Incendi in Francia e Spagna: 325mila in fuga, Macron convoca riunione d’emergenza: la nube di fuoco genera il proprio vento.

Emmanuel Macron ha convocato per stamattina una riunione di gabinetto d’emergenza sull’incendio che da mercoledì scorso divora il sud-ovest della Francia. Nello stesso momento, dall’altra parte dei Pirenei, il premier spagnolo Pedro Sánchez è atteso nelle zone colpite dai roghi nella regione di Valencia. Tra i due Paesi, il conto degli sfollati ha superato quota 325mila: numeri che in Europa non si vedevano da decenni e che collocano l’evacuazione della Gironda tra le più grandi mai realizzate in Francia. Qui il post con video che raccontava l’incendio “impossibile da fermare” intorno a Madrid.
Il fronte francese è nato mercoledì a Saumos, nella parte occidentale del dipartimento della Gironda, per cause che le autorità indicano come accidentali. Da lì ha camminato verso l’oceano, minacciando prima la penisola di Cap-Ferret, poi il bacino di Arcachon, infine puntando dritto verso l’area metropolitana di Bordeaux. Ha bruciato circa 42mila ettari — una superficie pari a quattro volte la città di Parigi — di cui 10mila solo tra sabato e domenica. Le case distrutte sono 240. Tre vigili del fuoco hanno perso la vita nei giorni scorsi: due a Mérignac, vicino all’aeroporto di Bordeaux, uno in Savoia. Tra la popolazione, per ora, non si registrano vittime.
Bordeaux non si evacua, ma il fuoco è alle porte
Nella notte tra domenica e lunedì la prefettura ha parlato di una situazione “globalmente stabile”: nessuna nuova evacuazione, il fronte che nelle ultime ore ha deviato verso sud-est, in direzione di Marcheprime, sulla linea ferroviaria tra Bordeaux e Arcachon, già chiusa insieme a un tratto dell’autostrada A63. Una tregua fragile, non una vittoria.
Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha descritto un rogo “completamente erratico”, che “va e viene” e si autoalimenta, senza escludere che possa arrivare fino a Bordeaux: “Bisogna guardare le cose con calma, ma anche con realismo”. Al punto più vicino, le fiamme sono a 15 chilometri dall’hinterland della città. La portavoce del governo, Maud Bregeon, ha assicurato che l’evacuazione del capoluogo “non è prevista al momento in cui parliamo”, invitando comunque alla massima prudenza.
A rendere il fuoco ingovernabile è un fenomeno che fino a pochi anni fa era materia da manuali specialistici: il pyrocumulonimbus, la nube di fuoco che genera vento proprio e vortici, trasformando l’incendio in un sistema meteorologico autonomo. Sul campo sono schierati circa 2.500 pompieri, 1.500 militari e quasi 1.200 agenti di polizia. “È una lotta tra Davide e Golia“, ha sintetizzato il portavoce della federazione dei vigili del fuoco Eric Brocardi: “a un certo punto troveremo un punto debole e lo colpiremo”.
Il premier Sébastien Lecornu ha parlato di “situazione storica”: dall’inizio dell’anno in Francia sono andati in fumo quasi 100mila ettari. Il ministro dell’Economia Roland Lescure ha definito il disastro “un colpo di tuono” per un’economia locale che ne avrebbe fatto volentieri a meno, e ha annunciato un accordo con la federazione assicurativa France Assureurs: le compagnie copriranno le spese di ricollocazione degli sfollati di Gironda, Landes e Var per un massimo di tre settimane. Con l’agosto turistico alle porte, le autorità della Gironda hanno vietato i campi estivi per minori e per persone con disabilità.
