Violente proteste a Tirana, sassi e molotov contro la polizia

Tirana è tornata teatro di scontri. Oggi pomeriggio gruppi di studenti si sono radunati davanti al ministero dell’Educazione, nel centro della capitale albanese, per chiedere le dimissioni del primo ministro Edi Rama. La manifestazione è degenerata rapidamente: cassonetti dati alle fiamme, lanci di sassi e bombe molotov contro gli agenti, che hanno risposto con idranti e gas lacrimogeni. Gli scontri sono durati circa mezz’ora. Una parte della folla si è poi dispersa, mentre il corteo ha proseguito sotto la pioggia verso il palazzo del governo.
Proteste a Tirana, gli studenti respingono Berisha
Il dato politico più rilevante della giornata riguarda l’opposizione. Il centrodestra guidato dall’ex premier Sali Berisha, leader del Partito democratico, ha tentato di unirsi al corteo. I giovani lo hanno impedito, formando un cordone per bloccare l’avanzata dei militanti. «L’opposizione siamo noi», hanno rivendicato gli studenti.
Attorno al ministero sono stati schierati numerosi reparti antisommossa. Il governo ha inasprito la linea verso i manifestanti, introducendo multe fino a 5.500 euro per chi si rende responsabile di atti di violenza.
Secondo la stampa locale, lungo il viale principale sarebbero stati fatti esplodere petardi mentre il corteo si dirigeva verso piazza Skanderbeg, e alcune molotov avrebbero colpito la sede del ministero dell’Interno. Le stesse fonti parlano della settima manifestazione di questo tipo.
Tirana, il bilancio di tre settimane di scontri
Il ministro dell’Interno, Ervin Demo, ha fornito un bilancio complessivo: circa 350 feriti dall’inizio delle proteste, di cui circa 200 agenti, un centinaio di manifestanti e una quarantina di passanti. Nel corso delle settimane sono stati incendiati o danneggiati edifici pubblici, tra cui sedi ministeriali e tribunali, oltre a numerosi negozi.
Il punto più duro si è registrato nel fine settimana del 17 e 18 ottobre. Stando a quanto ricostruito dall’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, il centro della città si è trasformato in un campo di battaglia. Danneggiata la Corte suprema, incendi segnalati nei pressi del ministero dell’Interno e dell’ufficio del premier, un commissariato dato alle fiamme. Per la prima volta la polizia ha sparato proiettili di gomma sulla folla. In cinque giorni, secondo la Polizia di Stato, gli arresti erano già 167 e gli agenti feriti 132. Il capo della polizia ha sospeso sette agenti, sottoposti a indagine disciplinare per un presunto uso eccessivo della forza.
Nella stessa occasione la sede del Partito socialista, il partito di Rama, è stata assaltata dai manifestanti. A presidiarla, secondo la stessa fonte, c’erano civili armati e mascherati, che si sono scontrati con i dimostranti senza che la polizia intervenisse.
Denunce di violenze della polizia albanese
Le accuse di abusi riguardano anche le forze dell’ordine. Il caso più grave è quello di Muhamet Skana, 21 anni, ricoverato con fratture al cranio e alla colonna vertebrale dopo essere stato colpito da un agente il 16 ottobre davanti al ministero dell’Educazione. Una lettera aperta indirizzata alla polizia elenca 32 presunti episodi di violenza tra il 13 e il 17 ottobre, compresi pestaggi di minorenni a Tirana, Lezha e Kamëz.
L’Associazione dei giornalisti albanesi ha documentato almeno 17 episodi ai danni di cronisti e operatori: aggressioni, minacce, attrezzature distrutte. La maggior parte è attribuita alla polizia, due casi ai manifestanti. Un’analisi della rete giornalistica BIRN ha giudicato la gestione dell’ordine pubblico inefficace e poco professionale.
Rama esclude le dimissioni e chiama in causa l’Unione europea
Il premier ha ribadito che non lascerà l’incarico. Ha riconosciuto il diritto di protestare, avvertendo però che chi aggredisce gli agenti o distrugge proprietà ne risponderà davanti alla legge. In un incontro con le forze dell’ordine ha minacciato conseguenze per gli studenti che partecipano ai cortei: «Non ci saranno né agevolazioni sui trasporti né bonus per gli studenti che vanno lì». Ha inoltre annunciato un premio di 2.500 euro per gli agenti impegnati negli scontri.
Rama e il Partito socialista descrivono le proteste come un tentativo dell’opposizione di destabilizzare il Paese e frenare il percorso di adesione all’Unione europea. Il presidente della Repubblica, Bajram Begaj, ha invitato alla calma e al rispetto della legge. Bruxelles ha condannato le violenze, ribadendo il diritto a manifestare pacificamente.
Albania, dalle università alla protesta contro la corruzione
La mobilitazione è iniziata il 13 ottobre come boicottaggio studentesco contro le condizioni degli atenei e il costo delle tasse universitarie. In pochi giorni si è allargata alla corruzione, al carovita e alla mancanza di prospettive per i giovani, coinvolgendo liceali e altri cittadini e raggiungendo città come Lezha e Kruja. Molti manifestanti spiegano di voler costruire la propria vita in Albania, senza essere costretti a emigrare.
Le proteste di queste settimane si innestano su mesi di contestazioni. A innescarle era stato il progetto di un resort di lusso legato a Jared Kushner, genero di Donald Trump, sostenuto dal governo. Rama guida il Paese dal 2013, e negli ultimi anni le inchieste giudiziarie hanno toccato figure di primo piano. La vicepremier Belinda Balluku, stretta alleata del premier, è stata sospesa nel novembre 2025 da un tribunale speciale anticorruzione per un caso di appalti pubblici. Balluku respinge le accuse; la Corte costituzionale l’ha reintegrata in via provvisoria nel dicembre successivo. Il sindaco di Tirana, Erion Veliaj, è stato arrestato nel febbraio 2025 con l’accusa di corruzione e riciclaggio. L’ex presidente Ilir Meta è finito in manette nell’ottobre 2024 per accuse analoghe.
Nei cortei si sentono slogan come «Rama in prigione» e «Berisha in prigione», accanto a «Il futuro è nostro». La sfiducia colpisce l’intera classe politica, e il rifiuto opposto oggi ai militanti del Partito democratico la conferma. Corruzione e criminalità organizzata restano, secondo Bruxelles, i principali ostacoli all’ingresso dell’Albania nell’Unione europea: lo stesso terreno su cui il governo sostiene che la piazza stia mettendo a rischio il futuro europeo del Paese.