Trump sospende le nuove sanzioni alla Russia. La UE di Von der Leyen sempre più isolata, mentre Starshield viene boicotattato.

Donald Trump ha firmato ieri sera un ordine esecutivo che sospende le nuove sanzioni e i dazi contro la Russia previsti dal Graham Act, la legge approvata dal Congresso a settembre per tagliare i canali finanziari che sostengono la guerra in Ucraina. Le misure sarebbero entrate in vigore domani, 18 ottobre. Il presidente le ha accantonate a due giorni dalla scadenza, dichiarando la deroga conforme all’«interesse nazionale degli Stati Uniti». La decisione arriva mentre Washington si rivolge a Mosca per contenere il prezzo del gasolio, a poco più di due settimane dalle elezioni di metà mandato.
Graham Act, cosa prevedeva la legge sulle sanzioni alla Russia
Il nome ufficiale è Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act of 2026. Ricorda il senatore repubblicano della Carolina del Sud, falco sulla Russia e alleato di Trump, morto improvvisamente l’11 luglio dopo aver lavorato per oltre un anno a costruire il consenso attorno al testo. La Camera lo ha approvato il 16 settembre, il presidente lo ha firmato due giorni dopo.
L’impianto era severo. Dazi fino al 500% su tutte le merci russe importate negli Stati Uniti. Dazi fino al 100% sui paesi compresi tra i primi cinque acquirenti di petrolio e gas russo, a cominciare da Cina e India. Sanzioni contro funzionari, oligarchi e istituti finanziari russi, una stretta sulla cosiddetta flotta ombra, cioè le petroliere usate per aggirare le restrizioni, e limiti all’acquisto di debito sovrano e ai nuovi investimenti in Russia. La legge estendeva anche le sanzioni contro l’Iran.
Il testo lasciava però alla Casa Bianca ampi margini di deroga: al presidente bastava notificare al Congresso la scelta di non applicare le misure. È lo strumento che Trump ha utilizzato.
Ordine esecutivo di Trump, cosa cambia per Mosca
«Con il presente atto rinuncio all’applicazione delle sanzioni, delle restrizioni e dei dazi previsti dal Graham Act», si legge nell’ordine. «Ho trasmesso al Congresso una certificazione secondo cui l’emissione di tale deroga in questo momento è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti». Il documento non indica le ragioni di questa valutazione.
Restano in vigore le sanzioni già imposte con precedenti ordini esecutivi. L’effetto pratico è comunque quello di svuotare la legge: cadono le norme che impedivano al presidente di revocare le sanzioni e l’amministrazione recupera piena discrezionalità su quali misure mantenere. Sugli acquisti di petrolio russo da parte di paesi terzi, l’ordine prevede soltanto un’attività di «monitoraggio», con i consiglieri del presidente incaricati di raccomandare eventuali nuovi dazi.
Secondo Razom for Ukraine, organizzazione statunitense che sostiene Kiev, le deroghe non avrebbero nemmeno una data di scadenza. La legge impone all’amministrazione di presentare un rapporto che motivi la certificazione, in forma pubblica con un eventuale allegato riservato. La Casa Bianca avrebbe già mancato una scadenza dell’8 ottobre per le giustificazioni scritte relative ai dazi.
Un rapido ritorno della Russia nel sistema finanziario occidentale resta comunque improbabile. «L’architettura sanzionatoria di fondo rimane in piedi e nessuno vuole ritrovarsi esposto quando la deroga verrà ritirata», osserva Daniel Tannebaum, partner della società di consulenza Oliver Wyman, che assiste le banche in materia di sanzioni. Tannebaum si dice anche incerto sui benefici reali per l’economia americana.
Gasolio russo e midterm, il calcolo della Casa Bianca
La mossa si inserisce in una sequenza precisa. La settimana scorsa Trump ha annunciato un accordo con Vladimir Putin per importare gasolio russo. Il Tesoro ha sospeso temporaneamente le sanzioni sulle esportazioni di diesel con una licenza valida fino ad aprile 2027. Secondo il presidente, Mosca potrebbe fornire subito 300 mila tonnellate, altre 500 mila a novembre e poi un milione di tonnellate.
