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Iran, raid Usa su Qeshm. Trump: «Potremmo dover attaccare Fordo»

Attacchi mirati e tenuti sotto traccia alla vigilia delle elezioni di metà mandato, mentre la Casa Bianca annuncia progressi nel negoziato con Teheran.
Byoblu·03 novembre 2026
Esteri — Byoblu

Gli Stati Uniti hanno colpito l’isola iraniana di Qeshm, nello Stretto di Hormuz, nella notte tra lunedì e martedì, a poche ore dall’apertura delle urne per le elezioni americane di metà mandato. Secondo funzionari dell’amministrazione citati dal Wall Street Journal, il raid fa parte di una serie di attacchi limitati e non annunciati condotti contro l’Iran nelle ultime settimane. Nelle stesse ore Donald Trump ha alzato il livello dello scontro sul dossier nucleare: «Potremmo dover attaccare Fordo», ha detto, riferendosi al principale e più protetto impianto sotterraneo iraniano per l’arricchimento dell’uranio. E ha aggiunto che «non sarebbe un problema».

Raid Usa su Qeshm, la versione di Washington e quella di Teheran

L’agenzia ufficiale iraniana IRNA ha riferito di cinque esplosioni sull’isola e di due aerei avvistati dagli abitanti. Secondo l’agenzia cinese Xinhua, le deflagrazioni sono state udite intorno alle 0.30 ora locale anche a Bandar Abbas, mentre altre esplosioni sono state segnalate nelle acque vicine al porto di Bandar Lengeh.

Da parte americana la ricostruzione è affidata a fonti anonime. Un alto funzionario ha parlato di una risposta al fuoco iraniano contro aerei statunitensi, escludendo l’avvio di una nuova campagna su larga scala. Altri media americani riferiscono che i Pasdaran avrebbero lanciato un missile da Qeshm contro un velivolo Usa e che i caccia avrebbero distrutto un lanciatore di missili terra-aria. Lo stesso Trump, in un’intervista a Fox News, ha confermato che le forze americane hanno condotto un attacco limitato contro una struttura iraniana. Il Pentagono ha rinviato le domande al Comando centrale per il Medio Oriente (CENTCOM), che non ha risposto nell’immediato. L’esercito israeliano ha fatto sapere di non aver partecipato all’operazione.

Qeshm è un obiettivo di primo piano. Si trova sul lato settentrionale dello Stretto, a ridosso della costa iraniana, e secondo la stampa americana ospita una vasta base missilistica sotterranea, una base navale e un grande impianto di desalinizzazione. Washington l’aveva già colpita il 2 giugno, prendendo di mira una stazione di controllo dei droni, e in passato avrebbe valutato anche l’ipotesi di occuparla.

Trump e Fordo, la minaccia sull’impianto nucleare più protetto dell’Iran

Fordo è il cuore del programma di arricchimento iraniano, scavato sotto una montagna nei pressi di Qom per resistere ai bombardamenti. Gli Stati Uniti lo avevano già colpito nel giugno 2025 con bombe anti-bunker. Evocare un nuovo attacco significa riconoscere, almeno implicitamente, che quell’operazione non ha chiuso la partita. Significa anche indicare la soglia oltre la quale il confronto cambierebbe natura. Nel dibattito ospitato in queste ore da Al Jazeera si discute ormai apertamente del rischio che un’eventuale escalation arrivi a coinvolgere armi nucleari o di natura nucleare, uno scenario che porterebbe la crisi oltre la dimensione regionale.

Iran, negoziato e bombe: la doppia linea della Casa Bianca

Lunedì Trump aveva scritto su Truth Social che il petrolio era sceso di quasi 10 dollari al barile, un calo da lui definito record, e che «l’Iran vuole un accordo, il prima possibile. Potrebbe succedere!». Il vicepresidente JD Vance si è detto ottimista e ha parlato di «progressi» nei colloqui indiretti. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha confermato che il dialogo prosegue attraverso mediatori, in particolare Qatar e Pakistan: «Data la delicatezza e la gravità della situazione, consultazioni e valutazioni proseguono in modo molto intenso».

