Trump pronto vendere 48 F-35 all’Arabia Saudita, ma vuole la Cina fuori dalle basi e dalla tecnologia.

Ieri, giovedì 17 settembre, il Dipartimento di Stato americano ha dato il via libera alla possibile vendita di 48 caccia F-35A all’Arabia Saudita. Prezzo: 24,3 miliardi di dollari, circa 21 miliardi di euro. La pratica è passata al Congresso, che ha trenta giorni di tempo per dire di no. Se non lo fa, l’affare va avanti.
Dentro il pacchetto non ci sono solo gli aerei. Ci sono anche 49 motori Pratt & Whitney F135, apparecchiature per le comunicazioni e la crittografia, supporto per la guerra elettronica, pezzi di ricambio, addestramento, simulatori e software. Tutto quello che serve, insomma, per far volare davvero quegli aerei.
Cos’è l’F-35 e perché tutti ne parlano
L’F-35 è un caccia di quinta generazione. Vuol dire che è tra i più moderni al mondo. La sua caratteristica principale è che i radar fanno molta fatica a vederlo. Ma il vero valore non sta nelle ali o nel motore. Sta dentro: sensori, software, sistemi che raccolgono e scambiano informazioni. Per questo qualcuno lo chiama «un computer volante».
In Medio Oriente, fino a oggi, lo ha soltanto Israele. Se la vendita andrà in porto, l’Arabia Saudita sarà il secondo Paese della regione ad averlo, e il primo Paese arabo. Per le consegne, comunque, ci vorranno anni. Nessuna data è stata comunicata.
Perché adesso gli USA danno gli F-35 all’Arabia Saudita?
La strada è stata lunga. Riad chiede questi aerei da tempo, ma le amministrazioni americane precedenti hanno sempre frenato. Poi le cose sono cambiate.
Nel maggio 2025 Washington e Riad hanno concordato un pacchetto di armamenti fino a 142 miliardi di dollari. Nel novembre 2025, alla vigilia della visita del principe ereditario Mohammed bin Salman alla Casa Bianca, Donald Trump si è detto favorevole a vendere gli F-35. In quell’occasione i due Paesi hanno firmato anche un Accordo Strategico di Difesa. A giugno il Dipartimento di Stato ha sottoposto la proposta alle commissioni del Congresso in via informale. Ieri è arrivata la notifica formale.
La posizione ufficiale americana è questa: la vendita rafforza la difesa saudita, migliora la capacità di lavorare insieme alle forze americane e alleate, e «non altera l’equilibrio militare nella regione». Non tutti però la vedono così.
Il nodo della Cina
Un rapporto della Defense Intelligence Agency, cioè l’intelligence militare americana, mette in dubbio che si riesca a proteggere le tecnologie sensibili dell’aereo, in particolare radar e sistemi di sorveglianza. Il timore, in parole semplici, è che la Cina possa arrivare a quelle tecnologie sfruttando i suoi rapporti sempre più stretti con l’Arabia Saudita.
Per capire il perché, bastano pochi numeri. Gli scambi commerciali tra Riad e Pechino valgono circa 100 miliardi di dollari l’anno: la Cina è il primo partner commerciale del regno. Ma non è solo commercio. La Cina fornisce missili balistici all’Arabia Saudita, aiuta a costruire fabbriche militari sul posto e ha firmato un accordo da 5 miliardi per montare a Gedda una linea di assemblaggio del suo drone da combattimento Wing Loong 3. Rapporti interni americani parlerebbero anche di personale militare cinese presente in basi saudite. Su questo punto, per ora, non ci sono conferme ufficiali.
Provate a pensarla così. È come dare la chiave di casa vostra a un amico, sapendo che quell’amico potrebbe fare il doppio gioco. Non è detto che succeda niente. Ma il dubbio resta.
Per questo il rapporto propone alcune condizioni. Accesso alle future basi degli F-35 riservato a militari e tecnici sauditi e americani. Rimozione delle apparecchiature Huawei e ZTE dalle reti di telecomunicazione saudite, dai router e da alcune installazioni militari. Limiti ai contatti tra i militari di Riad e quelli cinesi. Sarebbero queste le garanzie che Washington vuole prima di un via libera definitivo.
