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La Uefa contro Infantino dopo il tentato Golpe: “Voleva vendere la Coppa del Mondo a un parente di Trump”. La storia raccontata bene.

Ritirato il piano per vendere ai privati il 20% dei Mondiali, ma l’Europa non si fida più: le 55 federazioni chiedono garanzie vincolanti e, sostanzialmente, le dimissioni.
Byoblu·01 agosto 2026
Sport — Byoblu
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Il progetto è stato ritirato, ma la guerra è appena cominciata. Dopo la marcia indietro di Gianni Infantino sul piano per aprire ai capitali privati la Coppa del Mondo, la Uefa è tornata oggi alla carica con un’accusa che nel linguaggio felpato del calcio internazionale equivale a uno schiaffo: il presidente della Fifa non ha mantenuto la parola data, e ora serve una riflessione seria su come viene governato il pallone. Non un accordo di pace. Un armistizio con il dito sul grilletto.

Riavvolgiamo il nastro, perché la storia merita di essere raccontata bene.

Che cosa voleva fare davvero Infantino

Martedì scorso trapela un documento. Si chiama Fifa Forward Enterprise. Sulla carta è una società interamente controllata dalla Fifa, capitalizzazione dichiarata venti miliardi di dollari. Dentro ci finiscono le attività commerciali della federazione: diritti tv, sponsorizzazioni, la gestione economica dei tornei. Compresi la Coppa del Mondo e il Mondiale per club.

Poi arriva il dettaglio che cambia tutto: il 20 per cento di quella scatola sarebbe stato ceduto a investitori privati. Il principale interessato, una società di investimento newyorkese riconducibile a Joshua Kushner, fratello di quel Jared Kushner che di casa alla Casa Bianca di Donald Trump ci è stato eccome.

Alle 211 federazioni affiliate arriva una lettera. Venti milioni di dollari a testa, subito, una tantum. Un’«opportunità di finanziamento unica e irripetibile», scrive Infantino. Termine per decidere: il 19 settembre.

Tradotto dal fifese: c’è un assegno sul tavolo, prendere o lasciare, e avete sette settimane. Per una federazione delle isole del Pacifico o dell’Africa subsahariana, venti milioni non sono un contributo. Sono il bilancio di un decennio.

Perché era una bomba

Qui non si discuteva di un cambio di sponsor tecnico. Si discuteva di chi comanda.

Nel momento in cui un fondo compra una fetta delle competizioni Fifa, quel fondo ha un dovere fiduciario verso i propri sottoscrittori: massimizzare il rendimento. Da quel giorno il calendario internazionale, il numero di squadre ai Mondiali, la frequenza dei tornei, gli orari delle partite non rispondono più alla domanda «cosa fa bene al gioco», ma a quella «cosa fa bene al ritorno sull’investimento».

È il ragionamento che ha fatto la Uefa, con parole che non lasciavano margini: «La Coppa del Mondo non può essere trattata come un prodotto di investimento. (…) La Coppa del Mondo non è in vendita». E ancora: concepire un piano simile «in segreto», portandolo quasi all’approvazione senza consultare nessuno, non è solo una mancanza di leadership, è «una vera e propria abdicazione al dovere della Fifa in quanto custode del calcio mondiale».

Giovedì, dopo quasi tre ore di riunione, le 55 federazioni europee votano l’impensabile: nessuna nazionale del continente parteciperà ad alcuna competizione Fifa finché quel piano resta in piedi. Il boicottaggio dei Mondiali. Non era mai successo.

Non si è mossa solo l’Europa. Concacaf e confederazione asiatica hanno respinto il progetto, il sindacato dei calciatori europei pure, le leghe pure, i tifosi organizzati pure. La sola Caf africana si è detta disposta a valutare — e il rapporto eccellente tra il suo presidente e Infantino non è esattamente un mistero. Nel frattempo, dall’interno della Fifa, il consigliere senior Carlos Cordeiro si dimetteva con una riga che pesa un quintale: non poteva restare a guardare mentre si valutava la vendita di quote della Coppa del Mondo.

