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Nyt, piano Usa per colpire l’Iran dopo il voto già mercoledì. Teheran: «Risposta devastante»

Il Centcom avrebbe pronto un raid tra notti senza luna e tre portaerei. Teheran minaccia una «risposta devastante» ma tratta via Qatar
Byoblu·03 novembre 2026
Esteri — Byoblu

Gli Stati Uniti avrebbero pronto un piano per colpire l’Iran già domani, mercoledì 4 novembre, all’indomani delle elezioni di metà mandato che si tengono oggi. Lo scrive il New York Times, che cita funzionari americani rimasti anonimi. Il piano porta la firma del Centcom, il Comando centrale delle forze armate statunitensi competente per il Medio Oriente, e attende soltanto il via libera di Donald Trump, che finora non ha annunciato alcuna decisione. Da Teheran il ministero degli Esteri promette una «risposta devastante», ma conferma che il negoziato con Washington prosegue attraverso i mediatori.

L’indiscrezione arriva dopo i raid americani sull’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz, che Washington ha presentato come operazioni limitate e difensive. In un’intervista a Fox News, Trump ha confermato anche il colpo a una postazione antiaerea iraniana: «Era solo un attacco minore, non era una guerra».

Piano Usa contro l’Iran, perché la finestra si apre dopo il voto

Secondo il quotidiano newyorkese, le condizioni ideali per il tipo di operazione pianificata dureranno poco. I primi giorni di novembre coincidono con un periodo di notti senza luna, particolarmente buie, che le forze armate americane preferiscono per i loro attacchi. Inoltre, superata la prima settimana del mese, una delle tre portaerei schierate nella regione dovrà rientrare nel porto d’origine.

Il calendario era stato anticipato dallo stesso giornale il 21 ottobre. Allora si parlava di un’operazione «breve ma intensa», preparata insieme a Israele con voli di addestramento sopra l’Iraq e un incontro tra il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Benjamin Netanyahu. Tra i bersagli probabili figuravano infrastrutture energetiche, siti nucleari e arsenali di missili e droni. Alcuni pianificatori americani ritenevano che una campagna di tre giorni potesse infliggere danni economici sufficienti a cambiare la posizione di Teheran. Lo stesso articolo ricordava però che i funzionari statunitensi hanno spesso previsto il collasso dell’Iran, e che il governo iraniano ha finora retto alla pressione sulla sua economia.

Nyt e funzionari anonimi, il peso dell’indiscrezione

La notizia poggia interamente su fonti americane non identificate. Nessuna conferma ufficiale è arrivata. Già a ottobre la Casa Bianca si era limitata a dire di non commentare piani militari «che possono esistere o non esistere».

Sono due gli elementi che invitano alla cautela, e li fornisce il New York Times stesso. Il primo: quest’anno Trump ha più volte bloccato i piani per tornare a operazioni di grande scala, anche a ottobre, quando le forze americane e israeliane erano quasi pronte ad attaccare. Il secondo: lo stesso giornale aveva scritto che i negoziatori statunitensi usano la prospettiva di una ripresa della guerra come leva sulle richieste relative al programma nucleare e al controllo di Hormuz. Un’indiscrezione su un attacco imminente, diffusa nel giorno del voto, può quindi servire anche da strumento di pressione.

L’amministrazione appare divisa. Una parte dei consiglieri spinge Trump a concentrarsi sul blocco americano dello Stretto, convinta che la pressione economica basti a far cadere il regime. Un’altra sostiene che solo l’azione militare possa indebolirlo. Sullo sfondo pesa un’informativa israeliana secondo cui l’Iran starebbe valutando l’uso di armi chimiche contro i suoi avversari. A Washington alcuni l’hanno accolta con allarme. Altri l’hanno ricevuta con forte scetticismo, considerandola parte della campagna di Netanyahu per convincere Trump a riprendere le ostilità. Fuori dall’Italia, la stampa israeliana legge il piano proprio attraverso questa lente, mentre le diplomazie arabe insistono sul canale negoziale.

