Allarmi bomba, pista russa. Gli 007: «Molta strada da fare»

I servizi di intelligence di diversi Paesi europei hanno avviato un’indagine transfrontaliera per stabilire se dietro gli allarmi bomba che da martedì hanno colpito decine di voli civili ci sia la Russia. Lo ha riportato oggi il Financial Times, citando fonti d’intelligence che invitano alla prudenza: «C’è ancora molta strada da fare prima di poter attribuire con certezza la responsabilità delle minacce», sempre che le indagini arrivino a una conclusione esaustiva.
Fino a ieri il caso ruotava attorno a una firma: quella dello «Stato maschile», movimento russo di estrema destra, comparsa in una mail inviata giovedì ad Aeroporti di Roma. Il fondatore del gruppo, Vladislav Pozdnyakov, aveva negato ogni coinvolgimento. Ora il dossier passa ai servizi segreti, e il sospetto si sposta dal gruppo al Cremlino.
Allarmi bomba, cosa sostengono i servizi europei sulla pista russa
Secondo il quotidiano britannico, alcuni membri della comunità d’intelligence europea considerano Mosca «il colpevole più probabile». Citano il movente, il metodo, i precedenti e i «primi indizi forensi» emersi dall’analisi dei messaggi. Le minacce, sempre secondo queste fonti, si inserirebbero in una campagna di guerra ibrida condotta quest’anno da agenti del Cremlino in Europa.
L’ipotesi di lavoro discussa nei giorni scorsi tra le agenzie è più circoscritta: gli allarmi sarebbero opera di attivisti filo-Cremlino o gruppi di hacker. Il ruolo dei servizi russi, e la sua eventuale natura, resta da definire per le stesse fonti. Come sintetizza Novaya Gazeta Europe, anche se la mano di gruppi filorussi venisse confermata, bisognerebbe poi capire se quei gruppi siano stati diretti, incoraggiati o abbiano agito da soli. Alcune agenzie ritengono che lo scopo sia alimentare la sfiducia dei cittadini nella capacità dei governi di gestire minacce di questo tipo.
Le tracce: mail anonime, più lingue e un indirizzo in Colombia
I messaggi sono partiti da account anonimi diversi, scritti in lingue diverse a seconda del destinatario. Secondo Novaya Gazeta Europe, la traccia di uno di essi porta in Colombia. Nella mail ricevuta dai media irlandesi, gli autori sostenevano di reclutare cittadini europei e di avere accesso a dispositivi, server e account altrui.
Il responsabile della sicurezza degli aeroporti lituani ha riferito che minacce a nome dello «Stato maschile» erano già arrivate in passato. Un dettaglio storico pesa sull’intera pista: il gruppo, ricorda la BBC, è stato messo al bando da un tribunale di Mosca nel 2021. Ha conservato decine di migliaia di seguaci su Telegram e ha sostenuto l’invasione dell’Ucraina, ma per la giustizia russa è un’organizzazione fuorilegge.
Una settimana di minacce: i voli coinvolti
Il primo episodio risale a martedì: sette voli diretti in Polonia, Bulgaria, Italia e Spagna, oltre a una nave da crociera battente bandiera panamense, diretta in Israele e perquisita al largo della Grecia. Giovedì la raffica più ampia: almeno 27 voli secondo Reuters, almeno 21 dirottati secondo la stampa colombiana. L’Aeronautica militare ha scortato con i caccia un Finnair Helsinki-Roma, mentre l’aviazione francese ha accompagnato un Aer Lingus Dublino-Roma fino alla base di Évreux.
Ieri l’ondata ha toccato almeno 17 aerei e si è estesa alle redazioni. A Dublino sono state evacuate le sedi di RTÉ, Irish Independent, Newstalk e Today FM; minacce anche a Nova TV e Sky. Parigi ha segnalato quattro nuovi allarmi su aerei in volo sul territorio francese, tutti atterrati regolarmente. A Praga sono stati coinvolti nove voli, e un Wizz Air diretto a Roma è stato dirottato su Venezia. Allarmi anche su un volo Tarom a Bucarest, su due voli per Sofia, su un Ryanair a Lisbona e all’aeroporto di Copenaghen. Nel complesso, in una settimana, circa 50 aerei. Negli aerei perquisiti nessun esplosivo.
Guerra ibrida, le reazioni dei governi europei
Il governo irlandese parla di «campagna di disturbo coordinata» e il premier Micheál Martin ha promesso di perseguire i responsabili, a una settimana dal vertice di leader europei in programma a Dublino. Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares vi legge un tentativo di «aggressione ibrida e guerra psicologica», pur ammettendo la difficoltà di individuare rapidamente gli autori. L’Unione europea, invece, ha giudicato prematuro stabilire un collegamento tra i diversi episodi.
Il clima si è allargato a casi diversi. La società che costruisce il tunnel di base del Brennero, Bbt Se, ha confermato un attacco informatico subito a metà ottobre: gli hacker hanno avuto accesso parziale a dati raggiungibili da internet, senza conseguenze sul cantiere, secondo l’azienda. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha denunciato la diffusione dei propri dati personali sul dark web e ha collegato il fatto alla linea del governo su Kiev: «La nostra posizione sull’Ucraina è la ragione politica per cui sono entrato nel mirino». Tajani ha ricordato di aver creato dal primo gennaio una «direzione cyber» alla Farnesina contro incursioni di soggetti «spesso collegati in qualche modo a entità statali a noi ostili».
Pista russa e riarmo europeo: i nodi dell’attribuzione
Lo schema ricorre. A Lipsia, ad agosto, il ministro dell’Interno tedesco indicò pubblicamente Mosca per l’attacco con droni all’aeroporto. Sui congelatori dei supermercati manomessi in nove Paesi, Bruxelles ha evocato la pista russa; il Cremlino ha definito l’accusa «assurda». Ogni episodio, attribuito in forma di ipotesi, va ad alimentare l’idea di una campagna ibrida che diventa poi la premessa del caso successivo.
Questa sequenza corre parallela alle scelte di spesa. L’Unione ha lanciato nel marzo 2025 il piano ReArm Europe, con una mobilitazione fino a 800 miliardi di euro, e i Paesi Nato si sono impegnati a portare la spesa per la difesa al 5% del Pil entro il 2035. La percezione di una minaccia costante è l’argomento politico che sostiene quegli impegni davanti a opinioni pubbliche alle prese con salari fermi e servizi in affanno.
Resta poi un paradosso. Le minacce costano quasi nulla a chi le invia: qualche mail anonima. La risposta dei governi, con caccia in volo, aerei dirottati e redazioni evacuate, ne moltiplica l’effetto. Se l’obiettivo è seminare paura e sfiducia, come ipotizzano gli stessi servizi, la sua amplificazione pubblica ne è parte integrante. I «primi indizi forensi» su cui poggia il sospetto verso Mosca non sono stati descritti pubblicamente, e la loro natura determinerà quanto la pista russa sia un’evidenza investigativa o un’inferenza politica.
Tra una settimana Dublino ospiterà i leader europei. Ci arriverà con le redazioni appena evacuate e con un’indagine che, per ammissione delle stesse fonti d’intelligence, potrebbe richiedere molto tempo o non arrivare mai a un’attribuzione certa.