Ghalibaf: «No alla guerra» dagli americani. E avverte Washington: «Il nostro NO porta con sé un incubo»

Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, che guida la delegazione di Teheran nei colloqui con gli Stati Uniti, ha commentato stamattina su X l’esito dei Midterms 2026. Per l’Iran il messaggio uscito dalle urne americane è uno solo: «no alla guerra». Teheran, ha scritto, «sostiene questo messaggio». Al sostegno segue un avvertimento: se il governo di Washington tradirà la volontà popolare, scoprirà che il «no» iraniano «porta con sé un incubo».
La dichiarazione arriva a poche ore dalla sconfitta netta dei repubblicani di Donald Trump. Secondo le proiezioni dei media americani, i democratici riconquistano il controllo di Camera e Senato.
Ghalibaf e il «no alla guerra»: il testo del messaggio
Il post è stato pubblicato in inglese, con alcune parole in maiuscolo. Tradotto, recita: «Per coscienza o per il costo della vita, gli americani hanno detto NO ALLA GUERRA, e noi sosteniamo questo messaggio. Se il governo degli Stati Uniti tradirà la volontà del suo popolo per servire finanziatori internazionali e ricattatori, imparerà che il nostro NO porta con sé un incubo».
Ghalibaf non indica chi siano i «finanziatori» e i «ricattatori» a cui allude. La formula iniziale merita attenzione. Il negoziatore iraniano non attribuisce agli elettori americani una scelta pacifista di principio. Mette sullo stesso piano la coscienza e il portafoglio, e lascia aperta la possibilità che il voto sia stato dettato soprattutto dal caro vita.
Midterm 2026, il peso della guerra con l’Iran sul voto americano
Nelle analisi della stampa estera la guerra con l’Iran compare fra le cause della disfatta repubblicana. Il malcontento, secondo queste letture, si è concentrato sul costo della vita, sui dazi e sul conflitto con la Repubblica islamica, che ha fatto salire i prezzi del petrolio e ha aggravato l’impopolarità del presidente.
Trump, come riportato ieri, ha attribuito la sconfitta in parte proprio all’Iran, rivendicando però la scelta militare: «Ho fatto la cosa giusta, lo rifarei».
Il conflitto è cominciato con gli attacchi americani e israeliani contro il territorio iraniano. Da mesi è fermo in una situazione di stallo, con scambi di fuoco occasionali e il timore costante di una ripresa delle ostilità su larga scala. Sullo sfondo resta un lungo deficit di fiducia: nel 2018 furono gli Stati Uniti a ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare del 2015, il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), che l’Iran stava rispettando secondo le verifiche dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. È il precedente a cui Teheran si richiama ogni volta che deve giustificare la propria cautela al tavolo negoziale.
Teheran e i midterm, come la notizia è raccontata all’estero
La dichiarazione ha avuto ampia eco fuori dagli Stati Uniti. L’agenzia cinese Xinhua l’ha rilanciata presentando Ghalibaf nella doppia veste di presidente del Parlamento e di rappresentante principale nei negoziati con Washington, e l’ha accostata alle proiezioni sul ritorno dei democratici alla guida del Congresso. L’agenzia russa Ria Novosti ha dato alla notizia un titolo esplicito: gli americani, con il voto, si sono espressi contro il conflitto con l’Iran.
La stampa latinoamericana ha parlato di uno «tsunami» democratico e ha legato il risultato in modo diretto alla guerra e ai rincari energetici. In Francia la vittoria democratica è stata descritta come totale, dal Senato alla Camera fino ai governatori. Le fonti consultate non riportano, al momento, una replica dell’amministrazione americana alle parole di Ghalibaf.
Iran e Stati Uniti, il doppio piano del messaggio di Ghalibaf
Il post contiene due messaggi distinti. Il primo è una lettura politica del voto: Teheran presenta il risultato come una legittimazione della linea contraria all’escalation e si colloca dalla stessa parte dell’elettorato americano. È un tentativo di ancorare la trattativa a un interlocutore diverso dalla Casa Bianca, cioè l’opinione pubblica degli Stati Uniti.
Il secondo è una previsione implicita. L’avvertimento sul «tradimento» dà per possibile che Washington prosegua sulla propria strada a prescindere dal voto. La minaccia dell’«incubo» serve a ricordare che l’Iran considera aperta l’opzione militare, ma rivela anche una diffidenza di fondo: la volontà popolare americana, nella lettura iraniana, è un fattore che il governo degli Stati Uniti può scegliere di ignorare.
«No alla guerra», il precedente del 2006 e il consenso interno
La storia recente offre elementi a sostegno di questa diffidenza. Nel novembre 2006 i democratici conquistarono entrambe le Camere in un voto largamente letto come una bocciatura della guerra in Iraq. Due mesi dopo, nel gennaio 2007, George W. Bush annunciò l’invio di oltre 20.000 soldati in più, la cosiddetta «surge».
Il caso mostra un meccanismo ricorrente. Le operazioni militari all’estero vengono giustificate in nome di un sostegno interno, dichiarato o presunto, ma quel sostegno raramente funziona come vincolo quando viene meno. La War Powers Resolution del 1973 impone al presidente di chiedere l’autorizzazione del Congresso entro 60 giorni dall’avvio delle ostilità; nei decenni successivi le amministrazioni di entrambi i partiti ne hanno dato interpretazioni estensive.
Il Congresso conserva però la leva della spesa. Le richieste di fondi supplementari del Pentagono per il teatro iraniano dovranno passare da Camera e Senato, ed è su questo terreno che il voto di ieri può produrre effetti concreti. L’orizzonte, tuttavia, non è immediato: il nuovo Congresso si insedierà il 3 gennaio 2027. Fino ad allora la maggioranza uscente e la Casa Bianca mantengono intatti i loro poteri sulla guerra con l’Iran.