Il Kill switch che può spegnere l’Italia in pochi minuti.

Il 12 giugno 2026, alle 17.21 ora della costa Est degli Stati Uniti, un funzionario del Dipartimento del Commercio americano ha firmato una direttiva e due modelli di intelligenza artificiale — Fable e Mythos di Anthropic — sono spariti per tutti gli utenti non americani nel mondo. In realtà, per tutti (tranne le grandi multinazionali americane), perché è difficile capire chi è americano e chi no, anche all’interno delle stesse aziende statunitensi. Nessun preavviso, nessuna trattativa, nessuna possibilità di ricorso immediato. Erano stati lanciati appena tre giorni prima. Il caso Fable non è una metafora: è la prima dimostrazione documentata che il cosiddetto kill switch tecnologico esiste, funziona e può colpire chiunque, compresi i Paesi alleati e, in particolare, un’Italia che non ha mai voluto costruire una propria indipendenza digitale.
Cos’è successo con Anthropic e perché conta
La direttiva firmata dal Segretario al Commercio Howard Lutnick si fonda sul principio del deemed export: condividere una tecnologia controllata con un cittadino straniero, anche all’interno del territorio americano, equivale giuridicamente a esportarla. Applicato a un modello di intelligenza artificiale, questo principio ha prodotto un risultato paradossale: persino gli ingegneri stranieri che lavorano negli uffici californiani di Anthropic sono stati tagliati fuori dal proprio strumento di lavoro. Tra loro Jan Leike, ricercatore tedesco di punta sull’allineamento dei modelli AI, da una settimana privato dell’accesso al sistema su cui lavora.
Anthropic ha reagito disabilitando Fable per tutti. Ma il punto non è il merito tecnico della disputa. Il punto è che una decisione presa a Washington per ragioni interne americane ha bloccato senza preavviso un servizio che in Europa era già stato acquistato, pagato e messo in produzione.
Un precedente non isolato: da Khan a Nayara Energy
Il caso Fable non è il primo. Nel maggio 2025, dopo che l’amministrazione Trump aveva sanzionato il procuratore capo della Corte Penale Internazionale Karim Khan tramite l’Executive Order 14203, questi aveva perso l’accesso al proprio account Microsoft Outlook. L’episodio aveva costretto la Corte — un’istituzione con sede all’Aia, con oltre 120 Stati membri e indagini attive su crimini di guerra in Ucraina, Sudan e Gaza — a prendere atto di dipendere dalla decisione di un’azienda privata soggetta alle leggi federali americane per la continuità delle proprie operazioni. La Corte ha poi deciso di migrare verso openDesk, una suite open source sviluppata da un ente di proprietà del governo federale tedesco.
Analogo meccanismo ha colpito Nayara Energy, azienda petrolifera indiana inserita nelle liste sanzionatorie europee per i legami con Rosneft: Microsoft 365 è stato sospeso anche in quel caso, dimostrando che il problema non è esclusivamente americano. Lo strumento cambia — sanzioni OFAC, CLOUD Act, controlli sull’export — ma la logica è identica: un fornitore soggetto a una giurisdizione straniera può essere costretto a interrompere il servizio senza che le autorità locali possano intervenire.
Come ha ammesso sotto giuramento davanti al Senato francese il 10 giugno 2025 Anton Carniaux, responsabile degli affari legali di Microsoft France: «Non posso garantire che i dati francesi non saranno acquisiti dalle autorità statunitensi». Una frase che smonta qualsiasi promessa commerciale di cloud sovrano proposta da vendor soggetti alla giurisdizione americana.
L’Italia: una sovranità digitale che non esiste
Mentre la Corte Penale Internazionale ha reagito con una migrazione concreta verso software europeo, l’Italia sembra incapace persino di riconoscere il problema nella sua dimensione reale. «Siamo una nazione a sovranità limitata, anzi limitatissima, dal punto di vista digitale e tecnologico», avverte Michele Colajanni, docente all’Università di Bologna e tra i massimi esperti italiani di sicurezza informatica, interpellato dal Fatto Quotidiano. «Ci vorranno vent’anni almeno per colmare la distanza tecnologica che ci separa dagli States, ma il percorso va intrapreso subito, senza esitazioni».
