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Economia

Volkswagen verso il taglio di 100mila posti di lavoro: la crisi tedesca si aggrava

Volkswagen potrebbe tagliare fino a 100mila posti di lavoro e chiudere 4 stabilimenti in Germania. La conferma di una crisi tedesca più profonda.
Byoblu·26 giugno 2026
Economia — Byoblu
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Volkswagen valuta di portare a 100mila il numero complessivo di esuberi nei prossimi anni, raddoppiando il piano da 50mila tagli entro il 2030 annunciato appena a marzo. La notizia, emersa il 26 giugno 2026 attraverso indiscrezioni riportate dal settimanale tedesco Manager Magazin — e poi riprese da Financial Times e Handelsblatt — descrive un gruppo in difficoltà strutturale, non un colosso che taglia per scegliere: un colosso che taglia perché è costretto a farlo.

Si tratta dell’ennesimo capitolo di una crisi che non riguarda solo Wolfsburg, ma l’intera economia tedesca. E che andrebbe letta come tale, senza eufemismi.

Il piano: stabilimenti chiusi e struttura societaria ridisegnata

Secondo le fonti citate da Manager Magazin, l’amministratore delegato Oliver Blume avrebbe già presentato al consiglio d’amministrazione un piano di ristrutturazione profonda, che il consiglio di sorveglianza dovrebbe esaminare il prossimo 9 luglio. Il progetto prevede la chiusura di quattro stabilimenti produttivi in Germania: gli impianti di Hannover, Zwickau ed Emden, dove si producono vetture a marchio Volkswagen, e la fabbrica Audi di Neckarsulm. Le linee si fermerebbero al termine della vita produttiva degli attuali modelli, senza sostituzione prevista.

Ma non è solo una questione di fabbriche. Blume starebbe valutando anche uno scorporo del marchio Volkswagen e della divisione Componenti in società separate, un’operazione che potrebbe aprire la strada a future operazioni sul mercato dei capitali. Sul piano finanziario, l’obiettivo sarebbe ridurre le spese generali di circa 11 miliardi di euro entro il 2030 e tagliare gli investimenti del 15% nei prossimi cinque anni — da oltre 150 a poco più di 130 miliardi.

A fine primo trimestre 2026, il Gruppo Volkswagen contava oltre 657mila dipendenti nel mondo, di cui quasi 280mila in Germania. Un taglio da 100mila unità sarebbe, secondo le fonti, il più vasto mai realizzato nell’industria automobilistica occidentale, superiore persino ai 74mila esuberi di General Motors negli anni Novanta.

La casa di Wolfsburg, interpellata, non ha smentito né confermato. Un portavoce si è limitato a dichiarare che il gruppo non commenta documenti interni riservati, aggiungendo però che «l’intero gruppo, compresi marchi e società controllate, deve affrontare cambiamenti di ampia portata».

Sindacati in allarme, governo a guardare

La reazione di IG Metall e del consiglio di fabbrica è stata immediata. In un comunicato congiunto, le due parti hanno scritto che «i nuovi articoli apparsi sulla stampa preoccupano, a ragione, il nostro personale e le regioni in cui sono situati i nostri stabilimenti», annunciando che faranno «tutto ciò che è in loro potere per impedirli». Non è solo una dichiarazione di principio: i rappresentanti dei lavoratori occupano la metà dei seggi nel consiglio di sorveglianza, mentre il Land della Bassa Sassonia — secondo azionista del gruppo — dispone di ulteriori voti e storicamente si schiera con i sindacati. Qualunque piano dovrà fare i conti con questo equilibrio.

Da Berlino, il portavoce del governo Sebastian Hille ha evitato commenti diretti sulle indiscrezioni, limitandosi a ribadire la volontà dell’esecutivo di «creare condizioni favorevoli per preservare la produzione manifatturiera in Germania». Una risposta prudente, forse troppo, per chi governa un Paese la cui locomotiva industriale si sta inceppando.

La crisi tedesca: non una notizia isolata

Sarebbe un errore leggere questo piano Volkswagen come una notizia a sé. È invece la conferma più clamorosa di una crisi sistemica che l’economia tedesca attraversa da anni e che Byoblu ha già descritto analizzando il caso UniCredit-Commerzbank.

Il PIL tedesco ha registrato contrazioni consecutive nel 2023 (-0,3%) e nel 2024 (stimato -0,5%). L’industria automobilistica ha visto calare la produzione del 4,8% nel solo 2024. I costi energetici elevatissimi — conseguenza diretta delle sanzioni alla Russia e della transizione affrettata — stanno erodendo la competitività di interi comparti manifatturieri. A questo si sommano la concorrenza aggressiva dei costruttori cinesi, le tensioni commerciali con gli Stati Uniti e le difficoltà nella transizione all’elettrico, che richiede investimenti enormi senza ancora generare i ritorni attesi.

Il risultato è che aziende come Volkswagen non stanno ristrutturando da una posizione di forza, ma arretrando sotto pressione.

Il rischio della risposta sbagliata: riarmo come medicina

Qui si apre la questione più delicata. Le crisi industriali di questa portata, storicamente, non vengono risolte con la deflazione salariale o con i tagli. Vengono risolte — o meglio, aggirate — con la spesa pubblica in deficit, spesso orientata alla produzione bellica. Non è un’ipotesi astratta: è quello che sta accadendo in Europa in questo momento, con il riarmo continentale che avanza a ritmo accelerato, con budget della difesa in espansione ovunque e fabbriche che vengono riconvertite. La stessa Italia è sotto pressione per accettare un prestito europeo da 15 miliardi (che significa debito pubblico), per la costruzione di armamenti.

Lo stimolo della spesa militare può temporaneamente mascherare i cali occupazionali nell’industria pesante, ma genera inflazione, distorce l’allocazione delle risorse e non produce beni che migliorano il tenore di vita dei cittadini. È una medicina che cura i sintomi — i numeri dell’occupazione e del PIL — aggravando la malattia. Ma soprattutto: plasma un mondo che porta dritto dritto verso la catastrofe.

I tagli Volkswagen non sono, dunque, una buona notizia da nessun punto di vista: non per i lavoratori tedeschi, non per l’Europa, e nemmeno per chi sogna una Germania finalmente ridimensionata. Sono il segnale di un modello economico in affanno, e la risposta che l’Europa sembra voler adottare — più spesa per le armi, meno per il benessere — rischia di portarci verso scenari che il Novecento ci ha già insegnato a temere.

La decisione definitiva sul piano è attesa per il 9 luglio, quando il consiglio di sorveglianza di Volkswagen dovrà pronunciarsi. Solo allora si capirà quante delle indiscrezioni pubblicate diventeranno realtà.

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