Trump minaccia l’Ucraina: “non toccate le raffinerie russe o non vi mando più armi”.

Il diesel di Putin vale più delle armi a Kiev. Almeno per la Casa Bianca. L’amministrazione Trump sta minacciando di bloccare il PURL, il meccanismo con cui l’Ucraina riceve armi americane, e di tagliare la condivisione di intelligence. La condizione è una sola: Kiev deve smettere di colpire con i droni le raffinerie russe. Il movente sta nei prezzi alla pompa. Venerdì Trump ha chiuso con Putin un accordo per riportare il gasolio russo sui mercati mondiali, in vista delle elezioni di midterm.
«Stanno chiamando Kiev… stanno chiamando tutti», ha confidato un funzionario europeo contattato da un esponente della Difesa americana. Tra i destinatari delle pressioni ci sarebbe anche Pavlo Palisa, consigliere militare di Zelensky ed ex comandante della 93ª brigata meccanizzata.
Le armi a Kiev le pagano gli europei
Il dettaglio più istruttivo riguarda proprio il PURL, la Prioritised Ukraine Requirements List. È un’iniziativa gestita dalla NATO: gli alleati di Kiev comprano armi prodotte negli Stati Uniti e le girano all’Ucraina. Washington non mette un dollaro nel fondo.
In pratica Trump minaccia di chiudere un negozio in cui lui vende e gli europei pagano. E per ottenere ciò che vuole non chiama soltanto Kiev. Chiama anche chi firma gli assegni, perché faccia pressione al posto suo.
L’accordo sul diesel tra Trump e Putin
Tutto parte venerdì, con una telefonata di novanta minuti tra la Casa Bianca e il Cremlino. Trump ha annunciato che Putin si è impegnato a immettere «immediatamente» sul mercato oltre 300 mila tonnellate di diesel, più altre 500 mila a novembre. Le forniture successive dipenderanno, parole sue, dalle «condizioni delle raffinerie» russe.
Il Tesoro americano ha subito emesso una licenza generale dell’OFAC. Il documento autorizza la vendita e l’importazione negli Stati Uniti di diesel di origine russa fino ad aprile 2027. Mosca ha risposto allentando in parte il proprio divieto di esportazione e liberando 500 mila tonnellate di carburante, come ha comunicato il vicepremier Aleksandr Novak.
Trump ha rivendicato il colpo su Truth: «Tra il nostro CONTROLLO TOTALE dello Stretto di Hormuz e questo grande annuncio sull’energia russa, i prezzi del diesel per gli americani e per il mondo SCENDERANNO, A LIVELLI RECORD, E IN FRETTA!».
Gli analisti sono molto più freddi. In tutto si parla di circa 6 milioni di barili, pari a un giorno e mezzo di consumo americano. Dan Pickering, di Pickering Energy Partners, stima un aumento dell’offerta del 5-6% da qui a fine anno. Secondo lui Trump ha parlato di tonnellate e non di barili perché i numeri sembrano più grossi: «È più politica che una svolta». Venerdì, a fine giornata, i future sul diesel avevano comunque perso circa il 4%.
Perché Washington vuole fermare i droni ucraini
Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno funzionato. All’inizio di luglio hanno provocato una crisi dei carburanti in Russia, che ha vietato l’export di diesel. Dal mercato globale sono spariti circa 800 mila barili al giorno, proprio mentre la guerra americana contro l’Iran teneva già in tensione le forniture.
Per Kiev colpire le raffinerie significa tagliare i proventi che finanziano la macchina bellica russa. Per Trump significa gasolio più caro a poche settimane dal voto. Secondo un funzionario americano, la Casa Bianca avrebbe chiesto all’Ucraina almeno sei volte di fermarsi, senza risultato. «Zelensky sta leggendo male la situazione», ha detto la stessa fonte. «Gli attacchi alle raffinerie fanno male alla Russia, ma fanno male anche agli Stati Uniti».
Zelensky si era detto pronto a sospendere i raid se Mosca avesse smesso di bombardare le centrali ucraine. Washington però voleva uno stop unilaterale. Trump non considera equivalenti le raffinerie russe e la rete elettrica ucraina.
Venerdì a Miami, durante otto ore di colloqui, gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner hanno anticipato alla delegazione ucraina la telefonata con Putin. Hanno annunciato anche la revoca delle sanzioni sul diesel. Un funzionario ucraino sostiene che in quella sede sia già stato minacciato lo stop all’intelligence. La parte americana ha smentito. Ora quella minaccia riemerge, e si allarga alle armi.