I numeri danno la misura dell’esposizione. Secondo un rapporto di Proton, il 69% delle aziende italiane quotate in borsa si affida a provider americani per la posta elettronica. Nel settore energetico la quota sfiora il 90%; nei trasporti è al 76%; persino nel sistema bancario — tradizionalmente meno dipendente in altri Paesi europei — in Italia il dato supera il 73%. Il mercato europeo del cloud vale circa 112 miliardi di euro, ma oltre il 65% è controllato da tre soli operatori americani: Google, Microsoft e Amazon. Agli europei, secondo un rapporto del Parlamento Ue di dicembre 2025, resta il 13% del mercato.
La risposta italiana ha prodotto un paradosso che rasenta il grottesco. Il Polo Strategico Nazionale, presentato come soluzione di «cloud sovrano» per le pubbliche amministrazioni italiane, si fonda su tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy. «Abbiamo fatto il cloud nazionale e sovrano, ma si basa sulla tecnologia americana», commenta Colajanni. «Sembra quasi uno scherzo e una presa in giro». La stessa Strategia cloud firmata da Palazzo Chigi e dall’Agenzia nazionale per la cybersicurezza nel 2021 metteva nero su bianco il rischio di «modifiche unilaterali delle condizioni dei servizi forniti, che potrebbero determinare variazioni significative degli stessi, fino all’interruzione del servizio». Poi si è scelto di ignorarla.
Processori, reti, hardware: le dipendenze che nessuno vuole vedere
La questione va oltre il software. I processori dei computer su cui gira l’intera infrastruttura digitale italiana ed europea sono prodotti da aziende americane — Intel, AMD, Qualcomm — o da aziende taiwanesi sotto strettissima influenza politica e tecnologica americana come TSMC. Dentro un chip può succedere qualsiasi cosa: funzionalità nascoste, vulnerabilità introdotte deliberatamente, porte di accesso non documentate. Nessuno in Italia lo verifica, perché non ne avremmo la capacità tecnica.
Non è fantascienza: è esattamente il ragionamento che ha spinto Vladimir Putin, già da almeno dieci anni, a investire sistematicamente in hardware e tecnologia di rete proprietaria. Scelta discutibile su molti fronti, ma dettata da una consapevolezza geopolitica precisa: chi dipende dall’infrastruttura altrui non è sovrano. L’Occidente ha deriso quella scelta per anni. Oggi, alla luce di Fable, di Khan e di Nayara Energy, quella derisione diventa amara.
La leva del kill switch nelle trattative con Washington
«Il rischio di kill switch pesa eccome, in ogni trattativa, soprattutto per chi non obbedisce ai diktat come l’Italia sulla base di Sigonella», dice Colajanni. Marina Natalucci, direttrice dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, aggiunge che «l’autonomia strategica europea va considerata una priorità: non soltanto come misura di sicurezza, ma anche come leva di crescita economica e di sviluppo industriale. In un contesto geopolitico sempre più instabile, tale dipendenza può trasformarsi in uno strumento di pressione».
L’arma non deve necessariamente essere usata per essere efficace. Come la bomba atomica, basta che esista. Trump, presentando il caccia di sesta generazione F-47 nel marzo 2025, aveva detto esplicitamente che gli alleati ne avrebbero ricevuto una versione ridotta «perché un giorno potrebbero non essere più alleati». Con Fable, la riduzione è stata totale e immediata.
La Commissione europea ha risposto il 3 giugno 2026 con l’adozione del Cloud and AI Development Act, che non disciplina l’uso dei modelli ma la sovranità sull’infrastruttura su cui girano. È un passo. L’Italia, intanto, non sembra voler nemmeno iniziare a camminare in quella direzione. Il dibattito politico interno si consuma in liti e riconciliazioni con Washington, mentre le fondamenta digitali del Paese restano in mani straniere, con un interruttore che nessun governo italiano controlla.
Deloitte ha avvertito che «il differenziale di capacità tra Stati Uniti ed Europa rischia oggi di ampliarsi ulteriormente». Vent’anni per colmarlo, dice Colajanni. Ma il punto di partenza, almeno, richiederebbe la volontà politica di ammetterlo.