Alla domanda se fossero previsti attacchi dopo il voto, Trump ha risposto con un secco «no», aggiungendo di non avere fretta di decidere sulla ripresa della guerra. Nelle stesse ore, però, media americani riferivano che le forze armate sono pronte a una nuova ondata di bombardamenti su larga scala e che l’ordine potrebbe arrivare proprio dopo le elezioni.

Raid su Qeshm e midterm, il peso del calendario elettorale

Il raid cade alla vigilia di un voto in cui i repubblicani difendono il controllo del Congresso. La guerra con l’Iran è diventata un tema di scontro a Washington, e la crescente contrarietà degli americani, legata soprattutto alle conseguenze economiche, viene indicata tra le cause del calo di consensi del presidente. Dopo una relativa tregua militare iniziata a settembre, Stati Uniti e Israele avevano intensificato le minacce proprio negli ultimi giorni, con il voto americano alle porte e un dopo-elezioni incerto anche in Israele.

Letta in sequenza, la strategia appare costruita su due binari. Il primo è rivolto agli elettori: un accordo dato per vicino, il greggio in calo, la smentita di nuove offensive. Il secondo è rivolto a Teheran: colpi mirati, tenuti deliberatamente sotto traccia, per mantenere la pressione senza dare l’impressione di una guerra che riprende. Sono gli stessi funzionari americani a spiegare che il basso profilo serve a non segnalare l’intenzione di riprendere le operazioni su vasta scala. Ne discende che milioni di cittadini votano su un conflitto le cui azioni militari vengono in parte sottratte al dibattito pubblico. Il richiamo a Fordo completa il quadro: un messaggio di forza spendibile al tavolo negoziale, che lascia aperta ogni opzione per il giorno dopo il voto.

Stretto di Hormuz, i rischi di un allargamento del conflitto

La guerra è iniziata il 28 febbraio con i raid israelo-americani sull’Iran. Da allora Teheran tiene chiuso lo Stretto di Hormuz, il corridoio tra Iran e Oman da cui in condizioni normali transita circa un quinto del petrolio mondiale, e colpisce le navi che tentano di attraversarlo senza autorizzazione. Gli Stati Uniti hanno risposto con un blocco navale, la cui rimozione è per Teheran una condizione preliminare a qualsiasi intesa. Sono trascorsi 248 giorni dall’inizio del conflitto e 139 dalla firma di un memorandum d’intesa tra le due parti, che finora non ha prodotto una pace stabile.

Gli ultimi sviluppi mostrano quanto sia ridotto il margine di errore. La marina dei Pasdaran ha denunciato esplosioni e incendi a bordo di tre petroliere transitate su rotte non autorizzate. Ha inoltre rivendicato la cattura di droni da ricognizione americani a sud di Qeshm: secondo IRNA, tra questi ci sarebbe un MQM-170 Outlaw, il quarto preso intatto dopo averne violato i sistemi di guida, che Teheran accusa di essere stato impiegato per mappare le difese aeree lungo la costa del Golfo. Il 6 ottobre le forze americane avevano distrutto nel Golfo di Oman un’imbarcazione che, si è scoperto in seguito, serviva ai Pasdaran per individuare bersagli navali. I Guardiani della Rivoluzione indicano come priorità la prontezza al combattimento, l’aggiornamento della lista degli obiettivi e una risposta immediata senza limiti geografici.

Iran-Usa, come il raid viene raccontato all’estero

L’agenzia cinese Xinhua sottolinea che, a differenza delle prime fasi del conflitto, Washington non annuncia più i propri attacchi. Il quotidiano governativo russo Rossiyskaya Gazeta insiste sul carattere segreto delle operazioni, condotte mentre la Casa Bianca parlava di diplomazia. Le testate asiatiche ed europee in lingua turca collegano esplicitamente il raid al voto americano.

L’esito delle elezioni, atteso nelle prossime ore, sarà il primo banco di prova di questa doppia linea. I piani per un’offensiva su larga scala risultano pronti, la mediazione di Qatar e Pakistan prosegue, e Fordo resta il punto oltre il quale la crisi del Golfo cambierebbe dimensione.

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