Iran, l’esercito: «Più forti di quanto fossero all’inizio della guerra». Hormuz resta chiuso

Le forze armate iraniane sono «più forti di quanto fossero all’inizio della guerra». Lo ha dichiarato oggi il portavoce dell’esercito Mohammad Akraminia, citato dall’agenzia di Stato IRNA, che ha aggiunto un secondo messaggio: lo Stretto di Hormuz resterà chiuso finché Washington non accetterà le condizioni poste da Teheran. Dopo otto mesi di conflitto con gli Stati Uniti, la dichiarazione rovescia la versione di Donald Trump, che descrive un Iran con economia ed esercito gravemente danneggiati e ansioso di firmare. Le due narrazioni si scontrano mentre il Qatar e altri mediatori cercano di impedire una ripresa dei combattimenti su larga scala.
Iran, l’esercito rivendica più motivazione e missili a gittata crescente
Secondo Akraminia, il rafforzamento deriva dall’esperienza accumulata nello scontro diretto con gli Stati Uniti e con quello che Teheran definisce il «regime israeliano». Le forze armate, ha detto, sono in uno stato di allerta più elevato e possiedono ora «maggiore motivazione, impegno e fiducia in se stesse». Poi l’avvertimento: «Per ordine della Guida suprema, la risposta delle forze armate sarà immediata, efficace e senza limiti geografici».
Sullo stesso registro si è espresso il portavoce dei Guardiani della Rivoluzione (i Pasdaran, il corpo militare d’élite della Repubblica islamica), Hossein Mohebbi. All’agenzia Fars ha dichiarato che «l’aumento della gittata dei missili iraniani prosegue costantemente».
La natura di queste affermazioni merita attenzione. Quasi tutto ciò che l’esercito rivendica è qualitativo: esperienza, morale, prontezza. L’unico elemento materiale, la gittata dei missili, è privo di cifre. Si tratta di un messaggio costruito per essere ascoltato a Washington e nelle capitali dei mediatori, più che di un bilancio militare.
Trump: «Vogliono disperatamente un accordo»
La versione americana è speculare. Trump sostiene che otto mesi di guerra abbiano piegato l’Iran e che Teheran cerchi una via d’uscita. «Stiamo trattando con loro adesso. Vogliono disperatamente un accordo», ha detto.
Il presidente aveva in passato ventilato la ripresa di bombardamenti pesanti, per poi fare marcia indietro. Le forze statunitensi continuano però a condurre attacchi limitati. Questa settimana Trump ha confermato nuovi raid contro la difesa aerea iraniana, definendoli, secondo quanto riportato da AFP, di scarsa entità. Ieri ha rivendicato l’intera campagna: «Se non avessimo colpito l’Iran, oggi non avreste Israele. Se avessero avuto il nucleare, lo avrebbero usato. Avrebbero cancellato il Medio Oriente».
Guerra Iran-USA, otto mesi di stallo
Il conflitto è iniziato a fine febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran con un’ondata di raid. Da allora Teheran ha limitato il transito attraverso Hormuz, il braccio di mare tra Iran e Penisola arabica da cui passa normalmente circa un quinto del petrolio consumato nel mondo. Dopo la fase più intensa delle ostilità, la guerra si è trasformata in uno stallo che dura da mesi, punteggiato da colpi limitati e da trattative intermittenti. Il costo di quella chiusura ricade anche sui consumatori europei, attraverso i prezzi dell’energia.
Hormuz chiuso, mine e Qeshm: i fatti sul terreno
Verificare in modo indipendente le due versioni è impossibile. Esistono però alcuni elementi concreti che permettono di misurarle.
Il primo è lo stretto stesso. Dopo otto mesi di pressione militare, Hormuz resta sotto il controllo iraniano. Oggi l’esercito ha comunicato, attraverso la televisione di Stato, che una petroliera «ha preso fuoco e si è fermata dopo aver urtato una mina navale». Washington aveva annunciato di recente che tutte le mine erano state rimosse.
