Roggero dal carcere invoca Mattarella. Nessuno però nota una cosa: nel dramma, un paradosso e una una luce. Ecco quali.

Mario Roggero non si arrende. Dal carcere di Bollate, dove è detenuto da dieci giorni dopo la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo nella sua gioielleria di Grinzane Cavour, il 72enne piemontese torna a rivolgersi direttamente al Capo dello Stato: che il presidente Mattarella valuti la sua domanda di grazia «al di là delle polemiche». L’occasione è stata la visita, ricevuta oggi in carcere, del senatore cuneese della Lega Giorgio Bergesio.
La visita di Bergesio e l’appello al Quirinale
Il messaggio che filtra dal colloquio è chiaro: Roggero chiede che la sua vicenda venga sottratta al rumore di fondo — mediatico, politico, giudiziario — e restituita alla sua dimensione umana. Un uomo di 72 anni, incensurato, che ha lavorato tutta la vita, già vittima di una rapina violenta anni prima di quella tragica del 28 aprile 2021, con qualche intemperanza e qualche episodio di giustizia-fai-da-te molto discutibili, che oggi si trova a scontare una pena che il sindaco del suo paese, Gianfranco Garau, ha definito «troppo pesante per una persona che è sempre stata corretta, laboriosa e onesta».
Ma come scrivevo nei giorni scorsi, la strada della grazia è tutta in salita, e soprattutto non dovrebbe essere lui a invocarla.
Grazia sì, grazia no: il balletto delle dichiarazioni
Sul fronte istituzionale, intanto, regna la confusione. Nei giorni della costituzione a Bollate erano circolate voci su un iter per la grazia avviato dal ministro Nordio in coordinamento con la Procura Generale di Torino, voci poi smentite dallo stesso ministero della Giustizia. La domanda di grazia formalmente presentata resta quella della moglie, Mariangela Sandrone, depositata insieme a un’istanza di differimento della pena che non ha impedito l’ingresso in carcere.
E mentre il Paese discute, la Corte d’Appello di Torino ha diffuso una nota, firmata dalla presidente Alessandra Bassi a nome di tutti i magistrati del distretto, per denunciare la «gravissima campagna diffamatoria» sviluppatasi sui social dopo la sentenza della Cassazione. Il diritto di critica, scrive Bassi, «non può tradursi in offese e in attacchi personali ai giudici». Giusto. Ma vale anche il contrario: lo sconcerto dei cittadini davanti a una pena che percepiscono come sproporzionata non è una «deriva pericolosa» da bollare d’ufficio. È un sentimento diffuso, trasversale, che le istituzioni farebbero bene ad ascoltare invece di liquidare come rumore molesto. Le sentenze si pronunciano in nome del popolo italiano: e il popolo italiano, su questa, ha molto da ridire.
Roggero stesso, il giorno del suo ingresso a Bollate, aveva messo il dito nella piaga: Mattarella «ha graziato uno scafista che ha ammazzato 30 persone, ha graziato la Minetti, penso dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza». Parole dure, che si possono discutere, ma che pongono una domanda legittima sulla coerenza dei criteri con cui il potere concede clemenza.
Il gioielliere tra i ladri: la lezione che nessuno racconta
C’è poi un aspetto di questa vicenda che nessuno sottolinea, e che è forse il più interessante di tutti. Dai colloqui in carcere emerge che Roggero parlerebbe molto con gli altri detenuti, con i quali guarderebbe insieme anche i programmi televisivi, pur ammettendo che con alcuni il dialogo non è facile.
Fermiamoci un momento su questa immagine. Chi è Mario Roggero? Un gioielliere che ha passato la vita a difendersi dai ladri. A temerli, a combatterli, probabilmente a disprezzarli, fino al tragico epilogo che lo ha portato dietro le sbarre. E ora quest’uomo si ritrova a vivere, 24 ore su 24, proprio con loro: rapinatori, truffatori, gente che ha fatto del crimine un mestiere. Cosa mai potranno dirsi un gioielliere e un ladro, seduti davanti alla stessa televisione?
È un paradosso che ha una funzione educativa involontaria, e potentissima. Ok, non c’è bisogno neppure di dirlo: il crimine non si giustifica mai, e nulla potrà restituire la vita ai due rapinatori né cancellare il trauma di chi ha subito quella rapina. Ma forse, per la prima volta nella sua vita, Roggero sta imparando a guardare in faccia il nemico. A scoprire da quali storie di disagio, di miseria, di famiglie sfasciate proviene una parte non insignificante di chi delinque. A capire — non a giustificare: a capire — perché esistono persone che sanno vivere solo rubando.
E viceversa: cosa vedranno quei detenuti in lui? Un privilegiato? Un ricco, che ha avuto tutto quello cui loro, per estrazione sociale, non hanno mai potuto ambire? O un uomo perbene che ha lavorato cinquant’anni e che il sistema ha trattato, alla fine, come uno di loro? Impareranno che un benestante non è per forza un nemico? Due mondi che si sono sempre fronteggiati da lati opposti di una vetrina blindata, e che ora condividono la stessa sezione di un carcere. Cosa ne può uscire? Bollate, del resto, è il luogo giusto per un esperimento simile: celle aperte, progetti, trattamento — un modello che, come ricorda chi quel carcere lo ha diretto, «non è l’Eden», ma dovrebbe valere per tutti i detenuti d’Italia, non essere un premio per pochi.
Cosa starà insegnando, insomma, il carcere a Mario Roggero in questi giorni? Forse più di quanto quarant’anni di allarmi, casseforti e paure gli abbiano mai insegnato. Ed è amaro constatare che, per arrivare a questa lezione, sia servita una tragedia.
Forse vale la pena che la grazia arrivi in fretta, ma non abbastanza infretta da interrompere questo momento forse catartico, forse liberatorio, sia per gli uni che per gli altri.