In Spagna il rogo più grande mai registrato
Il quadro spagnolo non è meno drammatico. Tra le province di Madrid, Ávila e Toledo sono bruciati circa 77mila ettari. Da soli, i 50mila ettari del rogo nella provincia di Ávila costituiscono, secondo la ministra per la Transizione ecologica Sara Aagesen, il più grande incendio mai registrato nella storia del Paese. Un secondo fronte importante brucia una cinquantina di chilometri a nord di Valencia, dove la delegata del governo Pilar Bernabé ha parlato di un incendio “molto intenso” e di condizioni meteo in peggioramento.
Gli evacuati in Spagna sono circa 76mila, ai quali si aggiungono 30mila persone confinate in casa, anche per lasciare libere le strade a pompieri e militari. Quarantuno autostrade e strade principali sono state interrotte, mentre l’Unità Militare di Emergenza ha schierato 1.500 uomini. Il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha parlato di un’evoluzione “positiva ma lenta”.
Restano le immagini e le parole di chi è scappato. “Sembrava l’apocalisse. Non si vedeva niente, era tutto coperto di cenere“, ha raccontato Rocío Domínguez, fuggita da Chapinería, a ovest di Madrid, con i suoi cani. “Non sappiamo cosa troveremo: metà casa bruciata, la casa intatta o nessuna casa. Tutti i vestiti, tutti i ricordi, tutto”.
Il vero buco nero: la prevenzione che non c’è
Qui arriva la parte che nei vertici d’emergenza si nomina poco. Le condizioni che hanno reso possibile questo disastro non sono nate mercoledì scorso. La Spagna ha attraversato tre ondate di calore tra giugno e metà luglio, che hanno prosciugato l’umidità del suolo, dopo un inverno insolitamente piovoso che aveva fatto crescere una vegetazione più fitta del normale. Stessa dinamica in Francia. Aggiungiamo l’abbandono progressivo delle terre agricole in tutto il Sud Europa, che ha lasciato via libera a erbe secche, arbusti e piantagioni fitte di conifere: combustibile pronto all’uso.
Stefan Doerr, docente di scienza degli incendi boschivi all’Università di Swansea, lo dice senza giri di parole: il paesaggio che brucia oggi è artificiale, plasmato da millenni di attività umana e poi lasciato andare. E soprattutto: l’Europa ha rafforzato la capacità di spegnere, non quella di prevenire. “Migliore gestione del territorio, migliore preparazione, migliore comunicazione” contano più di nuovi mezzi antincendio, “che come vediamo ora sono semplicemente troppo pochi”. In Spagna, il professor Víctor Resco de Dios dell’Università di Lleida stima in circa 3 miliardi di euro all’anno il costo di una gestione forestale seria capace di evitare roghi di questa scala.
Tre miliardi. Una cifra che, messa accanto ai bilanci che i governi europei approvano senza battere ciglio per altri capitoli di spesa — a partire dal riarmo — suona quasi come una postilla. Eppure quei soldi non ci sono, mentre i soldi per i canadair, i militari, gli hotel degli sfollati e la ricostruzione arriveranno, come sempre, a incendio spento.
Macron ha promesso su X sostegno di lungo periodo alle comunità colpite: “Ricostruiremo, ripareremo e saremo presenti per tutto il tempo necessario”. È la grammatica ormai collaudata del potere davanti alle catastrofi: la fotografia nel gabinetto di crisi, la promessa solenne, l’emergenza gestita come evento eccezionale e imprevedibile. Ma di imprevedibile, in un’estate che segue tre ondate di calore consecutive e un anno — il 2025 — chiuso con oltre un milione di ettari bruciati in Europa, c’è ben poco.
Da Bruxelles e dalle capitali arriveranno inevitabilmente nuovi appelli, nuovi piani, nuovi vincoli in nome dell’emergenza climatica. La questione che però i cittadini di Gironda e di Ávila hanno il diritto di sollevare è un’altra, e molto più concreta: dove sono finiti i soldi e le politiche per pulire i boschi, mantenere i tagliafuoco, tenere vive le campagne e presidiare il territorio? Qquando il fuoco arriva a generare il proprio vento da solo, è perché qualcuno, molti anni prima, non ha fatto bene il proprio lavoro.