Silvia Salis al campo progressista: «Basta con i distinguo e i veti». E su Renzi: «Discussioni sterili»

Silvia Salis chiede al campo progressista di smettere di dividersi. La sindaca di Genova ha dichiarato oggi «basta con i distinguo e i veti» e ha invitato le forze del centrosinistra a «trovare punti di unione», perché «gli elettori si aspettano questo». Sull’ipotesi di Matteo Renzi alla guida dell’area centrista della coalizione ha tagliato corto: «discussioni sterili». Il suo impegno, ha ribadito, resta Genova.
L’appello arriva a circa un anno dalle elezioni politiche previste nel 2027. Il centrosinistra non ha ancora un candidato alla guida né un programma comune.
Silvia Salis, il modello Genova e i limiti dell’appello all’unità
Salis parla da una posizione particolare. Nel maggio 2025 ha conquistato Palazzo Tursi al primo turno, sostenuta da uno schieramento che andava dal Pd al Movimento 5 Stelle, fino ad Alleanza Verdi e Sinistra e a Italia Viva. Quella formula, ribattezzata «modello Genova», è diventata il riferimento di chi nel centrosinistra cerca una coalizione larga. Il suo nome circola da tempo come possibile figura di sintesi a livello nazionale. Lei continua a sottrarsi, richiamando il mandato da sindaca.
Il richiamo all’unità coglie un problema reale: i veti incrociati hanno paralizzato il centrosinistra per anni. L’appello però resta sul piano del metodo. Indica che cosa evitare, cioè i distinguo, e lascia aperta la questione di su che cosa unirsi. È proprio sui contenuti che le forze del campo continuano a dividersi.
Campo progressista diviso su Renzi, Gaza e armi all’Ucraina
Il primo fronte è quello delle persone. La presenza di Renzi è stata per lungo tempo un tabù per il Movimento 5 Stelle, che lo considera il simbolo di una stagione politica opposta alla propria. Liquidare la questione come «sterile» rinvia lo scontro senza risolverlo.
Il secondo fronte è la politica estera. A Gaza si consuma una catastrofe umanitaria in cui la responsabilità del governo Netanyahu è schiacciante. Le forze del campo progressista non hanno parlato con una sola voce sulle misure da adottare nei confronti di Israele. Le distanze riguardano le parole da usare, le sanzioni e i rapporti commerciali e militari.
Il terzo fronte, il più profondo, è la guerra in Ucraina. Nel marzo 2025 il Pd si spaccò al Parlamento europeo sul piano di riarmo ReArm Europe, da circa 800 miliardi di euro. Movimento 5 Stelle e Avs si oppongono all’invio di armi a Kiev. Dentro il Pd la segretaria Elly Schlein evita di esporsi, mentre l’area atlantista del partito mantiene una linea di pieno sostegno militare. Sono posizioni incompatibili. Nessun appello all’unità, per quanto sincero, può conciliarle senza una scelta politica netta.
Centrosinistra, pandemia ed europeismo: la memoria degli elettori
L’unità invocata da Salis deve fare i conti anche con il passato recente. Durante la pandemia il Pd e gran parte del centrosinistra hanno sostenuto ogni restrizione alle libertà personali. Hanno appoggiato l’introduzione del super green pass e dell’obbligo vaccinale per gli over 50. Chi non si sottoponeva al trattamento perdeva l’accesso al lavoro, ai trasporti e alla vita sociale, mentre i sanitari non vaccinati venivano sospesi senza stipendio. Per molti cittadini quella stagione resta la più grave discriminazione di una minoranza nell’Europa del dopoguerra. Il centrosinistra la difese e la rivendicò, bollando come irresponsabile chi dissentiva. Per una parte dell’elettorato quella ferita non si è mai chiusa.
C’è poi l’impostazione economica e internazionale. Il Pd votò il pareggio di bilancio in Costituzione nel 2012 e sostenne il governo Monti. Oggi il partito sostiene l’abolizione del veto nazionale in materia di esteri, difesa e fisco nell’Unione europea. L’europeismo coltivato in questi anni da quell’area significa integrazione forzata, vincoli di bilancio e ora un’economia di guerra che sposta risorse dalla spesa sociale all’industria degli armamenti. È una linea vicina agli interessi dei grandi gruppi finanziari e industriali più che a quelli dei ceti popolari che la sinistra dichiara di rappresentare.
Unità del campo progressista e astensionismo: il nodo del 2027
Il punto più fragile dell’appello di Salis riguarda proprio gli elettori. La sindaca sostiene che chiedano unità. I numeri delle ultime tornate raccontano anche altro: alle regionali del 2025, in diverse regioni, ha votato meno di un elettore su due. Il campo progressista ha mostrato una scarsa capacità di riportare alle urne gli astensionisti, molti dei quali sono stati delusi proprio dalle scelte su pandemia, guerra e austerità.
Una coalizione che si tiene insieme per sommare sigle può vincere un’elezione locale. A livello nazionale, con la politica estera e la spesa pubblica al centro dello scontro, i conflitti rimossi tendono a riemergere al primo voto parlamentare. È successo con il governo Conte II e si è ripetuto con il governo Draghi.
La riforma elettorale in discussione premia le coalizioni con un premio di maggioranza. Per il centrosinistra l’alleanza diventa quindi un obbligo aritmetico prima ancora che politico. Su quel terreno, e sui contenuti di un programma comune che ancora non esiste, si misurerà la tenuta dell’unità chiesta da Salis.