Siccità al Nord Italia e crisi idrica: fiumi dimezzati, laghi svuotati. Ma per gli invasi, fermi dal 1976, servirebbe un miliardo all’anno.

Il lago Maggiore è sceso due centimetri sotto il livello toccato durante la grande siccità del 2022. Non è un dato simbolico: è la fotografia di un sistema idrico settentrionale che si sta sgretolando con una velocità preoccupante. L’Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (Anbi) ha diffuso mercoledì scorso un rapporto che non lascia spazio all’ottimismo: i grandi laghi del Nord si stanno svuotando a ritmo accelerato, i fiumi sono ridotti a ruscelli, e la crisi — avverte il presidente Francesco Vincenzi — diventerà problema di tutti solo quando toccherà l’acqua potabile.
Il lago Verbano (Maggiore), con afflussi inferiori dell’82% rispetto alla media, è passato in due settimane da un riempimento del 61% all’attuale 30,3%. Il Lario (Como) è crollato dal 62,9% al 31,2%, l’Iseo dal 71,4% al 22,9%. Il Po a Pontelagoscuro scorre a 323 metri cubi al secondo: oltre il 70% in meno rispetto alla media, lontanissimo dai 450 mc/s necessari per tenere a bada la risalita del cuneo salino nel delta.
Un’estate di record, ma la siccità è un ciclo antico
Le temperature hanno giocato un ruolo determinante. In Valle d’Aosta, a giugno, alcune stazioni di bassa quota hanno registrato massime di 35 gradi per quindici giorni consecutivi. A Prey, a 935 metri di altitudine, il termometro ha toccato i 41,6°C, nuovo record regionale assoluto. Le piogge, mediamente inferiori del 25% rispetto alla norma, si sono concentrate quasi esclusivamente sulle zone di confine e sui rilievi, lasciando i fondovalle all’asciutto.
Ma chi conosce la storia idrologica italiana sa che non si tratta di un fenomeno inedito. L’estate del 2003 fu devastante: il Po raggiunse livelli minimi storici, la produzione agricola padana subì danni stimati in miliardi di euro, e in diverse città del Nord scattarono le ordinanze di razionamento. Nel 1988-1990 si registrò una siccità pluriennale che colpì duramente il Centro-Sud. Nel 2017 una siccità primaverile-estiva di eccezionale intensità interessò l’intero bacino padano, con il Po che in certi tratti risultò quasi in secca. La siccità del 2022, quella con cui oggi si confrontano i livelli del Lago Maggiore, è ancora fresca nella memoria collettiva.
Siamo quindi di fronte a un ciclo naturale periodico, che l’Italia conosce da secoli, scandito dall’alternanza tra anni piovosi e anni aridi, dall’oscillazione delle precipitazioni nivali sulle Alpi e Appennini, e dalla variabilità delle correnti atlantiche che determinano il regime delle piogge sul Mediterraneo. La differenza — e qui sta il vero problema — è che ogni volta ci troviamo impreparati.
Le nostre colpe: cinquant’anni di invasi non costruiti
Se la siccità è un fenomeno naturale ricorrente, la gestione dell’acqua è una responsabilità umana, e su questo fronte l’Italia ha un conto in sospeso pesantissimo.
Oggi l’Italia trattiene appena il 10% delle acque piovane grazie alle sue infrastrutture di accumulo. La media europea supera il 20%, alcuni paesi mediterranei come la Spagna arrivano al 40%. Per raggiungere una soglia di sicurezza minima bisognerebbe arrivare almeno al 30%, secondo Coldiretti e Anbi. Questo richiederebbe decenni di investimenti continui e sistematici.(capite perché poi se spendiamo 17 miliardi in armamenti non sono felice?).
Il problema è che di invasi in Italia non se ne costruiscono di nuovi dal 1976. Mezzo secolo di immobilismo infrastrutturale, in un paese che ogni anno vede miliardi di metri cubi d’acqua piovana scivolare verso il mare senza essere intercettati. Il direttore generale di Anbi, Massimo Gargano, osserva che: “i miliardi di metri cubi di acqua rilasciati a mare nei mesi scorsi nel Nord del Paese erano una ricchezza, che oggi rimpiangiamo“.