Il prezzo dei carburanti è il dossier che più preoccupa i repubblicani in vista del voto del 3 novembre, che deciderà il controllo di un Congresso in cui il partito del presidente dispone di una maggioranza risicata in entrambe le camere. Trump ha più volte accusato gli attacchi ucraini alle raffinerie russe di spingere al rialzo i prezzi mondiali e la settimana scorsa ha detto che per l’Ucraina era «ora di avere un nuovo presidente». Kiev si era detta disposta a fermare quei raid in cambio dello stop russo ai bombardamenti sulla propria rete energetica. Putin ha rifiutato.
La causa principale della crisi resta però la guerra in Iran. «Il problema principale è ancora lo Stretto di Hormuz: da lì non esce abbastanza gasolio», spiega Sarah Raffoul, analista di Argus Media. Il diesel russo può quindi alleviare la pressione sui prezzi, ma lascia intatta la strozzatura nel Golfo.
Le reazioni: Mosca soddisfatta, Kiev e il Congresso all’attacco
La guerra in Ucraina, cominciata con l’invasione russa del febbraio 2022, è entrata nel suo quinto inverno con la rete elettrica del paese sotto attacco. Secondo quanto riportato, nella settimana precedente la deroga la Russia avrebbe lanciato oltre 700 droni, insieme a missili balistici e da crociera, contro città e centrali ucraine.
A Mosca la notizia è stata accolta con favore. Kirill Dmitriev, inviato di Putin per le questioni economiche, ha parlato di «un momento importante e davvero storico», aggiungendo che «il dialogo economico tra Stati Uniti e Russia e gli sforzi di pace proseguiranno».
Volodymyr Zelensky teme un effetto a catena. «Le sanzioni vengono tolte sul diesel, poi sul gas, poi su qualcos’altro. Poi toccherà al sistema bancario, a certe persone, all’industria chimica», ha detto ieri a Bruxelles. Oggi ha definito la decisione un errore che «aiuta soltanto i russi» e ha accusato Washington di aver scelto di «ignorare completamente» la legge proprio mentre Mosca colpisce il sistema energetico ucraino. Oleksandr Merezhko, presidente della commissione Esteri del Parlamento di Kiev, sostiene che Trump stia «alimentando la macchina da guerra russa». Ma la verità è che gli USA si sono sganciati dalla guerra in Ucraina, e dopo avere chiaramente minacciato di non inviare più armi (pagate da noi europei) a Kiev, hanno scaricato Zelensky. A corrobare questa evidenza c’è anche la limitazione al servizio satellitare di rete Stashield, la versione militare di Starlink, che gli ucraini usano per cercare gli obiettivi e colpirli. Musk ha detto che la colpa era del Pentagono, Trump ha detto che non c’entra, ma sta di fatto che dopo la sfida di Zelensky che ha ripreso con gli attacchi alle raffinerie di Putin, da martedè la rete è diventata lenta ai limiti dell’inutilizzabile. Zelensky parla di «un’operazione pianificata». In questo caso, non è difficile credergli.
A Washington le critiche arrivano da entrambi gli schieramenti. Il senatore democratico Richard Blumenthal, coautore della legge, accusa il presidente di stare dalla parte di Putin. La senatrice Elizabeth Warren parla di «fallimento totale» della leadership. Il repubblicano Don Bacon sostiene che il presidente «sta prolungando la guerra, non la sta chiudendo». Il democratico Gregory Meeks ha presentato una proposta bipartisan per bloccare l’accordo sul gasolio russo.
La sequenza degli ultimi giorni delinea una politica in cui Trump preferisce tenere le leve della pressione economica nelle proprie mani anziché delegarle a una legge. E così i dazi secondari su Cina e India, che avrebbero aperto un fronte commerciale con i principali acquirenti di energia russa, restano un’arma a disposizione, da usare quando e se servirà.