— 📻 Radio Byoblu 3.0 Iscriviti alla newsletter✉ Newsletter ♥ Sostieni
Il primo blog di informazione indipendente
Ultim'ora
Iscriviti alla newsletter✉ Newsletter byoblu [3.0]
Ambiente

Metano: pur di non prenderlo da Mosca, la UE accetta di inquinare di più

Jorgensen ammette difficoltà sulle regole per gas e petrolio importati. Hanno pesato 12 governi, Italia inclusa, oltre a Stati Uniti e Qatar
Byoblu·29 settembre 2026
Ambiente — Byoblu

L’Unione europea si prepara a rinviare la stretta sull’import di metano. Lo ha confermato oggi il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, al suo arrivo a Dublino per la riunione informale dei ministri dell’Energia dei Ventisette. Il regolamento dovrebbe entrare in vigore il 1° gennaio 2027. Obbliga chi importa petrolio, gas e carbone a dimostrare quanto metano si disperde lungo la filiera. Jorgensen parla di «difficoltà nell’attuazione». A pesare sono state le pressioni di dodici governi europei, tra cui quello italiano, e dei grandi fornitori, a cominciare da Stati Uniti e Qatar.

«Stiamo incontrando difficoltà nell’attuazione» nella «parte relativa alle importazioni», ha detto il commissario. Poi ha aggiunto: «Dopo aver ascoltato la maggioranza dei Paesi Ue, ho incaricato i miei servizi di valutare la possibilità di posticipare» quella parte della norma. Secondo Jorgensen non si tratta «in alcun modo di un passo indietro rispetto alle nostre ambizioni». Ha ricordato che il metano è «un gas serra molto più nocivo della CO2». L’ultima parola spetterà al Parlamento europeo e al Consiglio, cioè all’assemblea eletta e ai governi, che dovranno decidere «se procedere o meno in tal senso».

Cosa prevede la stretta sull’import di metano

Il metano è il componente principale del gas naturale. Durante l’estrazione, il trasporto e la lavorazione ne sfugge una parte, per perdite dagli impianti o per scelta, attraverso gli sfiati. Nel breve periodo trattiene nell’atmosfera circa ottanta volte più calore dell’anidride carbonica.

Il regolamento è stato adottato nel maggio 2024. È la prima legge al mondo che non si limita alla produzione interna e controlla anche i combustibili importati. Il calendario prevede tre tappe:

  • dal 1° gennaio 2027: per i contratti firmati o rinnovati dopo il 4 agosto 2024, gli importatori devono dimostrare che i fornitori applicano sistemi di monitoraggio, rendicontazione e verifica equivalenti a quelli europei. In gergo si chiamano MRV: misurare le emissioni, dichiararle e farle controllare da terzi;
  • dal 2028: obbligo di comunicare l’intensità delle emissioni, cioè quanto metano si perde per ogni unità di energia venduta;
  • dal 2030: rispetto di una soglia massima.

Chi non rispetta le regole rischia multe fino al 20% del fatturato annuo.

Un rinvio già avviato a luglio

Il passo di oggi formalizza una ritirata cominciata da tempo. A luglio la Commissione aveva inviato agli Stati due raccomandazioni, cioè indicazioni non vincolanti. La prima chiariva come gli importatori possono mettersi in regola. La seconda invitava i governi a non applicare sanzioni fino al 2029. Alcune fonti parlano del 2030. Gli obblighi restavano, le multe no.

Venerdì scorso Jorgensen aveva anticipato all’agenzia Bloomberg l’ipotesi di un rinvio di un anno per la parte sulle importazioni. Ieri un portavoce della Commissione ha confermato l’intenzione di proporre il posticipo, senza indicarne la durata. I governi più critici chiedevano di più. Un primo gruppo di undici Paesi, guidato da Repubblica Ceca e Slovacchia, aveva chiesto almeno tre anni. Poi il fronte è salito a dodici: Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, Cechia, Ungheria, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia e Svezia. La loro tesi: applicare subito le norme ridurrebbe le forniture, farebbe salire i prezzi e colpirebbe le imprese.

Chi ha spinto per il rinvio

A premere sulla Commissione ci sono anche la Francia, gli Stati Uniti, il Qatar e l’Algeria. Washington e Doha sostengono che i requisiti europei sono difficili da applicare alle loro filiere produttive. Secondo le ricostruzioni di agenzia, hanno anche minacciato di vendere il loro gas ad altri mercati.

Sullo sfondo c’è lo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui esce il gas liquefatto del Qatar. È quasi completamente chiuso da febbraio, dopo il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Con quella rotta bloccata, il mercato europeo del gas ha pochi margini.

Il conto della rinuncia al gas russo

Per capire perché Bruxelles cede, bisogna guardare a chi rifornisce oggi l’Europa. Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Unione Europea ha scelto di rinunciare al gas russo, con i pacchetti di sanzioni e con un calendario di uscita definitiva entro la fine del 2027. Il gas liquefatto americano ha preso gran parte di quel posto. Con l’accordo commerciale dell’estate 2025, Bruxelles si è anche impegnata ad acquistare energia statunitense per 750 miliardi di dollari in tre anni.

Il regolamento sul metano finisce così per scontrarsi con il fornitore che l’Europa si è scelta. Gli Stati Uniti non hanno un sistema di controllo delle emissioni equivalente a quello europeo. Secondo Washington, adeguare la filiera sarebbe complicato. Il Qatar è bloccato da Hormuz. Le alternative restano poche. Una norma che avrebbe potuto escludere dal mercato europeo il gas più inquinante rischiava di colpire proprio le forniture da cui Bruxelles dipende di più.

La Commissione dunque ammorbidisce le regole verso i fornitori da cui non può fare a meno. Verso Mosca, invece, mantiene la linea dura delle sanzioni. Il criterio decisivo non sembra la quantità di metano disperso. Conta solo la posizione politica di chi lo vende.

C’è poi un’altra coincidenza. Pochi giorni fa lo stesso Jorgensen aveva invitato a tagliare i consumi di gas, in vista di una nuova tensione sui prezzi dell’energia. Nella stessa settimana, a famiglie e imprese si chiede di consumare meno, mentre ai grandi esportatori si concede più tempo. In entrambi i casi il motivo dichiarato è la scarsità di gas, prodotta dalla crisi mediorientale e dalla scelta di chiudere con la Russia.

Le obiezioni degli ambientalisti

Le organizzazioni ambientaliste si dicono deluse. Sostengono che, senza sanzioni, il regolamento perde il suo principale strumento per farsi rispettare. I governi favorevoli al rinvio rispondono che la sicurezza delle forniture viene prima, finché i mercati restano instabili.

I prossimi passi

Ora la Commissione deve presentare una proposta formale di modifica, con la durata del rinvio. Parlamento e Consiglio dovranno approvarla prima del 1° gennaio 2027, data in cui scatterebbero gli obblighi sulle importazioni. Restano poco più di tre mesi.

📻 RADIO Caricamento…