La quota di acqua persa è strutturale, non emergenziale. Con la progressiva riduzione dei ghiacciai alpini — che per millenni hanno funzionato da serbatoi naturali rilasciando acqua gradualmente durante l’estate — i fiumi si trasformano sempre più in “grondaie”: ricevono pioggia, la scaricano rapidamente, poi si svuotano. Senza invasi distribuiti lungo i bacini, questo schema diventa ogni estate più devastante.
Il Piano Invasi esiste, ma la politica manca di continuità
Non è che le soluzioni manchino sulla carta. Anbi e Coldiretti hanno presentato un Piano Invasi Multifunzionali con 266 progetti concordati con le regioni, di cui 74 riguardano la realizzazione o la manutenzione di invasi esistenti. Il costo complessivo supererebbe i 7 miliardi di euro (e se spendessimo solo 10 miliardi in armamenti, anziché 17? Che ne dite, avremmo risolto uno dei problemi che affliggono questo paese?). Il commissario straordinario per la scarsità idrica, istituito dal governo Meloni nel 2023, ha avviato una serie di interventi, e il Piano nazionale infrastrutturale per la sicurezza idrica ha già finanziato 75 progetti per circa un miliardo nel 2025 (ok, possiamo aggiungere 1 miliardo in armamenti, anche se ancora non abbiamo affrontato ospedali, scuole che cadono a pezzi e senza sistemi di raffrescamento, strade e così via).
Ma Vincenzi mette in guardia: non bisogna confondere l’emergenza con la pianificazione. Serve un piano decennale, almeno un miliardo all’anno per dieci anni, e soprattutto continuità politica che nessun governo finora ha saputo garantire. “La crisi idrica la dobbiamo vedere con una visione temporale che non è quella della campagna elettorale o della durata di un governo”, dice il presidente di Anbi.
Nel frattempo, in Veneto si comincia già a parlare di dissalatori locali. Il Tanaro in Piemonte a Montecastello trasporta 2,6 metri cubi al secondo invece dei 40 abituali: un deficit del 93,5%. L’Adige si avvicina alla soglia critica sotto cui le barriere antisale diventano inutili. E il Po continua a svuotarsi.
Cosa si può fare, subito e nel tempo
Le colpe dell’Italia sul fronte idrico sono chiare e documentate. In sintesi:
* Nessun nuovo grande invaso costruito da cinquant’anni, con una capacità di accumulo tra le più basse d’Europa
* Reti irrigue obsolete con perdite stimate tra il 30 e il 40% dell’acqua distribuita
* Assenza di pianificazione a lungo termine, sostituita da interventi emergenziali post-disastro
* Urbanizzazione del suolo che riduce la capacità di infiltrazione delle piogge nelle falde
* Mancata manutenzione di molti invasi esistenti che operano ben al di sotto della capacità originale
Le soluzioni esistono e sono note: costruire nuovi invasi distribuiti sul territorio, riqualificare le reti di distribuzione, incentivare il recupero delle acque piovane a livello locale, e proteggere le aree di ricarica delle falde. Quello che manca è la volontà politica di investire su orizzonti temporali che vanno ben oltre la prossima scadenza elettorale.
La siccità è un ciclo naturale. La nostra incapacità di prepararci è una scelta. E permettetemi un commento in generale: l’umanità ha avviato un percorso di avvitamento su se stessa, per cui si spendono risorse infinite in sistemi che producono morte, invece di spendere una frazione infinitesimale di queste risorse per vivere bene, in prosperità, pace e benessere. Non si può sottolineare mai abbastanza, anche se qualcuno storce il naso, altri pensano che è solo così che può andare, altri ancora non capiscono, e solo una sparuta minoranza sembra in grado di cogliere il senso di queste banalità. A volte, l’ovvio è invisibile alla ragione.