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Economia

Bolla AI a debito: Oracle, Broadcom e SpaceX cercano 90 miliardi. Salvataggi in vista, a carico dei cittadini?

Gli hyperscaler si indebitano anche in euro e franchi svizzeri: il rischio passa ai fondi pensione europei. Hudson: pagheranno i contribuenti.
Byoblu·08 ottobre 2026

Il boom dell’intelligenza artificiale corre a debito, e il conto cresce. SpaceX, Oracle e Broadcom stanno cercando circa 90 miliardi di dollari per costruire data center e comprare chip. Il mercato ha già reagito. I credit default swap su queste società sono saliti ai massimi storici e i prezzi delle loro obbligazioni sono scesi. Intanto una parte del rischio sta attraversando l’Atlantico e arriva nei portafogli europei.

L’onda di debito dell’intelligenza artificiale

I credit default swap, o CDS, funzionano come un’assicurazione contro l’insolvenza di chi emette un’obbligazione. Più costano, più il mercato considera concreto il rischio di non essere rimborsato. Se salgono mentre i bond perdono valore, gli investitori stanno chiedendo un compenso più alto per prestare denaro a quelle aziende.

Inoltre, molti hyperscaler, cioè i colossi che gestiscono le grandi infrastrutture cloud su cui girano i modelli di IA, stanno collocando obbligazioni investment grade in franchi svizzeri, sterline ed euro. Investment grade indica titoli con un rating giudicato sicuro, quelli che fondi pensione e assicurazioni possono comprare senza particolari vincoli.

In questo modo una parte del rischio di rifinanziamento, cioè la possibilità di non riuscire a rinnovare il debito alla scadenza a condizioni sostenibili, passa a fondi pensione e investitori istituzionali europei. Se i ricavi promessi dall’IA dovessero tardare, ne risentirebbero anche i risparmi previdenziali del continente.

Wall Street regge, l’Europa paga i tassi

Il quadro è asimmetrico. Wall Street resta sostenuta dalla corsa all’IA, che compensa l’effetto dei tassi alti. Gli investitori americani sono scettici sulle valutazioni ma non scappano.

Il rendimento del Treasury decennale, il titolo di Stato americano a dieci anni che fa da riferimento per il costo del denaro nel mondo, ha toccato punte del 5,30%. Le aste continuano comunque a raccogliere una forte domanda dall’estero. I verbali dell’ultima riunione della Federal Reserve, la banca centrale statunitense, mostrano una preferenza condivisa per un nuovo rialzo dei tassi a dicembre. Le motivazioni indicate sono le aspettative di inflazione dei consumatori in aumento e la tenuta della spesa privata.

L’Europa subisce la risalita dei rendimenti senza un settore tecnologico capace di trainare la Borsa. Il comparto bancario ha guidato i ribassi, con cali oltre il 4-5% per Deutsche Bank, Société Générale e UniCredit. Pesano le tensioni politiche e di bilancio in Francia: lo spread tra i titoli di Stato francesi (OAT) e quelli tedeschi (Bund), cioè la differenza di rendimento che misura quanto il mercato considera rischioso prestare a Parigi rispetto a Berlino, ha raggiunto i 142 punti base.

Petrolio sopra i 102 dollari, l’ombra dell’Iran

Il Brent, il greggio di riferimento per l’Europa, è tornato sopra i 102 dollari al barile. Non sono bastati il rilascio coordinato di scorte deciso dall’Agenzia internazionale dell’energia (AIE), l’organismo che gestisce le riserve di emergenza dei paesi consumatori, né l’annuncio della Francia di immettere sul mercato 10 milioni di barili di diesel dalle riserve strategiche per frenare i prezzi alla pompa.

Sulle forniture pesa il Medio Oriente. Indiscrezioni circolate negli Stati Uniti parlano di possibili nuove operazioni militari americane su larga scala contro l’Iran prima delle elezioni di metà mandato, dopo nuovi attacchi a petroliere vicino al Qatar e nel golfo di Fujairah. Mosca, nel frattempo, si è proposta come mediatrice. Ad Atene il segretario di Stato Marco Rubio ha rivendicato davanti agli europei il primato economico e militare americano.

La catena è lineare. Un’escalation spingerebbe ancora il petrolio, il petrolio alimenta l’inflazione e l’inflazione giustifica tassi più alti. Tassi più alti rendono più costoso proprio il debito con cui si finanzia l’infrastruttura dell’IA.

Michael Hudson: la recessione da IA sarà peggiore del 2008

Sulla tenuta di questo modello è intervenuto anche l’economista Michael Hudson.

La tesi di Hudson parte dagli anni di Thatcher e Reagan. Lo Stato si è ritirato dalla pianificazione della ricerca e l’ha affidata ai privati. Il capitalismo manageriale, però, ragiona per trimestri, dividendi e riacquisti di azioni proprie. Secondo Hudson, per finanziare investimenti di lungo periodo alle grandi aziende restano due strade: indebitarsi in modo colossale oppure puntare al monopolio, controllando strozzature strategiche da cui estrarre rendite in tutto il mondo. L’economista accosta la dinamica alla bolla delle ferrovie dell’Ottocento e a quella delle dot-com di fine anni Novanta.

È necessario allora coniare l’espressione «sci-fin-fi», un incrocio tra fantascienza e finzione finanziaria. A suo giudizio gran parte delle società di software legate all’IA non ha margini di profitto reali, mentre a guadagnare con certezza sono i produttori di chip come Nvidia. I costi scaricati sulle comunità sono le bollette elettriche in aumento e l’acqua sottratta per raffreddare i data center. Inoltre l’automazione dei servizi affidata ai chatbot riducono l’occupazione senza migliorare l’assistenza.

Un modello contrapposto è quello cinese, fatto di codice aperto, robotica e automazione industriale, con data center alimentati da grandi impianti solari nelle regioni occidentali. Pechino resta comunque un concorrente strategico con ambizioni proprie, tecnologiche e militari.

Il bailout come approdo

Secondo Hudson, Donald Trump era inizialmente critico verso l’IA e avrebbe cambiato posizione dopo aver ricevuto sostegno e finanziamenti dai magnati della Silicon Valley. La retorica della deregolamentazione, nella loro analisi, prepara il terreno a un futuro salvataggio pubblico. Anche le recenti richieste di regole avanzate dai giganti tecnologici servirebbero, secondo i due, a ritardare il collasso, a blindare le posizioni di monopolio contro i concorrenti esteri e a rendere politicamente accettabile un bailout a carico dei contribuenti.

Gli investimenti nell’IA sono finanziati sempre più a debito, i tassi rendono quel debito più caro e parte del rischio sta migrando verso il risparmio europeo. Per ora Wall Street tiene, e il crollo previsto da Hudson resta un’ipotesi. La promessa di una ricchezza diffusa generata dall’automazione, intanto, non si vede ancora nei salari.

Il prossimo passaggio concreto è la riunione della Fed di dicembre. Un rialzo dei tassi renderebbe più caro anche il rifinanziamento dei 90 miliardi richiesti dall’IA.

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