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Economia

Alibaba fa causa al Pentagono: inserita nella blacklist militare.

Alibaba fa causa al Pentagono dopo essere finita nella blacklist delle ‘aziende militari cinesi’. La vera posta in gioco è il dominio tecnologico globale degli USA.
Byoblu·24 giugno 2026
Economia — Byoblu
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Il colosso cinese dell’e-commerce Alibaba ha depositato ieri una denuncia presso un tribunale federale di San Jose, in California, contro il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Il motivo: essere stata inserita, il 9 giugno scorso, nella cosiddetta “1260H list“, la lista del Pentagono delle aziende ritenute collegate all’apparato militare cinese. Insieme ad Alibaba figurano altri colossi come il motore di ricerca Baidu, il produttore di auto elettriche BYD, il fabbricante di robot Unitree e decine di altre imprese attive nell’intelligenza artificiale, nella biotech e nell’energia solare.

Nel ricorso, Alibaba sostiene che la designazione “non ha alcun fondamento né nei fatti né nel diritto”. L’azienda si descrive come un’impresa governata da un consiglio di amministrazione indipendente, senza alcun affiliato militare, i cui prodotti e servizi riguardano il commercio al dettaglio, la logistica e l’informatica per le imprese — non armamenti, difesa o intelligence. La società contesta anche la violazione del giusto processo costituzionale e della libertà di espressione.

Cos’è Alibaba — e perché dovreste saperlo

Per chi non la conosce: Alibaba è, in estrema sintesi, l’Amazon cinese, moltiplicato per dieci. Fondata nel 1999 da Jack Ma, è uno dei gruppi tecnologici più grandi del pianeta: gestisce piattaforme di vendita online, servizi cloud, pagamenti digitali, logistica e molto altro. Ogni anno muove volumi di merci che superano quelli di Amazon e eBay messi insieme. È quotata sia a Hong Kong che a New York.

Il fatto che un’azienda del genere — nata per vendere vestiti e gadget a prezzi stracciati — finisca su una lista del Pentagono accanto a costruttori di caccia militari dice tutto sull’escalation della guerra commerciale e tecnologica tra Stati Uniti e Cina.

La lista e le sue crepe

Il Pentagono ha giustificato l’inserimento di Alibaba con due sole frasi: l’azienda sarebbe “indirettamente affiliata” all’ente statale che gestisce gli asset pubblici cinesi e “affiliata” al Ministero dell’Industria e dell’Informatica (MIIT). Non viene citato alcun contratto militare, nessun cliente nella difesa, nessuna condotta specifica.

Un’analisi pubblicata da Foreign Policy firmata da Charles Sun e Christopher Nye mette a nudo la fragilità logica della lista: il MIIT regola l’intero settore tecnologico cinese, quindi per questa logica praticamente qualsiasi azienda tech cinese sarebbe «affiliata» al ministero. Bloomberg ha osservato che il Pentagono potrebbe giustificare teoricamente l’inserimento di quasi qualsiasi impresa cinese con una presenza negli Stati Uniti. La lista è passata da 134 a 188 aziende nel giro di pochi mesi.

C’è anche una storia curiosa: a febbraio 2026 il Pentagono aveva pubblicato una versione quasi identica della lista, salvo ritirarla nel giro di minuti senza spiegazioni. La motivazione, emersa in seguito, sarebbe stata politica: era in corso la visita di Trump a Pechino e i produttori americani di chip temevano svantaggi competitivi se i rivali cinesi del settore memoria fossero stati esclusi dalla lista. La versione di giugno li ha reintrodotti.

La dottrina della “fusione militare-civile” — e il paradosso

Il cuore del problema è un concetto chiamato “military-civil fusion“: in Cina, per legge e per sistema di incentivi statali, le aziende private possono essere mobilitate a fini militari senza che sia necessario un ordine esplicito. Premi industriali come il titolo “Little Giant” (assegnato a oltre 14.000 imprese) portano sussidi e vantaggi fiscali, ma anche una potenziale sovrapposizione con le esigenze della difesa.

Il Congresso americano ha recepito questo concetto in una norma nel dicembre 2024. Il problema, come nota Foreign Policy, è che l’ha poi trasformato in una lista nome-per-nome, uno strumento inadatto a fotografare un sistema diffuso e capillare. Il risultato è una rete talmente larga da rischiare di catturare tutto — e quindi di perdere di significato.

La guerra silenziosa: dall’e-commerce all’intelligenza artificiale

Questo episodio non va letto da solo. Si inserisce in una strategia americana molto più ampia di protezione degli interessi nazionali, che attraversa tutti i settori strategici. Poche settimane prima che Alibaba finisse sulla blacklist del Pentagono, due strumenti di intelligenza artificiale sviluppati da aziende americane — Mythos e Fable — sono stati resi inaccessibili agli utenti al di fuori degli Stati Uniti, senza preavviso. Nel dibattito specialistico si parla da tempo di “kill switch”: la capacità, incorporata nelle piattaforme tecnologiche e nei sistemi AI americani, di essere disattivati selettivamente per utenti o paesi stranieri.

Non si tratta di coincidenze. Si tratta di una dottrina coerente: gli Stati Uniti considerano la tecnologia — cloud, AI, semiconduttori, robotica, e-commerce — parte integrante della loro sicurezza nazionale e del loro predominio geopolitico. I meccanismi cambiano (liste nere, restrizioni all’export, kill switch, dazi), ma la direzione è unica: tenere il controllo.

E l’Italia? Ah sì, la tassa sui piccoli pacchi

Di fronte a una tale mobilitazione di strumenti — legali, commerciali, tecnologici, regolatori — vale la pena chiedersi come risponda l’Europa, e in particolare l’Italia, a questa partita.

La risposta, purtroppo, è nota: con la tassa sui piccoli pacchi provenienti dalla Cina, introdotta a livello europeo per proteggere i rivenditori locali dalla concorrenza di piattaforme come Temu e Shein. Una misura che colpisce soprattutto i consumatori italiani a basso reddito, che su quelle piattaforme compravano prodotti a prezzi accessibili, e che non tocca in alcun modo la partita strategica su AI, semiconduttori, cloud e dati.

Gli Stati Uniti costruiscono muri tecnologici, blindano le loro piattaforme, usano la leva militare per escludere i concorrenti dai mercati globali. L’Italia — e l’Europa — rispondono tassando le buste da imballaggio. La sproporzione dice tutto sullo stato dell’arte della sovranità digitale e industriale del nostro paese.

I prossimi sviluppi

Il divieto per il Pentagono di contrattare con le aziende in lista scatta il 30 giugno 2026. Dal giugno 2027 si estenderà anche agli appalti indiretti, attraverso fornitori terzi. Alibaba non è sola nella contestazione legale: Baidu, BYD e altri hanno annunciato ricorsi o valutano azioni simili. In passato, Xiaomi è riuscita a farsi rimuovere dalla lista nel maggio 2021 attraverso un ricorso giudiziario.

Nell’immediato, i mercati hanno reagito con relativa calma: i titoli di Alibaba e Baidu hanno perso meno dell’1% a Hong Kong al momento dell’annuncio ufficiale. Il vero banco di prova sarà il processo legale di Alibaba — e la visita di Xi Jinping a Washington, attesa per settembre 2026, che potrebbe cambiare le carte in tavola.


Fonti:

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