Javier Tebas, presidente della Liga e nemico giurato del presidente Fifa, ha messo giù la frase che ha fatto il giro del mondo: «Non sembra una riforma. Sembra una campagna elettorale finanziata con il futuro del calcio».

La retromarcia che non convince nessuno

Nella notte arriva il comunicato di Infantino. Il progetto «ha creato divisioni di una natura tale» che «non è più nell’interesse dell’obiettivo prefissato». Quindi: «questa proposta non verrà portata avanti».

Notate la costruzione. Non «era sbagliata». Non «avevo torto». Il problema non è il contenuto: è che ha diviso. Il piano era buono, siete voi che non l’avete capito.

Ed è precisamente per questo che la Uefa oggi rilancia. Perché una proposta ritirata si può ripresentare a gennaio, con un altro nome e un altro perimetro. L’Europa chiede garanzie vincolanti: mai più proprietà privata dentro la governance e dentro le competizioni. E chiede una riflessione su chi guida la baracca. Le elezioni per la presidenza Fifa sono nel 2027. Chi sa leggere, ha letto.

Il convitato di pietra

Attorno a Infantino, da anni, aleggia una domanda che i palazzi non amano: quanto pesa la prossimità con il potere politico americano nelle scelte del calcio mondiale? Ricorderete il provvedimento disciplinare a carico di un giocatore statunitense poi rientrato dopo un intervento diretto di Trump; si è molto discusso di investimenti argentini negli Stati Uniti e di verifiche in corso oltreoceano. Quando un’istituzione perde la reputazione di imparzialità, ogni coincidenza diventa indizio.

E quando Infantino prova a portare dentro la Coppa del Mondo un fondo legato alla famiglia Kushner, perfino il mondo del calcio (che notoriamente non è una congrega di buoni samaritani) si indigna e reagisce.

E la Uefa? Non è la Croce Rossa

Una riflessione extra, così il tifo da stadio lo lasciamo agli stadi.

La Uefa difende un principio sacrosanto. Ma difende anche il proprio bilancio. La Champions League è la miniera d’oro del calcio continentale, e ogni torneo Fifa che si allarga — il Mondiale per club, le finestre internazionali, i formati gonfiati — rappresenta una minaccia finanziaria notevole. Una Fifa con azionisti privati sarebbe allora anche una Fifa costretta a crescere, ogni anno, cioè costretta a mangiare spazio, date e sponsor a spese di chi quello spazio lo occupa oggi.

Aggiungiamo che il presidente dell’associazione dei grandi club europei, Nasser Al-Khelaïfi, è politicamente vicinissimo ad Aleksander Čeferin e viene indicato come possibile sfidante di Infantino nel 2027. La battaglia di principio e la battaglia di potere, come sempre, viaggiano appaiate.

Ma ad ogni modo, che la Uefa abbia i suoi interessi non rende meno vero il punto che ha sollevato. Rende solo la storia più interessante.

Morale

Per una settimana il calcio mondiale ha scoperto una cosa semplice: quando le federazioni si mettono insieme e dicono no, il no funziona. Ventiquattro ore di fronte compatto hanno fatto evaporare un’operazione da venti miliardi. Non serviva un tribunale. Serviva la schiena dritta.

Vale per il pallone e vale per tutto il resto.

Resta un dubbio, però. Ci hanno spiegato per anni che il calcio è del popolo, dei tifosi, dei ragazzini che tirano il pallone contro un muro. Poi qualcuno ha provato a metterlo in vendita, in segreto, con scadenza al 19 settembre e un bonifico di venti milioni a testa per convincere i riluttanti. Forse, fatto in maniera diversa, potevano anche riuscirci.

Ricorderete come la Costituzione Europea fosse stata bocciata molte volte dai referendum nazionali. E ricorderete come quei referendum siano stati rifatti ancora e ancora, perché lo scopo era farla approvare. Allora le hanno cambiato nome ed è diventato il “Trattato di Lisbona”. Ed è passata. Quindi, con quale nome chiameranno, la prossima volta, il progetto appena fallito intorno al Fifa Forward Enterprise?

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