C’è un precedente. Nel 2020 la prima amministrazione Trump aveva promesso agli Emirati Arabi Uniti 50 F-35 per circa 23 miliardi. Poi il negoziato si è arenato proprio sui timori legati alla Cina: Huawei nelle reti emiratine, un presunto cantiere militare cinese nel porto di Abu Dhabi. Nel 2021 gli Emirati hanno sospeso i colloqui. Quell’aereo, nel Golfo, non è mai arrivato.
Cosa chiederebbe Riad in cambio
Stando a rapporti interni circolati nelle ultime ore, l’Arabia Saudita metterebbe sul tavolo una contropartita: il sostegno americano nella guerra contro gli Houthi.
Anche qui, un passo indietro. Innanzitutto leggetevi questo articolo, in cui ho spiegato bene la vicenda. Dal 2015 Riad guida una coalizione militare contro gli Houthi, i ribelli sostenuti dall’Iran che controllano il nord dello Yemen e la capitale Sanaa. Negli anni missili e droni dei ribelli hanno colpito impianti petroliferi sauditi e navi nel Mar Rosso. Nelle ultime settimane gli attacchi sono aumentati e si parla di una vera e propria guerra nella guerra. La settimana scorsa tre stazioni di pompaggio dell’oleodotto East-West sono state danneggiate. Riad sta cercando di rimettere in funzione metà della capacità dell’oleodotto in pochi giorni.
E Israele?
Una legge americana impone di preservare il «vantaggio militare qualitativo» di Israele in ogni vendita di armi nella regione. Israele vola con gli ‘F-35 dal 2016 e lo ha usato in combattimento. Funzionari israeliani avevano chiesto di legare la vendita per Riad alla normalizzazione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. L’amministrazione Trump ha proceduto senza aspettare. Da Washington dicono di poter mantenere quel vantaggio anche vendendo gli aerei ai sauditi, ma le misure concrete non sono state rese pubbliche.
Ora la parola al Congresso. L’esito non è scontato. Una parte dei parlamentari, anche tra i repubblicani, resta cauta sull’approfondire i rapporti militari con Riad, anche per l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi nel 2018.
La storia, però, offre due esempi. Nel 2019 le due Camere votarono per fermare la vendita di bombe di precisione ai sauditi: Trump mise il veto e vinse. Nel 1981 Ronald Reagan volle vendere a Riad gli aerei radar Awacs, tra le proteste di Israele e di mezzo Congresso: il Senato approvò per 52 voti a 48.
Riad gioca su più tavoli
C’è un ultimo aspetto da tenere presente. L’aviazione saudita oggi vola già con gli F-15SA americani, gli Eurofighter Typhoon europei e i Tornado britannici. E sul tavolo di Riad non c’è solo l’offerta americana.
Berlino ha tolto il suo veto alla vendita di altri 48 Eurofighter, in attesa del Bundestag. Alla Francia è stata chiesta un’offerta per 54 Rafale. In passato ci sono stati colloqui con la Russia su Su-35 e sistemi S-400, mai concretizzati. Il 7 febbraio il presidente turco Erdoğan ha parlato di un possibile investimento saudita nel caccia turco KAAN, e un modello con la bandiera saudita sulla coda è stato mostrato al World Defense Show 2026. Dettaglio non secondario: il KAAN per ora usa un motore americano, e per esportarlo serve il permesso di Washington. Infine, si parla di trattative con il Pakistan per un lotto di caccia leggeri JF-17C, sviluppati insieme alla Cina, per circa 4 miliardi.
Su nessuna di queste offerte Riad ha preso una decisione definitiva. Tenere aperte tutte le porte è una scelta precisa.
Riad rinuncerà alla Cina?
Per Washington l’obiettivo dichiarato è chiaro: tenere l’Arabia Saudita dentro il sistema militare americano e lontana da Pechino. Secondo gli analisti di Meta-Defense, però, è poco probabile che Riad prenda davvero le distanze dalla Cina in cambio di una promessa che un’altra amministrazione potrebbe rimettere in discussione, come fece Joe Biden nel gennaio 2021 sospendendo diversi contratti firmati sotto Trump.
In sintesi: Riad potrebbe accettare gli F-35 e tenersi buona la Casa Bianca, senza per questo rinunciare ai rapporti con Cina, Turchia e Pakistan. Se questo basterà a Washington, e se basterà al Congresso, lo scopriremo nei prossimi trenta giorni.