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Schumer, guerra in Iran: «Metteremo fine alla guerra». Dopo il midterm la sfida a Trump sui fondi

Dopo il midterm i democratici evocano il «potere della borsa» contro Trump. Ma i precedenti, dall’Iraq al 2020 sull’Iran, invitano alla cautela.
Byoblu·04 novembre 2026
Esteri — Byoblu

Il leader dei democratici al Senato degli Stati Uniti, Chuck Schumer, promette di chiudere la guerra contro l’Iran con l’arma che la Costituzione americana affida al Congresso: il controllo dei finanziamenti federali. «Metteremo fine alla guerra con l’Iran. Abbiamo già alcuni repubblicani che si sono uniti a noi per porre fine alla guerra», ha dichiarato oggi a Washington. Parlava in una conferenza stampa nella sede del comitato elettorale democratico per il Senato, all’indomani del voto di midterm che ha tolto al Partito repubblicano di Donald Trump il controllo del Congresso.

Il riferimento è al cosiddetto «potere della borsa», la prerogativa del Parlamento di decidere come e quanto spende il governo federale. «I Padri Fondatori disponevano del potere della borsa come uno dei modi per dissuadere un presidente dal fare la guerra senza il consenso del popolo americano», ha ricordato Schumer, che ha poi insistito: «Questa guerra deve finire. Deve finire».

L’uscita arriva dopo che lo stesso Trump ha ammesso che il conflitto ha pesato sulla netta sconfitta del suo partito, pur rivendicando la scelta di colpire Teheran: «Ho fatto la cosa giusta, lo rifarei». Nei giorni precedenti il presidente aveva attribuito all’Ucraina l’aumento dei prezzi dei carburanti. Anche il vicepresidente JD Vance ha indicato nella guerra una delle cause della disfatta repubblicana.

Schumer e i repubblicani contro la guerra in Iran: i numeri che mancano

Schumer non ha indicato quanti siano i repubblicani pronti a votare con i democratici, né chi siano. Il dettaglio pesa. Al Senato quasi tutte le leggi richiedono 60 voti su 100 per superare l’ostruzionismo, e per scavalcare un veto presidenziale servono i due terzi di entrambe le Camere. Una norma che vieti esplicitamente di spendere denaro per le operazioni contro l’Iran avrebbe bisogno della firma di Trump o di una maggioranza qualificata che nessun partito possiede da solo.

C’è poi una questione di calendario. Il nuovo Congresso si insedierà il 3 gennaio: fino ad allora Schumer resta capo della minoranza e le Camere uscenti rimangono a guida repubblicana.

Il potere della borsa sulla guerra in Iran: come funziona davvero

La leva ha due facce. La prima è attiva: inserire nelle leggi di spesa un divieto di finanziare le operazioni militari, ed è qui che si scontra con il veto. La seconda è passiva ed è la più concreta: rifiutare i nuovi stanziamenti. Ogni legge di bilancio deve passare da entrambe le Camere, e una maggioranza contraria può semplicemente non approvare le richieste aggiuntive del Pentagono, come gli 80 miliardi di dollari sollecitati al Congresso per sostenere il conflitto.

Anche questa strada ha limiti precisi. Il Pentagono dispone di un bilancio ordinario che supera gli 800 miliardi di dollari l’anno e di margini, regolati per legge, per spostare risorse da un capitolo all’altro. Le guerre americane del nuovo secolo sono state pagate in larga parte con stanziamenti d’emergenza, poi confluiti nel fondo per le Overseas Contingency Operations (Oco), un canale rimasto fino al 2021 fuori dai tetti di spesa ordinari e per questo a lungo criticato per la scarsa trasparenza. Negare i fondi supplementari può rallentare una campagna militare; fermarla del tutto richiede molto di più. Bloccare in blocco le leggi di spesa espone inoltre al rischio di uno shutdown, la paralisi amministrativa del governo federale, con costi politici che ricadono anche su chi la provoca.

