Adinolfi: «Invidio Lavitola, lui libero io arrestato. Due pesi, due misure!»

Mario Adinolfi è agli arresti domiciliari dal 8 luglio con l’accusa di truffa aggravata ed evasione fiscale. Oggi, attraverso il suo pool difensivo, affida alla stampa una nuova dichiarazione che è, nei fatti, un attacco diretto al sistema mediatico e giudiziario italiano. Il bersaglio scelto è preciso: il confronto con Valter Lavitola, l’imprenditore indagato come presunto mandante dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci.
«Invidio Valter Lavitola», scrive Adinolfi, «accusato di un reato lievissimo — mandante di strage — è lasciato tranquillamente a piede libero dalla procura di Roma, anche se avrebbe fatto scappare il suo complice factotum in Camerun ed era pronto a fuggire lui stesso». Il sarcasmo è pesante e consapevole. Adinolfi aggiunge che Lavitola «può giocare la carta jolly: il suo amico Sigfrido Ranucci». Risultato, secondo lui: «per lui sui giornali scattano i condizionali, mentre il pm lo ascolta a piede libero e quello si avvale pure della facoltà di non rispondere».
Per sé, invece, un trattamento opposto: «Io, evidentemente accusato di reati più gravi di strage, sono stato arrestato e mi mettono il braccialetto elettronico. Ai giornali sono state passate istantaneamente e illegalmente tutte le carte, sempre dalla procura di Roma. Quotidiani e tg emettono sentenze già definitive di condanna, per me niente uso del condizionale».
La chiusura è una provocazione esplicita al lettore: «Quando notate i due pesi e le due misure così plateali, chiedetevi almeno il perché».
La vicenda: cosa è successo dall’8 luglio
Per capire il peso di queste parole, è utile ricapitolare i fatti. L’8 luglio la Guardia di Finanza, su richiesta della Procura di Roma, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari nei confronti di Adinolfi. Le accuse, coordinate dal procuratore aggiunto Maurizio Arcuri, comprendono truffa aggravata, evasione fiscale per circa 400mila euro, esercizio abusivo della raccolta del risparmio e abusivismo finanziario.
Al centro dell’inchiesta c’è la cosiddetta «Scommessa Collettiva»: un sistema attraverso cui Adinolfi avrebbe raccolto — nell’arco di un quinquennio — oltre 4,7 milioni di euro da privati, con la promessa di rendimenti garantiti fino al 40% annuo grazie a scommesse sportive gestite tramite algoritmi e un «team di esperti». I versamenti avvenivano sui conti personali di Adinolfi, senza contratti scritti. La quota standard andava dai 3mila ai 10mila euro, ma in alcuni casi i singoli investitori avrebbero affidato somme superiori ai 100mila euro.
Secondo la Procura, solo una piccola parte del denaro sarebbe effettivamente confluita in scommesse sportive. Il resto sarebbe stato usato per spese personali: barche, orologi di lusso, quadri, lingotti, monete straniere, viaggi. Uno schema che gli inquirenti ritengono compatibile con un meccanismo di tipo Ponzi: i rimborsi ai partecipanti più datati sarebbero stati finanziati con i versamenti dei nuovi entranti, non con le vincite reali. Il gip Giulia Arcieri, nell’ordinanza, parla di «scaltrezza, pervicacia e spregiudicatezza» e di «spiccata propensione all’occultamento dei flussi reddituali». Aggiunge anche che Adinolfi sarebbe già pronto a replicare lo schema con una nuova sigla, «Cristo Regna».
L’inchiesta è stata in parte alimentata dai servizi de Le Iene, che tra il 2025 e il 2026 hanno raccolto testimonianze di presunti truffati. Tra i casi più emblematici, una donna di quasi settant’anni, invalida, che avrebbe versato 82mila euro — i risparmi di una vita — senza mai riaverli.
La difesa di Adinolfi: «Vivo da monaco»
Già il 9 luglio Adinolfi aveva rotto il silenzio con una lunga lettera affidata al suo avvocato Riccardo Di Lorenzo. «Sono totalmente innocente», aveva scritto, smontando punto per punto le accuse di vita lussuosa: «Ma è davvero tanto difficile verificare che alle Maldive o in Egitto non sono mai stato in vita mia? Che non solo non posseggo ma non sono mai salito in vita mia su uno yacht? Che mai e poi mai ho posseduto quadri o lingotti?». E ancora: «I poveri finanzieri sono andati via con due fogli di carta e un bancomat. Vivo da monaco».
Sul piano giuridico, ha annunciato ricorso al Tribunale del Riesame, sostenendo che non sussistano le condizioni per la misura cautelare: «Reiterazione del presunto reato, rischio di inquinamento delle prove e pericolo di fuga evidentemente non sussistono».
Ha anche attaccato la fuga di notizie: «Affronterò la violazione istantanea del segreto istruttorio con la diffusione ai media di ogni dettaglio delle carte che dovrebbero essere secretate». E ha corretto quella che ritiene un errore nei resoconti giornalistici: «I tg dicono che l’associazione Cristo Regna ha raccolto 3 milioni di euro — leggetele almeno bene le carte che vi hanno passato, c’è scritto 3mila euro».
Il confronto Lavitola-Adinolfi: una domanda che merita risposta
Il punto sollevato oggi da Adinolfi non è difensivo nel senso stretto: è una denuncia di sistema. E, al netto delle responsabilità individuali che solo un processo potrà accertare, merita almeno di essere preso sul serio.
Lavitola è indagato come presunto mandante di un attentato — reato ben più grave, almeno sulla carta, della truffa — eppure è rimasto a piede libero, ascoltato dalla Procura di Roma, con ampio uso del condizionale nei resoconti giornalistici. Adinolfi, indagato per frode finanziaria, è finito ai domiciliari con braccialetto elettronico, le sue carte diffuse in tempo reale ai media, e la copertura mediatica che lo trattava già da condannato prima di qualsiasi sentenza.
Si può sostenere che le misure cautelari dipendono da valutazioni tecniche sui rischi di reiterazione del reato, di fuga o di inquinamento delle prove — criteri diversi per reati diversi. Può essere. Ma la differenza nel trattamento mediatico — condizionale per uno, sentenza definitiva per l’altro — è difficile da spiegare solo con la logica processuale.
La vicenda Adinolfi è seria, i presunti danneggiati esistono, e le carte processuali pure. Nessuno ha interesse a minimizzare la sofferenza di chi sostiene di aver perso i propri risparmi. Ma questo non esime dall’osservare che il metro con cui il sistema mediatico misura i propri protagonisti non è sempre lo stesso. E quella domanda finale di Adinolfi — «Quando notate i due pesi e le due misure così plateali, chiedetevi almeno il perché» — rimane sospesa in attesa di una risposta che i giornali mainstream non sembrano avere fretta di dare.