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Esteri

Integrazione a tutto gas di Ucraina e Moldova: l’UE cerca di costruire barricate tra sé e l’orso Russo.

Aperti i negoziati di adesione, ma con molte criticità strutturali dei due paesi e soprattuto con il rischio di escalation con Mosca.
Byoblu·20 giugno 2026
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Il 18 giugno 2026, al Consiglio europeo di Bruxelles, la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha salutato come un momento storico l’apertura del primo cluster di capitoli negoziali con Ucraina e Repubblica di Moldova. «L’allargamento non è più una promessa lontana», ha dichiarato Metsola nel suo discorso, aggiungendo che si tratta di «un investimento geopolitico nella nostra sicurezza collettiva, non di un atto di carità». In un video diffuso contestualmente, la presidente ha ribadito che il processo deve restare «ambizioso e credibile» e fondato su progressi reali nelle riforme. Se parliamo però di “investimento collettivo”, stiamo già parlando di guerra, mentre l’Unione Europea, asseritamente, era nata per garantire la pace. E sarebbe troppo strumentale, e un tantinello anacronistico, ricordare il noto detto latino “Si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, prepara la guerra).

La notizia, indubbiamente significativa sul piano simbolico, nasconde dunque una serie di criticità che nessun discorso istituzionale può semplicemente accantonare.

Il veto ungherese aggirato: un precedente problematico

Per arrivare a questo risultato, le istituzioni europee hanno ricorso a una mossa inedita: l’avvio di negoziati informali su tutti i capitoli, allo scopo di bypassare il veto formale dell’Ungheria. Lo ha confermato la stessa commissaria per l’Allargamento Marta Kos. Il lavoro tecnico procede, quindi, senza che vi sia ancora il via libera all’unanimità dei 27 Stati membri.

Filipa Cvetanova, ricercatrice presso l’Università di Leida, intervistata da OBCT/Balcani Caucaso, definisce questa scelta come «un’ammissione enorme per un’Unione che si presenta come basata sul merito e guidata da regole certe». La ricercatrice sottolinea come per anni paesi come la Macedonia del Nord abbiano subito veti senza che l’UE trovasse simili scappatoie procedurali: «È sempre mancata la volontà politica di utilizzare questi strumenti per i candidati dei Balcani occidentali». Per Skopje, il processo di adesione «sembra non finire mai e ha lasciato cicatrici nella fiducia dell’opinione pubblica verso l’UE».

In altre parole, l’urgenza geopolitica determinata dalla guerra in Ucraina ha fatto emergere una disparità di trattamento che rischia di compromettere la credibilità stessa del processo di allargamento.

Le fragilità di Kiev e Chisinau

Al di là delle questioni procedurali, resta aperta la questione della reale preparazione dei due paesi candidati. L’International Centre for Defence and Security (ICDS), in un’analisi pubblicata nell’agosto 2025, metteva già in guardia sui «problemi di fragilità istituzionale» tanto dell’Ucraina quanto della Moldova, entrambe esposte a «sfide ai processi democratici e allo Stato di diritto».

Per la Moldova, le preoccupazioni sono particolarmente marcate: il paese è attraversato da profonde divisioni interne sull’integrazione europea, soffre di un’amministrazione pubblica sottofinanziata e di una sfiducia diffusa nei confronti delle promesse di riforma che stentano a tradursi in miglioramenti concreti nella vita quotidiana. L’ICDS avverte che accelerare l’adesione moldava per ragioni politiche interne — come le elezioni parlamentari previste — rischia di «alienare ulteriormente segmenti della società moldava che si sentono ignorati», rafforzando paradossalmente le forze antieuropee.

L’Ucraina, dal canto suo, è un paese in guerra. La sua capacità di attuare le riforme richieste dall’acquis communautaire (il complesso, in continua evoluzione, di diritti, obblighi giuridici, obiettivi politici e sentenze che accomunano e vincolano tutti gli Stati membri dell’Unione Europea) in condizioni di conflitto attivo è una variabile che nessun ottimismo istituzionale può ignorare.

Il rischio geopolitico: la Russia e lo spettro dell’escalation

Il punto più delicato, tuttavia, riguarda le conseguenze geopolitiche di questo percorso. L’espansione dell’UE verso est non è mai stata percepita da Mosca come un fatto neutro. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato — ne ho appena parlato proprio qui — che l’Unione europea starebbe preparando le condizioni per una guerra aperta entro il 2030, una lettura che, per quanto propagandistica nei toni, riflette una tensione reale e crescente.

L’integrazione di un paese in guerra come l’Ucraina nell’orbita istituzionale europea, anche solo a livello negoziale, costituisce un segnale inequivocabile verso il Cremlino. Il rischio di un’escalation militare, fino all’eventualità — per quanto remota ma non più impensabile — di un confronto diretto tra la Russia e i paesi dell’UE, è una variabile che i sostenitori dell’allargamento tendono a minimizzare nei discorsi pubblici, ma che non può essere rimossa dall’equazione strategica.

Le voci critiche nel campo europeo

Anche all’interno del Parlamento europeo non mancano le riserve. Esponenti del gruppo ECR, tra cui il co-presidente Nicola Procaccini e Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia a Strasburgo, hanno ribadito che non debbono esserci «corsie preferenziali» per l’Ucraina a scapito dei paesi balcanici che attendono l’adesione da anni. Fidanza ha dichiarato al Giornale: «Molti Stati dei Balcani occidentali attendono di entrare in Ue da molti anni e da tempo sono impegnati in un percorso di riforme con Bruxelles». Una posizione condivisa dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Metsola stessa, nel suo discorso al Consiglio europeo, ha ammesso che «il cammino è ancora lungo» e che sarebbe «un errore pensare che il sostegno popolare apparirà semplicemente alla fine». Le paure e le preoccupazioni dei cittadini, ha riconosciuto, vanno affrontate «onestamente».In effetti, il sostegno popolare spontaneo all’Unione Europea non è mai apparso, né alla fine né all’inizio, ma è sempre stata una precisa volontà delle élite. Basti ricordare gli innumerevoli referendum sulla Costituzione Europea, sempre respinti dai cittadini europei in moltissimi paesi, e fatti approvare a forza di continue riproposizioni e cambi di nome per confondere (vedi il “Trattato di Lisbona“).

Cosa succede adesso

Sul piano formale, il veto ungherese resta in vigore: fino a quando Budapest non cambierà posizione, o non verrà trovata un’altra soluzione politica, i negoziati ufficiali non potranno decollare. Nel frattempo, il lavoro tecnico informale proseguirà, ponendo le basi per un’eventuale accelerazione futura.

Ma a quale prezzo, in termini di stabilità, credibilità del processo e rischio di escalation con Mosca, si sta costruendo questa integrazione?

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