COP31 Antalya senza Usa: clima, carbone e un’Europa divisa

Si apre domani ad Antalya, sulla costa mediterranea della Turchia, la COP31, la trentunesima conferenza delle Nazioni Unite sul clima. Fino al 20 novembre i delegati di oltre 190 Paesi discuteranno di emissioni, energia e finanza climatica all’Expo Center della città. Mancheranno gli Stati Uniti. L’assenza della prima economia del mondo rende più evidenti le divisioni del fronte occidentale. L’Europa, in particolare, arriva ad Antalya senza una strategia energetica autonoma.
COP31 Antalya, un vertice a doppia regia
La COP è l’organo decisionale supremo della Convenzione quadro dell’ONU sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e si riunisce ogni anno dal 1995. Quella di Antalya nasce da un compromesso. Turchia e Australia si erano candidate entrambe e nessuna delle due voleva ritirarsi. Nel novembre 2025, dopo una settimana di trattative durante la COP30 in Brasile, è arrivato l’accordo: la Turchia ospita, l’Australia guida i negoziati.
La presidenza della conferenza spetta a Murat Kurum, ministro turco dell’Ambiente, dell’Urbanizzazione e del Cambiamento climatico. Il ministro australiano per il Clima e l’Energia, Chris Bowen, sarà vicepresidente e presidente dei negoziati formali. Ad Ankara resta la cosiddetta Agenda d’azione, cioè il pacchetto di iniziative non negoziali. Il vertice dei capi di Stato e di governo è fissato per l’11 e il 12 novembre, terzo e quarto giorno dei lavori. Nelle edizioni precedenti si teneva in apertura.
Usa assenti dalla COP31: una scelta politica
La sedia vuota di Washington va letta come una scelta strategica. L’amministrazione Trump ha avviato all’inizio del 2025 l’uscita dall’Accordo di Parigi e ha impostato la propria politica energetica sulla produzione nazionale di petrolio e gas. Gli Stati Uniti hanno così rinunciato a un tavolo multilaterale che ritengono contrario ai propri interessi economici.
La stampa britannica e americana presenta il vertice in termini di emergenza. Si parla di «riscaldamento globale senza precedenti causato dall’uomo» e di temperature globali sul punto di superare una «soglia chiave».
COP31, la soglia di 1,5 gradi e i limiti della serie storica
La soglia è quella di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. L’ha fissata come obiettivo l’Accordo di Parigi del 2015, firmato da 195 Paesi. È un riferimento politico costruito su una serie di dati breve: le misurazioni strumentali sistematiche della temperatura globale coprono poco più di un secolo e mezzo, a partire dalla metà dell’Ottocento.
Su scale temporali più lunghe il clima della Terra ha conosciuto oscillazioni ampie e ricorrenti. Ci sono state le glaciazioni e le fasi interglaciali scandite dai cicli orbitali descritti da Milanković. Ci sono stati l’optimum climatico medievale e la Piccola età glaciale, durata all’incirca dal XIV al XIX secolo. Sono variazioni ricostruite attraverso carote di ghiaccio, sedimenti e anelli degli alberi, e avvenute senza alcun contributo industriale. Ricordarle serve a collocare il dato attuale in una prospettiva più ampia di quella suggerita dal conto alla rovescia sulla soglia.
Le misurazioni indicano che il pianeta attraversa una fase di riscaldamento. Per chi vive sul Mediterraneo la questione più concreta riguarda gli effetti: siccità, ondate di calore nelle città, piogge intense che colpiscono infrastrutture spesso vecchie e mal mantenute. Le risposte sono note e misurabili. Servono reti idriche che non disperdano l’acqua, nuovi invasi, il riuso delle acque reflue, sistemi di drenaggio urbano e più verde nelle città per ridurre le isole di calore. Nelle agende delle COP, però, l’adattamento continua a occupare uno spazio minore rispetto agli impegni sulle emissioni.
Turchia alla COP31: elettrificazione e carbone
Ankara si presenta come paladina della transizione. Kurum porterà al tavolo l’iniziativa «35 by 35»: portare l’elettricità al 35% della domanda energetica mondiale entro il 2035. È un obiettivo non vincolante. «La crisi energetica di quest’anno ci ha scossi», ha detto giovedì scorso il presidente della COP. «Ormai tutti capiscono che l’energia che importi è energia che non controlli». Il ministro dell’Energia Alparslan Bayraktar ha presentato lo stesso giorno un piano da 500 miliardi di dollari per elettrificare l’economia e quadruplicare la capacità eolica e solare installata, fino a 175 gigawatt.
I numeri del Paese ospitante raccontano anche altro. Un terzo dell’elettricità turca viene dal carbone, non c’è una data per abbandonarlo e sono in programma ampliamenti di due centrali esistenti. Bayraktar lega l’uscita dal carbone alla crescita del nucleare: il primo reattore turco dovrebbe entrare in funzione entro fine anno. Il centro di analisi Climate Action Tracker giudica gli obiettivi turchi «criticamente insufficienti» e parla di una «crisi di contraddizione». Yagiz Eren Abanus, del Centro per la giustizia spaziale, è più diretto: «La Turchia non sta riducendo i gas serra, li sta aumentando». Secondo Abanus, il taglio del 41% rispetto alle proiezioni al 2035 consente in realtà un aumento del 16% rispetto a oggi.
C’è poi il capitolo rifiuti. L’iniziativa Rifiuti Zero guidata da Emine Erdoğan, moglie del presidente, è il fiore all’occhiello della diplomazia ambientale di Ankara. Gli attivisti locali ricordano però che la Turchia non ha aderito all’impegno globale sul metano. Continua inoltre a importare rifiuti plastici, soprattutto dall’Europa, al punto da essere diventata di fatto la «discarica d’Europa».
Europa senza strategia alla COP31
La frase di Kurum sull’energia importata riguarda da vicino Bruxelles. L’Unione europea dipende dall’estero per gran parte del suo fabbisogno energetico. Esporta oltre confine una quota dei propri rifiuti plastici. Negli ultimi due anni ha spostato risorse e attenzione politica sul riarmo. Arriva così ad Antalya con obiettivi climatici ambiziosi sulla carta e scarsa autonomia nei fatti.
Il vuoto lasciato da Washington apre spazio agli attori che dispongono delle tecnologie. La Cina domina la produzione mondiale di pannelli solari e batterie. Un’agenda costruita attorno all’elettrificazione, come quella turca, finisce per valorizzare proprio le filiere industriali in cui Pechino è più forte.
COP31, chi guadagna dallo stallo
Gli interessi in conflitto sono evidenti. Né la Turchia né l’Australia, i due Paesi che guidano la conferenza, hanno adottato una tabella di marcia nazionale per l’uscita dai combustibili fossili. I produttori di idrocarburi hanno poco da perdere da un negoziato senza vincoli. L’industria petrolchimica ha uno sbocco alternativo garantito. «L’industria della plastica è il cavallo di Troia dell’industria dei combustibili fossili», sostiene Emel Turker Alpay di Greenpeace Turchia. Quando gli idrocarburi estratti non servono più per produrre energia, spiega, vengono dirottati verso la petrolchimica.
Il primo banco di prova sarà il vertice dei leader dell’11 e 12 novembre. Sarà la prima occasione per capire quanti capi di governo occidentali sceglieranno di presentarsi ad Antalya senza la Casa Bianca.