Emma, l’AI italiana che fa ridere (e preoccupa). Tra Fable ed Emma, tutto l’incolmabile vuoto che ci separa da Stati Uniti e Cina.

Oggi, un modello di intelligenza artificiale italiano di nome Emma è finito al centro di una valanga di commenti sarcastici sui social network. Il motivo è semplice: alle domande degli utenti, il sistema restituisce risposte palesemente errate e in alcuni casi grottesche. Sergio Mattarella viene descritto come imprenditore e fondatore della Repubblica italiana, Anna Frank come attrice porno, Donald Trump come primo presidente degli Stati Uniti apertamente gay. Il risultato è stato un flusso di post ironici su X, con commenti come «raramente ho riso così tanto» o «sicuramente è basata sul cervello di qualche sottosegretario».
Cos’è Emma e chi la sviluppa
Emma è un Large Language Model (LLM) di tipo decoder-only, ancora in fase sperimentale, sviluppato da Egomnia S.p.A., società quotata alla Borsa di Milano dal 2024 e fondata da Matteo Achilli. Secondo quanto si legge sul sito ufficiale dell’azienda, il modello è open source e progettato specificamente per la lingua italiana, con l’obiettivo dichiarato di «garantire sovranità tecnologica» e offrire «un’alternativa trasparente, personalizzabile e indipendente per aziende, istituzioni e sviluppatori».
Egomnia ha pubblicato anche un Manifesto — intitolato «LLM italiano per la sovranità tecnologica» — in cui sostiene che «per troppo tempo i modelli linguistici che plasmano informazione, lavoro e conoscenza sono stati sviluppati altrove, secondo logiche, valori e priorità non sempre allineati con il contesto italiano ed europeo». La missione dichiarata è quella di «rilanciare un ecosistema italiano dell’intelligenza artificiale, capace di essere autonomo, competitivo e coerente con le esigenze del Paese».
Il divario tra ambizioni e risultati
Il problema, per ora, è che le prestazioni del modello sembrano distanti dalle ambizioni del progetto. La qualità delle risposte e la velocità di elaborazione di Emma sarebbero lontane non solo dai principali concorrenti internazionali, ma persino da sistemi ben più datati e meno sofisticati. La situazione, al di là dei meme, solleva interrogativi seri sulla reale maturità del prodotto.
Il lancio di Emma arriva in un momento in cui il tema della dipendenza tecnologica dell’Europa — e dell’Italia in particolare — dagli Stati Uniti è più che mai attuale. Il 12 giugno 2026, una direttiva del Dipartimento del Commercio americano ha reso inaccessibili per gli utenti non statunitensi due modelli di Anthropic, Fable e Mythos, senza alcun preavviso. Un episodio che, secondo Michele Colajanni, docente all’Università di Bologna e tra i massimi esperti italiani di sicurezza informatica, ha dimostrato l’esistenza concreta di un «kill switch» tecnologico nelle mani di soggetti esterni: «Siamo una nazione a sovranità limitata, anzi limitatissima, dal punto di vista digitale e tecnologico», ha dichiarato l’esperto, stimando in almeno vent’anni il tempo necessario per colmare il divario con gli Stati Uniti.
Un contesto più ampio
In questo scenario, il tentativo di Egomnia si inserisce in un dibattito europeo crescente sulla necessità di costruire infrastrutture digitali autonome. La Commissione europea ha adottato il 3 giugno 2026 il Cloud and AI Development Act, che disciplina la sovranità sulle infrastrutture su cui girano i modelli AI. L’Italia, intanto, mostra risultati contraddittori: il Polo Strategico Nazionale, presentato come soluzione di cloud sovrano per la pubblica amministrazione, si fonda su tecnologie di Google e Oracle.
Se Emma, nei suoi errori clamorosi, ha offerto al Web italiano una mattinata di ilarità involontaria, la domanda che resta aperta è più seria: costruire un’intelligenza artificiale italiana è una sfida tecnologica alla portata del tessuto industriale e accademico del Paese, o un obiettivo che richiede investimenti e tempi ben diversi da quelli finora messi in campo? La risposta, per ora, non arriva né da Emma né dal dibattito politico.