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Zelensky dice sì al congelamento del fronte con la Russia

Su Fox News il presidente ucraino accetta lo stop sulle linee attuali, con fino a un quarto del Paese ai russi. E Putin apre al tavolo a tre.
Byoblu·21 ottobre 2026

Volodymyr Zelensky ha detto sì. Gli hanno chiesto se accetterebbe un accordo che congeli la guerra con la Russia sulle linee attuali, lasciando a Kiev «il 75% o più» del Paese, e ha risposto senza esitare. È successo oggi, in un’intervista a Fox & Friends, il programma del mattino di Fox News, la rete più seguita dall’elettorato di Donald Trump. Per Zelensky il congelamento del fronte è il passo per avviare i negoziati. Subito dopo verrebbero le garanzie di sicurezza, chieste a Stati Uniti ed Europa.

Congelamento del fronte: cosa ha detto Zelensky

Il conduttore Brian Kilmeade chiede: «Accetterebbe un accordo di pace che congeli tutto così com’è adesso, in cui manterreste il 75% o più del vostro Paese, a prescindere da com’è iniziata? Accetterebbe la situazione attuale?»

Zelensky risponde: «Sì. Adesso dobbiamo congelare, e credo che questo sia un modo concreto per porre fine a questa guerra. Lo chiamiamo cessate il fuoco, o fermare i massacri come ha detto il presidente Trump: congelare e fermarsi. E naturalmente questo è il minimo di cui abbiamo bisogno dalla Russia oggi. Poi, ovviamente, andremo dal presidente e dagli europei a chiedere garanzie di sicurezza. La cosa più importante è la pace, ma anche la sicurezza della pace».

Poi aggiunge che serve a «non avere paura che l’occupazione torni, che l’aggressione torni, che le uccisioni tornino». E guarda al dopoguerra: i 9,5 milioni di ucraini sparsi nel mondo devono tornare «per vivere e costruire il loro Paese».

Perché le parole di Zelensky sono una svolta

Il primo elemento sta in quattro parole della domanda: «a prescindere da com’è iniziata». Zelensky accetta di mettere da parte l’origine della guerra. Per anni quell’origine è stata il pilastro della posizione di Kiev e dei suoi alleati: un’aggressione da respingere fino in fondo. La «formula di pace» presentata dall’Ucraina alla fine del 2022 chiedeva il ritiro delle truppe russe da tutto il territorio. Nello stesso autunno un decreto presidenziale escludeva i negoziati con Putin. Oggi la base di partenza diventa la linea del fronte.

Il secondo elemento è il lessico. Zelensky usa le parole di Trump. È Trump che da mesi spinge per fermare i combattimenti dove si trovano. Il presidente ucraino ne adotta la formula sulla rete televisiva più vicina alla Casa Bianca.

Il terzo è la cornice. Lo stop sulle linee attuali viene presentato come «il minimo» da pretendere da Mosca. Per anni era una concessione da respingere. Ora diventa una richiesta rivolta al nemico.

Nel frattempo sono passati quattro anni e otto mesi di guerra. Nessuna delle due parti ha mai fornito un bilancio verificabile dei morti.

Il Donbass e i confini

Congelare non vuol dire riconoscere. Zelensky non ha accettato la sovranità russa sulle regioni occupate. Gli è stato chiesto se cederebbe il Donbass in cambio della fine della guerra. Ha respinto l’idea che Mosca stia vincendo: «Nel 2026 non hanno avuto successo. Non stanno vincendo sul campo di battaglia». Ha riconosciuto che gli ucraini sono stanchi, ma ha ribadito che il Paese non può abbandonare la propria terra.

La distanza tra le parti resta ampia. La Russia continua a chiedere anche le aree della regione di Donetsk che le sue truppe non controllano. Si oppone inoltre all’ingresso dell’Ucraina nella NATO. Kiev, dal canto suo, insiste su un punto: «Non parlate di noi senza di noi».

Il congelamento dovrebbe essere seguito da impegni concreti di Washington e delle capitali europee contro una nuova offensiva russa. Zelensky non ha precisato quale forma dovrebbero prendere. Nei mesi scorsi, tra le ipotesi discusse, c’era anche una forza europea sul terreno, promossa da Londra e Parigi. Per l’Italia significherebbe obblighi di lunga durata, finora trattati nei vertici internazionali più che nei parlamenti.

La dipendenza da Washington, in chiaro

L’intervista arriva pochi giorni dopo un’accusa di Kiev agli Stati Uniti: aver rallentato di proposito Starshield. È la versione militare di Starlink, la rete satellitare di SpaceX, ed è decisiva per le comunicazioni dell’esercito ucraino al fronte. Zelensky ha detto che il servizio è «ancora limitato». Il segretario di Stato Marco Rubio gli avrebbe promesso di lavorare per sbloccarlo. Secondo ricostruzioni della stampa americana, la riduzione sarebbe stata decisa da Elon Musk. Musk aveva sostenuto che eventuali limiti sarebbero venuti da Trump, che ha smentito.

Resta un dato. Le comunicazioni di un esercito in guerra dipendono da un’azienda privata di un altro Paese, che può limitarle.

Sul fronte energetico, Zelensky ha detto di aver sostenuto subito la tregua proposta da Trump. Kiev ha però ripreso gli attacchi alle raffinerie russe, spiegando di rispondere ai raid russi seguiti all’annuncio. Tra i primi passi possibili, il presidente ucraino ha indicato tregue parziali su sicurezza alimentare, traffico marittimo e infrastrutture energetiche.

Oslo, San Pietroburgo e il tavolo di novembre

Ieri a Oslo Zelensky ha incontrato l’inviato speciale americano Steve Witkoff, insieme ad alcuni leader europei. Jared Kushner, genero di Trump, era collegato a distanza. Zelensky ha definito il vertice «produttivo». Il presidente finlandese Alexander Stubb ha parlato di «progressi reali».

Oggi Witkoff è volato a San Pietroburgo. Ha parlato con Putin per oltre tre ore al Palazzo di Costantino. Al tavolo c’erano il consigliere diplomatico del Cremlino Yuri Ushakov e l’inviato economico Kirill Dmitriev. Al termine Ushakov ha annunciato che Putin accetta «in linea di principio» di riprendere i negoziati a tre con Stati Uniti e Ucraina, dopo il 10 novembre. Come sede si valuta Abu Dhabi.

Intorno al vertice si sono mossi anche gli affari bilaterali. Mosca ha liberato Stephen Hubbard, ex insegnante americano di 74 anni detenuto da oltre quattro anni. Secondo Trump, Washington non ha dovuto rilasciare nessuno in cambio. La Russia ha anche annunciato l’avvio di forniture di gasolio agli Stati Uniti. Il Cremlino prepara inoltre un incontro tra Putin, Trump e il presidente cinese Xi Jinping a margine del vertice APEC, il forum economico dei Paesi del Pacifico, in programma a Shenzhen il 18 e 19 novembre.

Secondo Ushakov, il negoziato di novembre dovrà concentrarsi sulla «costruzione di un sistema di sicurezza per la Russia e l’Ucraina dopo la fine del conflitto». Una sicurezza che riguardi entrambi i Paesi. Kiev, invece, chiede garanzie per sé contro Mosca. È su questa differenza che si giocherà il tavolo di Abu Dhabi.

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