Taiwan si prepara alla guerra. Maxi esercitazioni contro attacco cinese, mentre la Cina ammassa truppe. Cosa rischiamo

Taiwan ha avviato oggi una serie di esercitazioni militari su larga scala — le cosiddette Han Kuang — destinate a durare cinque giorni e progettate per simulare la difesa dell’isola da un potenziale attacco cinese. Non si tratta di una risposta simbolica né di una routine addestrativa: le manovre testano scenari di invasione reale, incluse risposte a blocchi navali, attacchi missilistici e tattiche della cosiddetta «zona grigia».
Il ministero della Difesa taiwanese ha fissato come data di riferimento degli scenari simulati il 2027, anno che diversi servizi di intelligence occidentali — inclusa la CIA, secondo quanto riportato da analisti del settore — indicano come possibile finestra temporale per un’azione militare cinese. Non è la prima volta che questa data appare in documenti ufficiali di Taipei: il 2027 coincide con il centenario dell’Esercito popolare di liberazione cinese, un anniversario a cui Pechino attribuisce un peso simbolico e strategico.
Una minaccia che si fa sempre più concreta
Le esercitazioni di Taiwan non arrivano dal nulla. Negli ultimi sei mesi, la pressione militare cinese attorno all’isola ha raggiunto livelli senza precedenti. Tra maggio e giugno 2026, la marina di Pechino ha condotto ripetuti «pattugliamenti congiunti» intorno all’isola — il 1°, il 6, il 19 e il 25 maggio, quest’ultima data con oltre 100 navi schierate. Alcuni osservatori militari non leggono più questi dispiegamenti come semplici dimostrazioni di forza, ma come l’inizio di una progressiva presa di controllo de facto delle acque circostanti — uno schema già visto nel Mar Cinese Meridionale.
Il precedente più rilevante risale al dicembre 2025, quando Pechino aveva condotto le esercitazioni denominate Justice Mission 2025, le più imponenti mai organizzate attorno a Taiwan: 89 aerei militari e 28 unità navali in un solo giorno, simulazioni di blocco portuale, attacchi a fuoco vivo e manovre anfibie. In quell’occasione, alcuni razzi erano caduti entro le 24 miglia nautiche dalle coste taiwanesi. Il ministro della Difesa di Taipei, Wellington Koo, aveva avvertito che «il tempo che ci vorrebbe alla Cina per passare da un’esercitazione al combattimento reale non è necessariamente lungo come pensavamo».
Taipei all’Europa: «Siete già dentro questa crisi»
L’allarme non è rivolto solo all’Asia. Nei primi giorni di giugno 2026, il viceministro degli Esteri taiwanese François Wu Chih-chung ha rilasciato un’intervista esclusiva a Euronews, di cui vi avevo raccontato qui, in cui ha formulato un avvertimento diretto ai governi europei: «Se la Cina attacca Taiwan, Francia, Europa, Stati Uniti e Giappone ne saranno tutti colpiti. Taiwan si troverà in una situazione terribile — ma anche voi».
Wu ha portato cifre concrete: circa il 70% di tutti i semiconduttori mondiali viene prodotto a Taiwan, insieme al 95% dei chip più avanzati e al 100% di quelli per l’intelligenza artificiale. La sola TSMC controlla oltre il 90% della produzione globale di chip di alta gamma — componenti essenziali per automobili, difesa, smartphone e infrastrutture digitali europee. E non si tratta di dipendenza unidirezionale: le macchine per la fotolitografia vengono dai Paesi Bassi, le ottiche di precisione dalla tedesca Zeiss, i gas industriali dalla francese Air Liquide. «Tutta l’Europa è dentro quel centimetro quadrato di silicio», ha detto il diplomatico taiwanese.
Wu ha anche citato un dato che raramente entra nel dibattito pubblico: oltre 60.000 container attraversano ogni giorno lo Stretto di Taiwan — una quantità che stima essere tre volte superiore al traffico combinato dei canali di Panama e di Suez. Un blocco militare cinese, anche senza invasione, paralizzerebbe rotte commerciali globali con effetti immediati sui porti europei.
L’Europa assente, Mosca a fianco di Pechino
Mentre Taipei cerca alleati e tenta di scuotere Bruxelles, lo scenario geopolitico attorno allo Stretto si fa più pesante. Nel dicembre 2025, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva dichiarato che Mosca sosterrebbe la Cina in caso di escalation, considerando Taiwan «parte integrante» della Repubblica Popolare e avallando — secondo quanto riportato da La Voce di New York — anche l’ipotesi di un ricorso alla forza.
L’Europa, dal canto suo, non ha relazioni diplomatiche formali con Taipei, non vende armi all’isola dal 1991 e si è limitata finora a generici inviti alla «moderazione». Nel dicembre 2025, Bruxelles ha anche ritirato il ricorso al WTO contro le ritorsioni commerciali cinesi sulla Lituania — una mossa che può essere letta come pragmatismo o come arretramento di fronte alla pressione di Pechino, a seconda dei punti di vista.
Il viceministro Wu ha scelto di evitare appelli alla solidarietà democratica e di ragionare invece in termini di interesse: «Perché la Francia dovrebbe proteggere Taiwan? Non siamo mai stati un paese francese. Ma la Francia ha interessi molto importanti nella regione, ed è un paese indo-pacifico».
Tenere le antenne dritte
Le esercitazioni Han Kuang si protrarranno fino al 26 giugno. Nei prossimi giorni si capirà se Pechino risponderà con nuove manovre — uno schema già visto in passato — o se sceglierà di attendere. Quel che è certo è che la dinamica di fondo non cambia: una potenza che aumenta sistematicamente la pressione militare, un’isola che si prepara allo scenario peggiore, e un’Europa che non ha ancora deciso se e come vuole contare in questa partita.
Il presidente taiwanese Lai Ching-te ha già avvertito in passato che un attacco a Taiwan non sarebbe un evento isolato: potrebbe innescare un effetto domino su Giappone, Filippine e Corea del Sud — e da lì, attraverso le catene economiche e le alleanze, arrivare fino alle coste europee.