Midterm, Trump: la disfatta in parte colpa dell’Iran. Sulla guerra: «Ho fatto la cosa giusta, lo rifarei»

Donald Trump ha attribuito all’Iran una parte della sconfitta netta subita dai repubblicani nelle Midterm 2026. Lo ha detto ieri sera in un’intervista telefonica a Fox News, mentre i risultati consegnavano ai democratici il controllo di Camera e Senato. «Penso che una parte sia stata l’Iran», ha spiegato alla giornalista Martha MacCallum. Ha aggiunto subito che gli americani «hanno capito l’importanza di ciò che ho fatto con l’Iran» e che quella scelta, «storicamente, sarà molto più importante di questa serata».
Nella stessa conversazione Trump ha ammesso di aspettarsi di più da alcuni candidati: «Pensavo che avrebbero fatto meglio». In un’intervista separata al Wall Street Journal ha escluso ogni ripensamento sulla guerra: «Non ci penso. Ho fatto la cosa giusta. Lo rifarei». A Politico si è detto «totalmente convinto» della decisione.
Midterm 2026, la portata della sconfitta repubblicana
I democratici hanno ripreso entrambe le camere del Congresso e conquistato diversi governatori. Hanno vinto anche in Stati in cui Trump si era imposto nel 2024, compresi territori considerati saldamente repubblicani come Texas, Carolina del Sud e Kansas. Il leader della minoranza democratica alla Camera, Hakeem Jeffries, è avviato a diventarne lo speaker.
Trump ha riconosciuto il merito agli avversari: «I democratici hanno fatto un buon lavoro, si sono battuti duramente». Ha detto di non considerare il voto una sconfitta personale, dato che il suo nome non era sulla scheda. Si è dichiarato disposto a collaborare con il nuovo Congresso e pronto a porre il veto sulle leggi che giudicherà «folli».
Trump e l’Iran, il nemico esterno come chiave di lettura del voto
La frase consegnata a Fox merita attenzione per la parola scelta. Nel racconto del presidente il fattore che ha pesato sulle urne porta il nome dell’avversario. La decisione di aprire il conflitto, presa da Washington insieme a Israele il 28 febbraio, resta sullo sfondo.
La stessa logica regge il resto della ricostruzione. Secondo Trump, l’elettorato sosteneva la guerra ma non era disposto a sopportare il disagio «di breve periodo» del caro carburante. Le responsabilità vengono distribuite altrove: ai candidati poco efficaci, ai prezzi alla pompa, ai predecessori. «Avrebbero dovuto farlo altri presidenti», ha detto, definendo l’accordo nucleare firmato da Barack Obama «uno dei più stupidi» mai visti.
A sostegno della guerra Trump ha riproposto il repertorio della minaccia. L’Iran sarebbe stato «a due settimane» dall’arma atomica, sarebbe «il Paese più pericoloso del mondo» e avrebbe ucciso 75.000 manifestanti negli ultimi otto mesi, «quelli che conosciamo».
Midterm e guerra, il precedente del 2006
Il paragone più ricorrente fra i commentatori conservatori riporta al 2006, quando gli elettori punirono i repubblicani per la guerra in Iraq. Sean Davis, cofondatore di The Federalist, ha previsto la peggiore disfatta nazionale del partito da allora, legata a una guerra in Medio Oriente «mal concepita e mal pianificata». Quel conflitto era stato giustificato con armi di distruzione di massa che non furono mai trovate.
Le critiche più dure arrivano dall’interno del campo trumpiano. Il conduttore radiofonico Buck Sexton ha parlato di una «guerra non necessaria che non è andata come promesso». Matt Walsh, del Daily Wire, ha accusato Trump di aver lanciato un conflitto «impopolare e inutile» e di aver abbandonato il messaggio «America First». Erick Erickson ha allungato l’elenco: dazi, deportazioni aggressive, arresti per errore di cittadini americani di origine ispanica. Fra i consiglieri del presidente prevale invece la tesi dei candidati deboli, la stessa adottata da Trump.
Guerra con l’Iran, minacce prima del voto e prudenza dopo
Il conflitto è entrato nel nono mese. Nella prima ondata di raid americani e israeliani fu ucciso la Guida suprema Ali Khamenei. Il figlio Mojtaba, nominato successore, non è mai comparso in pubblico e secondo funzionari statunitensi sarebbe stato gravemente ferito. I combattimenti su larga scala si sono fermati da settimane, ma lo stallo nello Stretto di Hormuz tiene il petrolio dal 60 al 70% sopra i livelli prebellici, con effetti sui consumatori di tutto il mondo.
Durante la campagna elettorale Trump ha minacciato più volte di riprendere i bombardamenti. A urne chiuse, parlando con il Financial Times, ha detto di non avere piani immediati: «Siamo carichi e pronti se serve, ma potrebbe non essercene motivo». Ha definito la situazione «brillante» e ha sostenuto che con l’Iran «non c’è una vera guerra da molto tempo, sei mesi, forse di più».
Questa settimana, però, le forze americane hanno colpito obiettivi militari iraniani vicino all’isola di Qeshm, dopo un tentativo iraniano di abbattere un velivolo statunitense. La portaerei USS Theodore Roosevelt sta attraversando il Mar Cinese Meridionale, diretta in Medio Oriente. A Fox, sull’ipotesi di nuovi attacchi, Trump ha risposto: «Forse sì, forse no».
La sequenza si presta a una lettura precisa: la minaccia militare ha accompagnato la campagna elettorale ed è stata ridimensionata appena chiusi i seggi. È lo stesso andamento oscillante, fra ultimatum e aperture, che aveva già segnato la stagione dei negoziati di Lucerna. Per qualunque interlocutore, alleati compresi, prevedere la prossima mossa di Washington resta un esercizio difficile.
Teheran legge le Midterm: «Gli americani hanno detto no alla guerra»
In Iran il voto è stato interpretato come una bocciatura del conflitto. «Gli americani hanno detto no alla guerra, e noi sottoscriviamo il messaggio», ha scritto su X il capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf, indicando il costo della vita o la «coscienza» fra le possibili cause. Poi l’avvertimento: se il governo statunitense tradirà la volontà popolare per servire «finanziatori e ricattatori internazionali», scoprirà che il no iraniano «porta con sé un incubo».
Più fredda la dichiarazione attribuita a Mojtaba Khamenei. Chi si aspetta un cambio di rotta americano per effetto degli equilibri di partito è «gravemente in errore», e se le aggressioni si ripeteranno «la portata della guerra diventerà molto più ampia». Lo stesso scetticismo è emerso oggi a Teheran, nel corteo per il 47° anniversario dell’occupazione dell’ambasciata americana del 1979. «Democratici o repubblicani, per noi non c’è differenza», ha detto un funzionario pubblico di 42 anni.
Nelle stesse ore i Pasdaran hanno annunciato che quattro petroliere hanno urtato mine nello Stretto di Hormuz e stanno ancora bruciando. La Cina, che secondo un rapporto del governo statunitense del marzo 2025 finanzia con i suoi acquisti di greggio quasi il 45% del bilancio iraniano, ha definito «priorità assoluta» evitare la ripresa delle ostilità. A fine mese il suo inviato per il Medio Oriente visiterà Iran, Oman e Arabia Saudita.
Sul tavolo c’è una nuova proposta dei mediatori del Qatar, che attendono una risposta dalle due delegazioni entro 36 ore. Il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano ha già definito «non convincente» la risposta americana alle richieste di Teheran. La decisione su eventuali nuovi raid, sulla quale Trump riflette da oltre una settimana, resta alla Casa Bianca.