Meloni su Kiev: rispetto per Salvini, ma il Governo va avanti con gli aiuti

Gli aiuti all’Ucraina andranno avanti. Giorgia Meloni lo ha confermato ieri pomeriggio a Palazzo Chigi, nella conferenza stampa seguita al Consiglio dei ministri che ha approvato la legge di bilancio. Le chiedevano della posizione su Kiev uscita dal congresso della Lega. Il Presidente del Consiglio ha riconosciuto a Matteo Salvini il diritto di dare voce alla sua base. Poi ha chiuso la questione: la maggioranza continuerà a sostenere l’Ucraina e la linea concordata finora non cambierà.
Cosa ha detto Meloni su Salvini e Kiev
La risposta è arrivata con Salvini seduto accanto a lei. Meloni ha aperto con i complimenti: «Io penso che un congresso sia il luogo per antonomasia in cui si esprime la propria sensibilità, faccio i complimenti per la rielezione a Matteo Salvini». Il segretario leghista, ha aggiunto, ha «tutto il diritto e il dovere di segnalare qual è il sentimento e l’umore che arriva dalla sua base».
Subito dopo è arrivata la sostanza. «L’orientamento prevalente della sensibilità della maggioranza di governo», ha detto, è che «per garantire quella pace il modo migliore è continuare a sostenere l’Ucraina». E ancora: «Non prevedo che cambi la sintesi che abbiamo sempre trovato». In gergo politico la «sintesi» è il compromesso fra partiti alleati che la pensano in modo diverso. Meloni ha ricordato che il malumore leghista era già emerso in passato e che un punto d’incontro si è sempre trovato.
La chiusura è servita a rassicurare sulla tenuta dell’esecutivo: «Mi sento abbastanza serena del fatto che il governo possa andare avanti, fermo restando che ho grande rispetto e attenzione per ciò che un importante partito della coalizione pensa su questo».
Secondo quanto riportato dalle cronache, durante la conferenza stampa il ministro dei Trasporti ha lasciato la sala. Non è chiaro se l’uscita sia collegata al passaggio sull’Ucraina o ad altri motivi.
Il congresso della Lega e il no a nuove armi
Dal congresso che ha riconfermato Salvini alla guida della Lega è uscita una linea netta: basta nuove spese per armamenti, basta nuovi aiuti a Kiev. È una posizione coerente con quella che il leader leghista porta avanti da tempo. Salvini ha mantenuto aperto il dialogo con le imprese italiane che lavorano con la Russia e pagano il conto delle sanzioni. Per questo è stato accusato più volte di filorussia, un’etichetta che i suoi sostenitori considerano un’arma polemica di chi vuole chiudere ogni discussione.
La manovra approvata ieri conferma i rapporti di forza. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha chiuso l’accordo sul contributo chiesto alle banche, superando le resistenze di Forza Italia. La Lega incassa le rottamazioni, cioè la possibilità di saldare le cartelle fiscali senza sanzioni e interessi. Non ottiene invece il superamento della legge Fornero sulle pensioni, una sua bandiera storica.
Tajani, Crosetto e il vertice di Parigi
La linea di Palazzo Chigi era stata anticipata nei giorni scorsi dagli altri due pilastri della coalizione. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, di Forza Italia, ha annunciato che «un nuovo pacchetto di aiuti militari è già pronto e sarà inviato quanto prima». Il ministro della Difesa Guido Crosetto, di Fratelli d’Italia, è rientrato da Parigi con un messaggio analogo: «la linea dell’Italia sull’Ucraina non può cambiare» e «gli aiuti proseguiranno».
A Parigi, lunedì, si sono riuniti i ministri della Difesa del cosiddetto E5. È il formato che raggruppa le cinque principali potenze militari europee: Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Polonia. Il gruppo coordina il sostegno a Kiev fuori dai meccanismi dell’Unione europea e della Nato.
Uno scenario che si è spostato
Il quadro internazionale però è cambiato. Donald Trump ha preso le distanze da Volodymyr Zelensky. Lo stesso presidente ucraino ha dichiarato a Fox News di poter accettare una pace basata sulle linee del fronte attuali. Questo significherebbe, nei fatti, rinunciare ai territori occupati dalla Russia.
Finora la politica estera di Meloni è stata letta soprattutto come allineamento a Washington: grandi dichiarazioni di principio e poca autonomia sulla sostanza. Ora la Casa Bianca guarda a un accordo, mentre Roma resta agganciata al fronte europeo di Parigi, Berlino, Londra e Varsavia. Le spiegazioni possibili sono due. La prima: impegni presi in sede Nato e Ue pesano più delle oscillazioni americane. La seconda: Palazzo Chigi preferisce non scoprirsi finché il negoziato non sarà definito.
Il prezzo interno della linea
Sul fronte interno Meloni ha gestito il passaggio con misura. Non ha attaccato l’alleato e non ha drammatizzato. Ha confermato la rotta senza aprire una crisi. Resta però la distanza fra la linea dell’esecutivo e il sentimento di una larga parte del Paese.
L’Italia di queste settimane è segnata da proteste di piazza, bollette dell’energia che pesano sui bilanci familiari e categorie come gli autotrasportatori che denunciano di non arrivare a fine mese. In questo clima, molti cittadini chiedono che le risorse vadano a sanità e salari prima che agli arsenali.
Per Salvini la partita resta delicata. Il congresso ha restituito alla Lega un profilo riconoscibile su un tema sentito dagli elettori. Ma quel profilo deve fare i conti con la permanenza in un governo che va nella direzione opposta, mentre il voto si avvicina. Ieri Meloni ha concesso al suo vice il diritto di dissentire. La decisione, però, resta quella presa da Fratelli d’Italia e Forza Italia.
Il prossimo banco di prova è vicino. L’autorizzazione a cedere mezzi militari all’Ucraina, rinnovata finora di anno in anno con decreto, scade a fine dicembre. A pochi mesi dalle elezioni politiche, sarà quel voto a misurare quanto pesa davvero il no della Lega.