Il secondo è l’isola di Qeshm, nello stretto, colpita dagli americani martedì. Nella notte la tv di Stato ha riferito di due esplosioni e l’agenzia Tasnim di due missili caduti sull’isola. L’esercito ha poi annunciato di aver abbattuto un drone statunitense nella stessa zona. Il fatto che Washington debba ancora colpire le difese aeree iraniane indica che una parte di quelle capacità è ancora operativa.
I dati sul terreno, d’altra parte, offrono argomenti anche a Trump. Le richieste che Teheran pone per riaprire lo stretto riguardano in larga parte l’economia, segno che sanzioni e blocco navale pesano sul Paese.
Nucleare iraniano, la taglia da 20 milioni di dollari
C’è poi una contraddizione interna alla narrazione americana. Trump ha ripetuto più volte che le forze statunitensi hanno di fatto «annientato» il programma nucleare iraniano. Ieri il Comando centrale Usa ha annunciato una ricompensa di 20 milioni di dollari «e un possibile trasferimento» per chi fornisca informazioni su quel programma. L’iniziativa rientra in Rewards for Justice, il programma del Dipartimento di Stato, e cerca notizie su impianti, attrezzature e personale, compresi i membri della comunità scientifica. Offrire una cifra simile per localizzare installazioni e scienziati di un programma dichiarato distrutto apre una questione sulla solidità di quella dichiarazione.
Iran, le condizioni per riaprire Hormuz
Le parole di Akraminia vanno lette accanto alle richieste negoziali. Teheran si è detta disposta a riaprire lo stretto in cambio di un cessate il fuoco su tutti i fronti della regione, dello sblocco dei suoi beni congelati all’estero, della revoca delle sanzioni sul settore petrolifero e della fine del blocco navale statunitense contro i suoi porti. Washington finora ha rifiutato.
In parallelo il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha riferito su Instagram di aver sentito in 48 ore i colleghi di 12 Paesi, tra cui Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Egitto, Iraq e Pakistan. Ha insistito sul «diritto legittimo» dell’Iran a difendere la propria sovranità e su «accordi di sicurezza regionali senza l’interferenza di potenze extraregionali». La sequenza è coerente: mostrare forza militare, tenere in mano la leva di Hormuz e allargare il fronte diplomatico nel Golfo per alzare il prezzo di un eventuale accordo.
USA-Iran, la trattativa dopo il voto di metà mandato
Il momento scelto pesa. Le dichiarazioni arrivano pochi giorni dopo le elezioni di metà mandato, in cui il Partito repubblicano ha subito pesanti perdite in un voto considerato un referendum sul secondo mandato di Trump. Ali Vaez, dell’International Crisis Group, ha osservato che, dopo una sconfitta elettorale e una vittoria militare mancata, Trump difficilmente tollererebbe anche un’umiliazione diplomatica. Il presidente, ha aggiunto, rischia di passare da «anatra zoppa» a «anatra in fiamme» se l’Iran gli negherà un’uscita che salvi la faccia. E ancora: «Entrambe le parti potrebbero scambiare la debolezza dell’altra per un motivo per resistere anziché scendere a compromessi».
A Washington la pressione cresce anche dall’interno. Il senatore Bernie Sanders ha chiesto ai democratici di tagliare i fondi alla guerra: «È illegale. È incostituzionale. Sono morti 19 militari americani e migliaia di uomini, donne e bambini in Iran e nei Paesi vicini. Ci è costata centinaia di miliardi di dollari».
Il Qatar intanto tiene aperto il canale. Ieri Trump ha telefonato all’emiro Tamim bin Hamad Al Thani. Il primo ministro qatariota, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, intervenendo a Oxford, ha lodato le «intenzioni sincere» dell’amministrazione americana e ha aggiunto che, «grazie anche ad alcune voci sagge a Teheran», la situazione è rimasta sotto controllo. Ha avvertito che un accordo perfetto non arriverà mai e ha indicato tre priorità: nucleare, libertà di navigazione e sicurezza del Golfo. In serata l’agenzia IRNA ha segnalato altre due esplosioni su Qeshm.