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Trump taglia gli aiuti militari a Israele: «Non ne hanno più bisogno». Stop ai 3,8 miliardi l’anno

Il patto firmato da Obama nel 2016 valeva 3,8 miliardi l’anno fino al 2028. Trump lo lega al voto di Midterm, Netanyahu non conferma
Byoblu·03 novembre 2026
Esteri — Byoblu

Donald Trump annuncia la fine degli aiuti militari a Israele a partire da fine anno. Oggi, martedì 3 novembre, la mattina delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, il presidente ha detto a Fox & Friends che Washington smetterà di versare a Israele i 3,8 miliardi di dollari annui previsti dal memorandum d’intesa decennale firmato sotto Barack Obama nel 2016. Il patto è operativo dal 2019 e sarebbe dovuto scadere nel 2028. Trump ha motivato la scelta in poche parole: Israele «non ne ha più bisogno». Sostiene di aver concordato la decisione con Benjamin Netanyahu. Dall’ufficio del premier israeliano, finora, nessuna conferma.

Nelle prime ore la notizia era circolata con la cifra arrotondata di 4 miliardi, quella usata dallo stesso Trump, e con pochi dettagli sull’accordo in questione. Ora il quadro è più preciso, e con esso le domande.

«Israele è il nostro numero uno, gli diamo più che a chiunque altro, e non ne hanno più bisogno», ha dichiarato il presidente. Se ne avessero avuto bisogno, ha aggiunto, avrebbe lasciato proseguire gli aiuti. E ha lasciato una porta aperta: «Aiuteremo Israele se ne avrà bisogno».

Aiuti militari a Israele, che cosa prevede il patto firmato da Obama

Il memorandum prevede 38 miliardi di dollari complessivi per gli anni fiscali dal 2019 al 2028. Ogni anno 3,3 miliardi vanno al Foreign Military Financing (FMF), il programma con cui gli Stati Uniti finanziano l’acquisto di armamenti americani da parte di Paesi alleati. Altri 500 milioni sono destinati alla difesa missilistica. In concreto, quel denaro viene speso in sistemi d’arma prodotti negli Stati Uniti e torna all’industria bellica americana. Secondo il Council on Foreign Relations, dal 1948 Israele ha ricevuto aiuti economici e militari statunitensi per oltre 300 miliardi di dollari, a valori attuali.

La natura del taglio resta vaga. Alla domanda se si trattasse di aiuti militari o di trasferimenti di denaro, Trump ha risposto: «Chiamatelo come volete». E ha aggiunto: «Potete considerarlo un baratto. Potete considerarlo aiuto militare o denaro». Israele, ha detto, «può comprare tutto quello che vuole». Stando a quanto riportato dalle agenzie americane, dal 2027 gli Stati Uniti non concederebbero più l’aiuto annuale ma continuerebbero a vendere equipaggiamento militare a Israele. Non è chiaro se lo stop riguardi il solo finanziamento diretto, i trasferimenti di armi o entrambi.

Trump, il taglio degli aiuti a Israele e il voto di Midterm

Trump ha legato esplicitamente l’annuncio alla politica interna. Ha citato Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato in Michigan, che ha fatto delle critiche a Israele un tema della sua campagna. Gli aiuti, secondo il presidente, sono diventati un argomento comodo per i democratici contro i repubblicani: un «cattivo argomento», lo ha definito. Si è chiesto perché il suo partito debba subire gli attacchi di candidati come El-Sayed, liquidato con toni sprezzanti, quando Israele non ha bisogno di quel denaro.

La pressione arriva anche da destra. Aaron David Miller, ex negoziatore per il Medio Oriente al servizio di diverse amministrazioni, osserva che «la questione Israele è diventata un tema enormemente divisivo nel Partito repubblicano». Nel mondo MAGA, ricorda, figure come Tucker Carlson, Marjorie Taylor Greene e lo stesso vicepresidente JD Vance rappresentano una parte di elettorato che non vede il valore di un legame così stretto con Israele. Una settimana fa, quando Trump ha sostenuto apertamente Netanyahu alle elezioni israeliane, Vance non si è associato.

L’annuncio risponde dunque a più spinte: una base che chiede di smettere di finanziare guerre altrui, un’opposizione democratica che cavalca il malcontento, e un presidente che trasforma un sussidio in una relazione commerciale. Diversi ex funzionari statunitensi dubitano però che la mossa sposti voti nelle urne di oggi.

