Lettera di Meloni sul negoziatore per l’Ucraina: Costa accetta di discuterne

Giorgia Meloni ha ottenuto che la questione del negoziatore Ue per l’Ucraina venga discussa al Consiglio europeo informale di Dublino, in programma venerdì prossimo, 13 novembre. Lo ha annunciato oggi la presidente del Consiglio a margine della visita a Eicma, il salone del motociclo di Milano. Il presidente del Consiglio europeo António Costa le ha risposto ieri sera con una lettera. Il risultato è un punto in agenda. Arriva mentre la trattativa reale si sposta ad Abu Dhabi, dove Stati Uniti, Russia e Ucraina si siederanno martedì e mercoledì prossimi senza i rappresentanti dell’Unione.
«Mi ha risposto il Presidente del Consiglio europeo Costa, nella serata di ieri, ha inviato una lettera dicendo che avrebbe trovato lo spazio nel Consiglio europeo informale di Dublino per questa discussione», ha detto Meloni. E ancora: «Penso che abbiamo posto una questione pragmatica sulla quale molti colleghi sono d’accordo e confidiamo che si possa trovare una soluzione».
Negoziatore Ue, la lettera di Meloni contro i formati paralleli
Tutto parte dalla lettera inviata da Palazzo Chigi giovedì 5 novembre. Meloni vi denunciava una diplomazia europea frammentata in iniziative che si rincorrono. Il rischio, scriveva, è di «condannare l’Europa all’irrilevanza» nel processo negoziale. L’immagine di un’Europa divisa, secondo la presidente del Consiglio, finisce per servire chi vuole che la guerra continui.
L’elenco dei formati citati è lungo. I colloqui di Miami. L’incontro di Oslo, a cui ha preso parte uno stretto collaboratore di Ursula von der Leyen. La telefonata a Vladimir Putin del 27 ottobre del presidente finlandese Alexander Stubb e del capo del governo norvegese Jonas Gahr Støre. Poi la riunione in formato Berlino prevista il 12 novembre a Dublino, a margine del vertice della Comunità politica europea, e il vertice della Coalizione dei volenterosi a Berlino il 19. Infine, le riunioni tecniche a Bruxelles fra la Commissione e due soli Stati membri, Francia e Germania.
Meloni ha precisato di non chiedere un posto per sé o per l’Italia. Ha però fissato un paletto: Roma non accetterà impegni negoziati senza mandato che poi sarebbe chiamata a onorare. La richiesta è una discussione a Dublino e una decisione formale al vertice di dicembre, dopo consultazioni con Regno Unito e Norvegia.
Costa risponde: a rappresentare l’Ue siano le istituzioni
La risposta di Costa, ottenuta dal quotidiano spagnolo Demócrata, concede il tempo in agenda e ribadisce che l’Unione deve partecipare «in modo appropriato» ai dibattiti sulla sicurezza europea e sul futuro dell’Ucraina. Il passaggio più rilevante è un altro: gli interessi dell’Unione, scrive Costa, «devono essere rappresentati dalle sue istituzioni, in conformità con i Trattati». La lettera, secondo Demócrata, non indica un meccanismo di rappresentanza né un nome.
Secondo Brussels Signal, la formula lascia intendere che Costa veda il seggio europeo assegnato a Bruxelles, più che a un inviato scelto dalle capitali. È una distanza sostanziale dall’impostazione italiana. Lo stesso sito ricorda che a giugno Meloni aveva di fatto escluso Mario Draghi dal ruolo, sostenendo che dovesse andare a una figura di uno Stato membro di medie dimensioni.
Ucraina, ad Abu Dhabi il tavolo è a tre
Il contesto ridimensiona la portata dell’annuncio. L’inviato statunitense Steve Witkoff, presentando i colloqui del 10 e 11 novembre, ha indicato come partecipanti soltanto Ucraina, Russia e Stati Uniti. Agli europei, insieme alla Nato, è stato riservato il capitolo delle garanzie di sicurezza e della ricostruzione, discusso a Bruxelles. Il 29 ottobre il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov aveva dichiarato che una partecipazione europea al formato trilaterale non era in discussione e che non erano previsti inviti. Fonti europee citate da Europa Press confermano che ad Abu Dhabi non è prevista una presenza dell’Unione.
Quando i leader si riuniranno a Dublino, il tavolo emiratino si sarà già chiuso. La stampa ucraina lo ha sottolineato: la domanda su chi parli a nome dell’Europa arriva due giorni dopo la fine dei colloqui. Washington e Mosca, intanto, hanno già canali diretti su dossier pesanti, dalle garanzie postbelliche alle risorse del sottosuolo ucraino, a cominciare dalle terre rare su cui gli Stati Uniti hanno firmato un accordo con Kiev nel 2025.
Meloni e il peso dell’Italia: mandato, impegni e consenso interno
La mossa di Meloni ha una logica difensiva. L’Italia resta fuori dal cosiddetto E3, il gruppo formato da Francia, Germania e Regno Unito, e dalle riunioni tecniche di Bruxelles riservate a Parigi e Berlino. Il vero strumento in mano a Roma è la clausola sugli impegni non autorizzati. Garanzie di sicurezza e ricostruzione significano costi, e quei costi finirebbero anche sui conti pubblici italiani. Rivendicare un mandato equivale a dire che l’Italia non intende pagare il conto di accordi altrui.
La richiesta resta dentro lo schema disegnato da Washington. Meloni chiede una voce europea in un negoziato a guida americana e non ne contesta l’impostazione. È coerente con una politica estera che negli ultimi anni ha privilegiato l’allineamento con gli Stati Uniti e una visibilità costruita sul piano interno. L’annuncio, fatto fra le moto di Eicma, parla anche agli elettori.
Resta lo scenario di fondo. Dopo oltre quattro anni di guerra, l’Unione ha investito su armi e sanzioni e si accorge di non avere un interlocutore riconosciuto né da Mosca né, nei fatti, da Washington. Anche un negoziatore nominato a dicembre rischierebbe di trovare un tavolo già apparecchiato da altri. Il prossimo passaggio è Dublino, il 13 novembre. La decisione, se arriverà, è attesa al Consiglio europeo di dicembre.