Usa e impianti energetici sul loro territorio. Al Manama Dialogue, la conferenza sulla sicurezza tenuta nel fine settimana in Bahrein, il consigliere diplomatico del presidente emiratino Anwar Gargash ha detto di sperare in una svolta diplomatica. Un nuovo scontro, ha aggiunto, non è nell’interesse della regione, ma gli Emirati sono «pronti al peggio». Il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty ha previsto un conflitto più distruttivo del precedente, che «non porterà da nessuna parte».

Emile Hokayem, direttore della sicurezza regionale all’International Institute for Strategic Studies, ha sintetizzato così il messaggio che Teheran rivolge ai vicini: dopo quarant’anni di investimenti sugli Stati Uniti, «quelle basi non vi hanno protetto, vi hanno esposto». Secondo diversi delegati, la strategia iraniana punta al logoramento: rendere costosa la difesa delle forze americane e trasformare i Paesi che le ospitano in punti di pressione. In Bahrein, sede della Quinta Flotta, i segni degli attacchi sono ancora visibili a pochi metri dalle abitazioni. «Alla fine decide una sola persona», ha detto un funzionario del Golfo, riferendosi a Trump.

I preparativi sono già in corso. Qatar ed Emirati hanno condotto esercitazioni di sicurezza anche negli aeroporti. A Riad le scuole restano online per tutta la settimana. Le ambasciate olandese e belga hanno avvertito che la situazione può peggiorare rapidamente. Sul versante opposto, la Guida suprema Mojtaba Khamenei ha ordinato ai comandanti di aggiornare la lista degli obiettivi e di rispondere a ogni minaccia in modo «immediato» e «senza limiti geografici». Funzionari iraniani hanno citato tra i possibili bersagli anche i cavi sottomarini che attraversano Hormuz.

La diplomazia regionale si muove su più piani. Il mese scorso delegazioni di Arabia Saudita, Turchia e Pakistan sono andate a Teheran, offrendo, secondo persone informate, un’intesa di sicurezza regionale in cambio della partecipazione iraniana ai colloqui sul nucleare. Riad avrebbe chiesto anche di frenare gli Houthi yemeniti: poche ore dopo, droni e missili hanno preso di mira Riad e Ras Tanura. Alcuni Stati arabi avrebbero avvertito Teheran di poter reagire, da soli o insieme.

Petrolio e Stretto di Hormuz, il conto della guerra

La partita si gioca sull’energia. Prima della guerra da Hormuz transitava circa un quinto del greggio mondiale. A ottobre l’agenzia marittima britannica UKMTO ha contato 30 attacchi a navi commerciali, un record. Venerdì è stata colpita la metaniera qatarina Al Mayeda; oggi un’imbarcazione con equipaggio indiano, con un marittimo morto. Ieri il Brent è sceso del 7,4% a 105,03 dollari sull’onda delle aperture diplomatiche, dopo mesi di oscillazioni tra 70 e 120 dollari.

C’è chi sulla crisi guadagna. Saudi Aramco ha comunicato oggi un utile netto trimestrale di 36,3 miliardi di dollari, in crescita del 35%, con il greggio venduto in media a 95,20 dollari al barile contro i 70,10 dell’anno prima. Ha pesato anche l’oleodotto verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, che aggira Hormuz. Il Regno resta però esposto: il mese scorso gli attacchi degli Houthi hanno ucciso almeno 20 persone negli aeroporti sauditi, e la Coppa d’Asia di calcio, prevista a gennaio, è stata rinviata al 23 dicembre 2027.

Guerra Iran-Usa, otto mesi di conflitto

La guerra è iniziata il 28 febbraio con i raid congiunti di Stati Uniti e Israele, nei quali è stato ucciso l’ayatollah Ali Khamenei; gli è succeduto il figlio Mojtaba. L’Iran ha risposto limitando il transito a Hormuz e colpendo basi e infrastrutture nel Golfo. Washington ha imposto un blocco navale ai porti iraniani. Dopo la fase più intensa, a marzo, i combattimenti diretti si sono diradati, mentre nello Yemen si è riaccesa la guerra tra Arabia Saudita e Houthi, con oltre 300.000 sfollati negli ultimi due mesi secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

Teheran ha intanto consolidato l’asse con Mosca: ieri Rezaei ha avuto un colloquio telefonico con Vladimir Putin. All’interno, l’economia iraniana è sotto pressione e il governo ha già avvertito di possibili carenze di gas durante l’inverno.

La finestra di 36 ore indicata dai mediatori si chiude a ridosso dello spoglio americano. Per i Paesi del Golfo la questione riguarda ormai il valore stesso della garanzia di sicurezza statunitense, nel momento in cui le infrastrutture che dovrebbero sostenerla sono diventate bersagli.

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