Netanyahu e la fine degli aiuti USA: d’accordo sul principio, non sui tempi

Secondo Trump, è stato Netanyahu a proporgli l’idea: «Ne parliamo da un paio d’anni, perché sono molti soldi». In un’altra versione, l’intesa risalirebbe a qualche mese fa. Netanyahu ha effettivamente parlato più volte della fine degli aiuti, ma con un orizzonte molto diverso. A maggio, in un’intervista televisiva americana, aveva indicato dieci anni per azzerare il sostegno finanziario. Nello stesso mese erano partiti i negoziati formali per un nuovo memorandum. A luglio un alto funzionario israeliano spiegava ai giornalisti l’obiettivo di «passare dagli aiuti alla partnership»: riduzione graduale dei fondi per le armi, mantenimento di una quota per la difesa missilistica, un fondo comune per la ricerca su nuovi sistemi d’arma.

Trump comprime quel decennio in meno di due mesi. Alla vigilia del voto israeliano Netanyahu aveva avvertito: «Se pensate che continueremo a ricevere decine di miliardi di dollari di aiuti americani per il bilancio della difesa, abituatevi all’idea che non sarà così». A fine ottobre era andato oltre, invitando il Paese a prepararsi a possibili sanzioni internazionali dure e spiegando che gli aiuti finiranno perché «l’America è cambiata, non Israele».

Secondo fonti di stampa araba, funzionari del ministero della Difesa e dell’esercito israeliani sarebbero stati colti di sorpresa dall’annuncio. L’ultima telefonata nota tra Trump e Netanyahu risale a sabato.

Israele, l’opposizione attacca: «Netanyahu non è più affidabile»

Il tempismo pesa. Netanyahu sta trattando per formare una coalizione dopo il voto della settimana scorsa, in cui Trump lo aveva definito «il tipo di partner che gli Stati Uniti esigono da Israele». Miller parla di tempistica «imbarazzante»: nel mezzo dei negoziati, il presidente americano annuncia unilateralmente che un elemento centrale del rapporto bilaterale sarà azzerato.

Gadi Eisenkot, principale rivale di Netanyahu e a sua volta impegnato a costruire una maggioranza, ha scritto su X che il fatto che l’apparato della difesa apprenda dai media un cambiamento nei rapporti strategici con Washington dimostra quanto la condotta del premier sia «un pericolo reale»: «Non ci si può più fidare di lui e deve essere sostituito». Yair Golan, leader dei Democratici israeliani ed ex vicecapo di stato maggiore, parla di «enorme fallimento»: un premier responsabile, sostiene, si sarebbe battuto per aumentare gli aiuti. Il giornalista Anshel Pfeffer, biografo di Netanyahu, attribuisce al premier e al suo stretto collaboratore Ron Dermer «il più drammatico declino delle relazioni tra Israele e Stati Uniti».

Stati Uniti, Iran e Gaza: che cosa cambia davvero

Gli stessi ex funzionari americani dubitano che l’amministrazione dia seguito al taglio, soprattutto in caso di ripresa delle operazioni militari contro l’Iran. Miller ritiene che Israele possa difendersi da solo, ma che Washington difficilmente chiuderà il rubinetto con una nuova guerra all’orizzonte. Il precedente è recente: a settembre la stessa amministrazione ha autorizzato la vendita a Israele di bombe pesanti per 2,8 miliardi di dollari. Resta poi da capire quale ruolo avrà il Congresso, che vota ogni anno gli stanziamenti per l’assistenza militare.

Il punto politico è un altro. Nelle parole di Trump non compare alcun riferimento a Gaza, alle vittime civili o al diritto internazionale. Il sostegno militare viene ridefinito in termini di bilancio e di convenienza elettorale, senza alcuna condizione legata alla condotta di Israele. La responsabilità del governo Netanyahu nella catastrofe umanitaria di Gaza resta fuori dal discorso. La formula «aiuteremo Israele se ne avrà bisogno» lascia a Washington piena discrezionalità: meno sussidi automatici, più leva negoziale, stesse armi vendute anziché regalate.

Fuori dall’Italia, la notizia viene letta con accenti diversi. La stampa russa sottolinea gli avvertimenti di Netanyahu sulle sanzioni. Quella del Golfo insiste sulla sorpresa dei vertici militari israeliani e sui 300 miliardi ricevuti in quasi ottant’anni. In Germania prevale la lettura del passaggio dagli aiuti al commercio di armamenti. In Turchia e in Afghanistan risalta il collegamento esplicito con la campagna elettorale americana.

Le prime verifiche arriveranno presto. Lo spoglio delle elezioni di metà mandato dirà quanto il tema Israele abbia pesato sul voto. La prossima crisi con Teheran dirà se lo stop di fine anno vale più di un annuncio televisivo.

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