Midterm e guerra, il calendario elettorale detta i tempi

L’8 ottobre Trump aveva promesso che non ci sarebbero stati attacchi prima del voto. Eppure lunedì sono arrivati i raid su Qeshm, classificati come difensivi. Secondo il Wall Street Journal, quei raid sono soltanto l’ultimo di una serie di attacchi limitati condotti in segreto nelle ultime settimane. La distinzione tra «attacco minore» e guerra, usata dalla Casa Bianca, coincide così con quella tra prima e dopo le urne. Teheran la respinge: il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha dichiarato che «l’aggressione non è finita e restiamo in stato di guerra».

Gli elettori americani votano dunque senza sapere se domani il Paese tornerà a combattere su larga scala. Stando alle ricostruzioni, la scelta dipende dall’assenso di una sola persona. Nell’intervista a Fox News, Trump ha detto: «Non voglio uccidere molte persone, ma se dovremo farlo, lo faremo». E ha aggiunto: «Possiamo dare il colpo di grazia o essere clementi, permettendo a migliaia di persone di sopravvivere».

Iran, le reazioni di Teheran tra minacce e dialogo

Il portavoce dell’esercito iraniano, Mohammad Akraminia, ha avvertito che una nuova aggressione riceverebbe una risposta immediata, più ampia della precedente, e che il conflitto non resterebbe confinato all’Asia occidentale. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha descritto il Paese pronto alla battaglia, «con il dito sul grilletto», e ha aggiunto che ora tocca a Washington evitare la guerra. Già a ottobre, secondo il New York Times, funzionari iraniani avevano minacciato di estendere i bersagli a data center e cavi sottomarini.

Il presidente Masoud Pezeshkian ha tenuto un registro diverso: «nessuno trarrà beneficio da questa guerra». Ha spiegato che il governo cerca una soluzione attraverso il dialogo. Ha anche riferito che la Guida suprema gli ha concesso nuovi poteri per discutere questioni prima considerate non negoziabili, senza precisare quali. Il segretario per la sicurezza nazionale Mohsen Rezaei ha giudicato non convincente la risposta americana alle sette condizioni poste da Teheran, da cui dipende la riapertura di Hormuz.

Negoziato Usa-Iran, la mediazione di Qatar, Egitto e Oman

Il Qatar sostiene che entrambe le parti restano impegnate nel negoziato. «Se non ci fosse speranza, non ci sarebbero trattative», ha detto il portavoce degli Esteri Majed al-Ansari. Una squadra di mediatori qatarioti è rientrata a Doha da Teheran, ma i colloqui continuano e le distanze restano. Egitto e Oman hanno concordato di dare priorità alla diplomazia. Il ministro egiziano Badr Abdelatty aveva avvertito che una seconda fase del conflitto sarebbe «più pericolosa, più distruttiva e non porterebbe da nessuna parte».

Attacco all’Iran, le conseguenze per la regione e per l’Europa

La guerra dura da quasi otto mesi. La prima fase di raid americani e israeliani, tra febbraio e aprile, costò la vita alla Guida suprema Ali Khamenei. Secondo lo stesso New York Times, quella fase ha fatto salire i prezzi dell’energia e l’inflazione nel mondo e ha intaccato le scorte di missili intercettori del Pentagono. Per l’Unione europea la chiusura di Hormuz è costata finora 127 miliardi di euro in più per le importazioni di combustibili fossili. Il prezzo del gas era appena sceso sotto i 90 euro al megawattora, dopo l’annuncio iraniano di una possibile riapertura dello Stretto, mentre le riserve europee sono ai livelli più bassi dal 2013.

Le ricadute toccano anche altri fronti. Secondo fonti diplomatiche europee, a febbraio i colloqui tra Mosca e Kiev si interruppero perché l’agenda americana fu assorbita dall’Iran. Il nuovo round negoziale su Ucraina e Russia è fissato ad Abu Dhabi per il 10 e l’11 novembre.

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