I precedenti: dal Vietnam al veto di Trump sull’Iran nel 2020

La storia americana offre un solo caso netto in cui il Congresso ha chiuso una guerra tagliando i soldi. Nel 1973 l’emendamento Case-Church cancellò i fondi per le operazioni militari nel Sud-est asiatico, quando però le truppe di terra avevano già lasciato il Vietnam dopo gli accordi di Parigi.

Negli anni Ottanta gli emendamenti Boland vietarono di finanziare i Contras in Nicaragua. L’amministrazione Reagan aggirò il divieto vendendo segretamente armi proprio all’Iran e girando i proventi ai ribelli: lo scandalo Iran-Contra.

Il precedente più vicino riguarda gli stessi democratici. Nel 2006 vinsero il midterm promettendo di riportare a casa i soldati dall’Iraq. Nel maggio 2007 George W. Bush pose il veto alla legge che fissava un calendario per il ritiro; poche settimane dopo il Congresso approvò i fondi senza scadenze vincolanti. Le truppe americane lasciarono l’Iraq alla fine del 2011.

Anche il sostegno di una parte dei repubblicani si è già rivelato insufficiente. Nel 2019 le Camere votarono lo stop all’appoggio americano alla guerra saudita in Yemen; nel 2020, dopo l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, approvarono una risoluzione per limitare le azioni militari di Trump contro l’Iran. In entrambi i casi la maggioranza comprendeva voti repubblicani, Trump oppose il veto e il Congresso non trovò i numeri per superarlo.

Schumer e i democratici, dall’Iraq agli aiuti militari bipartisan

Il profilo di chi oggi guida la battaglia contro la guerra aiuta a misurare la promessa. Nel 2002 Schumer votò a favore dell’autorizzazione all’uso della forza in Iraq. Nel 2015 si schierò contro l’accordo sul nucleare iraniano negoziato dall’amministrazione Obama, uno dei pochi democratici di primo piano a farlo. È da sempre tra i sostenitori più solidi di Israele al Congresso.

Negli ultimi anni le maggioranze democratiche hanno votato insieme ai repubblicani i grandi pacchetti di aiuti militari, come quello da 95 miliardi di dollari per Ucraina, Israele e Taiwan approvato nell’aprile 2024. La spesa per la difesa resta uno dei pochi terreni su cui a Washington l’intesa tra i due partiti regge da decenni. La svolta contro la guerra in Iran segue un risultato elettorale netto, e la sua tenuta si misurerà sui voti, a partire dalle richieste di fondi del Pentagono.

Guerra in Iran, il petrolio scende e Teheran parla di «messaggio chiaro»

I mercati scommettono intanto su una svolta. Il Wti, il greggio di riferimento americano, perde il 2,2% a 93,9 dollari al barile; il Brent, riferimento per l’Europa, cede la stessa percentuale e scende a 101,3 dollari. Chris Beauchamp, capo analista di mercato della piattaforma IG, lega il calo all’attesa che Trump volti pagina, ma avverte che per stabilizzare il mercato servono notizie concrete sui negoziati di pace: «Per ora mancano, ma dato che l’Iran sta avanzando delle concessioni, sembra che l’orientamento stia virando verso un accordo più solido».

Per l’Europa, coinvolta nel teatro operativo attraverso le basi militari sul proprio territorio, un Brent oltre i 100 dollari si traduce in rincari diretti su bollette e carburanti.

Da Teheran il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baqaei, ha letto il voto americano come un «messaggio chiaro» all’amministrazione Trump. «Se continuerete a ignorare la realtà, a trascurare le lezioni della storia e a persistere in questa rotta pericolosa, le conseguenze di questo grave errore di calcolo andranno ben oltre ciò a cui avete già assistito», ha scritto su X. Baqaei accusa Washington di aver trascinato il Paese, «al servizio di un regime ingannevole», con riferimento a Israele, in «una guerra illegale e atroce contro l’Iran».

Il primo banco di prova della promessa di Schumer arriverà dopo il 3 gennaio, con le prime leggi di spesa del nuovo Congresso e con la richiesta di fondi supplementari del Pentagono.

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