Zelensky chiede 15 miliardi per i Patriot: l’Italia non risponde (per ora). Gli Usa invece pronti a inviare armi, …se paghiamo noi!

Volodymyr Zelensky è tornato a chiedere soldi — molti soldi — ai suoi alleati occidentali. Il 17 giugno 2026, il presidente ucraino ha avanzato una richiesta di finanziamento legata al programma PURL (Package for Ukraine Resilience and Longevity) che ammonterebbe a 15 miliardi di euro, destinati in larga parte all’acquisto di sistemi missilistici Patriot di produzione americana. L’Italia, stavolta, non ha risposto all’appello. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato di «non aver preso impegni con gli Usa», lasciando la questione in sospeso. La partita, secondo le stesse fonti, verrà affrontata nell’ambito del formato E5 a Berlino.
Una storia che si ripete: da Berlino a Roma a Washington
Non è la prima volta. Nel giugno 2024, Zelensky si era presentato al Bundestag durante la Conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina (URC) chiedendo «almeno sette sistemi Patriot». A luglio 2025, alla quarta edizione della Ukraine Recovery Conference tenuta a Roma, aveva dichiarato esplicitamente: «Abbiamo bisogno di finanziamenti». A novembre 2025 aveva annunciato su X la volontà di acquistare 25 sistemi Patriot dagli Stati Uniti, chiedendo agli europei di prestare nel frattempo i loro sistemi. Nel maggio 2026 ha inviato lettere formali sia alla Casa Bianca che al Congresso americano, incontrandosi con legislatori statunitensi e illustrando la dipendenza «quasi esclusiva» dell’Ucraina dagli USA per l’intercettazione di missili balistici.
Il copione è sempre lo stesso: l’Ucraina chiede, l’Occidente discute, e alla fine paga — o s’impegna a pagare. Ma adesso diventa anche peggio: Zelensky e Trump si incontrano, Trump gli chiede il pizzo, e Zelensky lo fa pagare a noi. Vediamo perché.
I conti li fanno gli altri
Qui sta il nodo che vale la pena esaminare con attenzione. Una singola batteria Patriot costa circa 1,1 miliardi di dollari; ogni singolo missile intercettore vale circa 4 milioni di dollari. I Patriot sono prodotti da Lockheed Martin, azienda americana «sommersa di ordini da tutte le parti del mondo». Zelensky ha chiesto una corsia preferenziale e, parallelamente, ha scritto per ottenere l’autorizzazione a produrli in proprio — autorizzazione che gli Stati Uniti, prevedibilmente, non si affrettano a concedere.
Chi paga, dunque? Gli europei, stando alle cifre circolate. Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha indicato che entro fine 2026 i Paesi europei consegneranno aiuti militari per circa 42 miliardi di dollari. La sola Germania ne metterà sul piatto 11,5 miliardi di euro. Zelensky ha anche dichiarato di avere bisogno di circa 70 miliardi di dollari l’anno solo per mantenere un esercito professionale nel dopoguerra.
Gli Stati Uniti, invece, sotto l’amministrazione Trump, hanno sostanzialmente smesso di donare. Come ha sintetizzato il vice ambasciatore americano presso la NATO Scott Oudkirk, Washington è pronta a mediare, ma gli alleati europei «dovrebbero comprare più armi americane da consegnare all’esercito ucraino». Traduzione: non si regala più niente, ma le aziende americane devono guadagnarci. E per di più, cosa che nessuno nota, nonostante a pagare la difesa di Zelensky siamo noi, le terre rare di cui l’Ucraine è piena se le spartiscono Trump e Putin. Intelligente. Come la storia dei dazi.
La guerra con i soldi degli altri
Il meccanismo è nitido: Kiev combatte, Washington produce e vende, Berlino, Parigi, Roma e le altre capitali europee finanziano. Putin, dal canto suo, finanzia le proprie spese di guerra con le proprie risorse — petrolio, gas, entrate fiscali, economia di guerra. Domanda ipersemplificatoria: se il vostro vicino vi infastidisce, l’avvocato ve lo pagate voi o chiedete al quartiere di fare una colletta?
C’è chi potrebbe obiettare che le democrazie europee abbiano interesse a sostenere Kiev per ragioni di sicurezza collettiva. È una posizione legittima e dibattuta. Ma è altrettanto legittimo chiedersi se questa solidarietà venga esercitata con piena consapevolezza dei costi, e se quei costi vengano chiaramente comunicati ai cittadini europei — che, alla fine, sono coloro che li sostengono attraverso la fiscalità generale o, come suggeriscono alcune analisi economiche, attraverso la compressione della spesa sociale (meno ospedali, meno scuole, meno strade, energia alle stelle, carburanti alle stelle…).
Roma resta a guardare (per ora)
Nel caso italiano, la risposta al più recente appello di Zelensky è stata il silenzio istituzionale. Crosetto non ha preso impegni, e la questione è stata rinviata al tavolo europeo dell’E5 a Berlino. È una posizione attendista che, a seconda delle interpretazioni, può essere letta come prudenza o come elusione di responsabilità.
Già nel giugno 2024, l’allora ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva annunciato all’URC di Berlino la fornitura di un sistema SAMP/T e di 140 milioni di euro per infrastrutture ucraine, di cui 45 milioni destinati alla ricostruzione della cattedrale di Odessa. Un impegno concreto, ma di dimensioni ben diverse rispetto alle richieste che arrivano oggi.
I negoziati di pace a Istanbul, ricordati da Euronews, sono intanto «chiaramente bloccati», riducendosi finora a scambi di prigionieri. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato a metà luglio 2025 di aver discusso con il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov un «approccio nuovo e diverso», senza tuttavia fornire dettagli. La guerra prosegue, gli attacchi russi si intensificano, e la cassa europea continua a essere chiamata a rispondere.