Ieri Trump ha alzato ancora il tiro: «Suggerisco che si trovino un nuovo leader che sappia fare un accordo». Ha chiesto poi elezioni in Ucraina, dove la legge le vieta in tempo di guerra. Zelensky ha bollato l’intesa come «una decisione debole di partner forti» e come un «investimento in una guerra che va fermata, non prolungata».
Il «cessate il fuoco energetico» annunciato su Truth
Oggi è arrivato il colpo di teatro. «Con effetto immediato, c’è un CESSATE IL FUOCO ENERGETICO nella guerra tra Russia e Ucraina. Entrambe le parti hanno accettato. Non violatelo!», ha scritto Trump. L’annuncio ha spiazzato gli stessi europei che la sua amministrazione stava pressando al telefono.
Zelensky lo ha definito «una buona notizia per tutti», purché «diventi realtà». Ha aggiunto che per tutto il giorno i cieli ucraini sono stati «infestati» dagli Shahed russi e che stasera è stata colpita una centrale a Kharkiv. «A tutte le nostre proposte di de-escalation Putin ha dato una sola risposta: niet». Al momento non è chiaro se Mosca abbia davvero accettato. La Casa Bianca non dice nemmeno se appoggerà la proposta ucraina di una tregua totale di 60 giorni per andare al voto.
Intanto i civili continuano a pagare. Giovedì un attacco russo contro una fermata dell’autobus nell’est del Paese ha ucciso più di 30 persone. Nella regione di Zaporizhzhia i morti sono stati 23, tra cui quattro bambini. Kiev è a corto di missili per la difesa aerea.
Il contesto: una guerra combattuta anche sul prezzo del gasolio
La guerra in Ucraina dura dal febbraio 2022. Da tempo l’energia è diventata un fronte a sé: Mosca colpisce la rete elettrica ucraina, Kiev colpisce raffinerie e depositi russi.
Al Cremlino nessuno ha fretta. Il consigliere Jurij Ušakov ha spiegato che Putin non si è impegnato a riprendere i negoziati. Secondo Ušakov, i raid ucraini su Mosca durante le elezioni parlamentari russe hanno reso impossibile una ripresa immediata. Putin si è detto «fiducioso» che l’accordo avrà «un impatto positivo sull’intera economia globale».
In America c’è chi vede la mossa come un regalo al Cremlino. Gregory Brew, di Eurasia Group, sospetta che Putin si aspetti in cambio la fine degli attacchi alle raffinerie. Richard Nephew, ex responsabile delle sanzioni al Dipartimento di Stato, parla di un danno «molto significativo» all’intero regime sanzionatorio. Un ex alto funzionario ha commentato la coincidenza con i colloqui di Miami: «Putin è tante cose, ma non è stupido». Mike Pence parla di «tradimento» e scrive che l’America non dovrebbe lanciare «un salvagente alla macchina da guerra di Putin».
Nella telefonata con Putin, Trump non ha nemmeno nominato la morte, ancora senza spiegazione, di una ricercatrice di un laboratorio russo sulla peste. Sulla versione ufficiale di Mosca la comunità internazionale nutre ancora tanti dubbi. Ma possono aspettare.
L’Europa paga, Trump incassa
Il quadro è di un realismo brutale. Trump non media: governa le leve. Toglie le sanzioni quando gli conviene e le lascia agli altri quando non gli costano nulla. Usa le armi pagate dagli europei come strumento di ricatto verso Kiev. Usa le capitali europee come centralino.
Da venerdì, in un certo senso, le raffinerie russe sono un po’ anche di Trump. Chi le colpisce, colpisce il suo prezzo del diesel e la sua campagna elettorale.
Poi c’è l’Europa. Dal febbraio 2023 ha chiuso le porte ai prodotti petroliferi russi. Paga l’energia più cara, finanzia le forniture militari e applica sanzioni che Washington sospende con una licenza firmata in poche ore. A Mosca non è al tavolo. Da Kiev riceve solo richieste. Da Washington solo ordini. In pratica, non contiamo niente e facciamo politiche tafazziane. Per conto di chi, si chiedono tutti?
Il conto dell’inflazione energetica lo pagano famiglie e imprese europee, che si impoveriscono senza che Bruxelles conti qualcosa. Gli americani avranno forse un pieno un po’ più leggero prima del voto. Gli europei avranno, come sempre, il privilegio di pagare.
Chi decide è chi ha le leve. L’Europa ha soltanto il portafoglio. E non è nemmeno suo: è il nostro.