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Tifoni ed El Niño in Asia, Champi a 298 km/h. Gli scienziati: il Pacifico «brucia di febbre»

Da Champi su Taiwan alle piene nelle Filippine: l’oceano caldo alimenta le tempeste, ma il conto dei danni dipende da come e dove si costruisce.
Byoblu·05 novembre 2026
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Per l’Asia orientale i tifoni sono una presenza stagionale, quasi un elemento del paesaggio. Gli ultimi tre mesi, però, hanno superato le medie storiche. Filippine, Taiwan, Cina e Giappone hanno affrontato una sequenza di tempeste di categoria 3 e 4, con vittime, evacuazioni di massa, voli cancellati e mercati chiusi. Sullo sfondo agisce El Niño, il riscaldamento periodico delle acque del Pacifico che gli scienziati descrivono come un oceano «che brucia di febbre». È una fase naturale e ricorrente, che fornisce più energia ai cicloni tropicali. Il numero dei morti e l’entità dei danni, però, si decidono a terra: nella tenuta delle opere idrauliche, nella qualità degli edifici, nelle scelte su dove far vivere le persone.

Tifone Champi, Taiwan paralizzata dal supertifone

L’episodio più violento è stato il tifone Champi, che il 23 ottobre ha quasi fermato Taiwan. Nella fase di picco la tempesta ha raggiunto venti sostenuti di 298 chilometri orari, valori equivalenti a un uragano di categoria 5. Sull’isola le raffiche hanno toccato i 191 km/h, mentre le previsioni indicavano fino a 90 centimetri di pioggia.

Secondo le autorità locali, una persona è morta travolta dalle onde, 171 sono rimaste ferite e circa mille sono state evacuate. Centinaia di voli sono stati cancellati in tutta l’area. Scuole, uffici pubblici e mercati finanziari hanno chiuso su quasi tutto il territorio, abitato da 23 milioni di persone.

Liu Pei-teng, previsore dell’Amministrazione meteorologica centrale (CWA), ha spiegato a Reuters che «il raggio dei venti è piuttosto ampio, tra i più estesi degli ultimi anni» e che, se la tempesta avesse rallentato, i venti forti avrebbero colpito Taiwan più a lungo. Il sindaco della cittadina portuale di Suao, Lee Ming-chen, ha annunciato che in caso di necessità sarebbe intervenuto l’esercito, anche con mezzi anfibi, per evacuazioni e soccorsi.

Gli effetti hanno superato i confini dell’isola. Nella prefettura giapponese di Okinawa circa 8.400 famiglie sono rimaste senza elettricità. Nelle isole Batanes, nel nord delle Filippine, onde molto alte hanno investito le comunità costiere e diverse strade sono state chiuse.

El Niño, un ciclo naturale che si ripete con forza

El Niño si produce quando gli alisei, i venti che normalmente soffiano da est verso ovest lungo l’equatore, si indeboliscono o invertono la direzione. L’acqua calda si sposta allora verso le coste americane e altera la circolazione atmosferica globale, con piogge eccezionali in alcune regioni e siccità in altre. È un fenomeno documentato da secoli: furono i pescatori peruviani a dargli il nome, legandolo al periodo natalizio in cui le acque si riscaldavano.

Le fasi più intense, i cosiddetti «Super El Niño», sono rare: dal 1950 se ne contano pochi casi. Quello in corso, secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale, dovrebbe rafforzarsi fino alla fine del 2026. «El Niño è il motore principale», ha dichiarato a Bloomberg James Caron, responsabile delle operazioni meteorologiche per Nord America e Asia della società Atmospheric G2, indicando nelle piogge estreme sul nord e sul nord-est di Taiwan la minaccia maggiore di Champi.

Nelle Filippine la climatologa Rafaela Jane Delfino e il suo gruppo hanno simulato gli effetti di temperature più elevate sulle grandi tempeste degli ultimi anni, compreso il supertifone Haiyan del 2013, che causò oltre 6.000 morti. Il risultato, che lei stessa definisce «molto, molto spaventoso», è un aumento del 26% delle precipitazioni cumulate. Lo studio misura la risposta delle tempeste a un oceano più caldo. Il peso dei cicli naturali rispetto ad altri fattori nel riscaldamento del Pacifico resta materia di confronto scientifico aperto.

Tifone Chan-Hom, la traiettoria anomala sul Giappone

Ad agosto il tifone Chan-Hom ha sorpreso i meteorologi giapponesi attraversando il Paese da est a ovest, invece di seguire la consueta rotta da sud verso nord. Le autorità di Tokyo, dotate di mezzi e procedure collaudate, sono riuscite a evacuare rapidamente la popolazione. Un’operazione simile sarebbe stata molto più complessa in diversi Paesi vicini.

Il contrasto è istruttivo. Lo stesso oceano produce bilanci molto diversi a seconda di quanto un Paese abbia investito in sistemi di allerta, infrastrutture e piani di evacuazione.

Filippine, alluvioni e fondi contro le piene finiti sotto accusa

Le Filippine sono colpite ogni anno da circa 20 tempeste tropicali, oltre che dalle piogge monsoniche. Negli ultimi anni le inondazioni hanno paralizzato intere città per giorni. Esasperati, molti filippini sono scesi in piazza per protestare contro la corruzione che, secondo i manifestanti, ha sottratto milioni di dollari ai progetti di controllo delle piene.

È il punto in cui il fenomeno naturale incontra le responsabilità umane più dirette. Un argine mai costruito, un canale di drenaggio rimasto sulla carta, un quartiere edificato in una zona allagabile trasformano una pioggia intensa in una catastrofe. Delfino, in un intervento pubblicato sul sito dell’Università delle Filippine, insiste perché amministratori e decisori politici comprendano meglio i rischi, condizione necessaria per preparare le comunità.

Prevenzione strutturale, i governi asiatici tra norme edilizie e allerta precoce

Diversi governi dell’area hanno introdotto regole edilizie più severe nelle zone costiere e potenziato i sistemi di allerta precoce basati su dati satellitari elaborati più rapidamente. I critici osservano che si tratta ancora di misure reattive, adottate dopo i disastri anziché in previsione.

La frequenza delle tempeste ha messo sotto pressione le strutture di protezione civile di varie province costiere. Le conseguenze si estendono all’economia: le interruzioni delle catene di approvvigionamento colpiscono l’elettronica e le esportazioni agricole, mentre i premi assicurativi per gli immobili commerciali lungo la costa del Pacifico sono saliti in modo marcato. Chi può permetterselo diversifica gli impianti e sposta la produzione. Chi vive nelle baraccopoli costiere di Manila resta dov’è.

Con El Niño destinato a rafforzarsi fino a dicembre, la stagione dei tifoni non può considerarsi conclusa. L’esperienza giapponese con Chan-Hom e le proteste filippine contro i fondi anti-alluvione dispersi indicano dove si giocherà la partita dei prossimi anni: nella spesa per la prevenzione, nella trasparenza degli appalti e nell’urbanistica delle coste, ben prima che sulla capacità di contare i danni.

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