Intelligence USA: Putin sta per testare la Nato con attacchi limitati.

Mettiamola così: fino a un anno fa gli analisti americani dicevano che Vladimir Putin non avrebbe mai toccato un Paese della Nato mentre era impegnato in Ucraina. Troppo rischioso. Adesso hanno cambiato idea. E lo scrivono nero su bianco in nuovi rapporti di intelligence, raccontati in queste ore dal Wall Street Journal e ripresi dalle agenzie italiane.
Lo scenario è questo: nei prossimi anni il Cremlino potrebbe colpire un Paese alleato con un attacco limitato. Non un’invasione. Qualcosa di piccolo, calibrato. Un attacco informatico. Oppure un’incursione di terra su scala ridotta, un dito infilato oltre il confine per vedere cosa succede.
L’obiettivo, secondo i funzionari americani citati dal quotidiano, non è conquistare territorio. È spaccare la Nato. Mostrare che, quando arriva il momento, i trentadue Paesi dell’Alleanza non si muovono insieme.
Perché l’intelligence Usa ha cambiato valutazione
Il cambio di giudizio risale all’inizio di quest’anno. Il ragionamento è semplice, quasi elementare: Putin sarebbe più in difficoltà, quindi sarebbe più imprevedibile.
Secondo queste fonti, che chiaramente sono inserite in una cornice occidentale e quindi si muovono nel contesto di una propaganda di parte, i droni ucraini starebbero facendo male. Colpirebbero l’esercito e l’industria petrolifera russa, cioè il portafoglio. Al fronte le truppe russe avanzerebbero, sì, ma lentamente e pagando un prezzo altissimo in vite. E in patria Putin sarebbe sotto pressione: gli servirebbe dunque una vittoria da mostrare.
Un uomo messo all’angolo diventa più pericoloso. È questa, in sostanza, la preoccupazione che gira negli uffici dell’intelligence americana.
Il punto che dovrebbe far riflettere: le munizioni finite
Questa valutazione arriva proprio mentre agli Stati Uniti mancano le munizioni critiche per affrontare la Russia o la Cina in un eventuale conflitto futuro.
Non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori. È il cuore della faccenda, e ormai è assodato: i media statunitensi e la stessa politica lo hanno accertato. Chi dice che sono stati consumati l’80% dei missili adibiti alla difesa, chi parla di due terzi. Ma che ci sia ormai scarsità, è accertato.
Tra le scorte a rischio, secondo i funzionari citati dal Wsj, ci sono i missili a lungo raggio Precision Strike Missile, gli Atacms — quelli che l’Ucraina ha usato per colpire in profondità — e persino gli Stinger, i piccoli missili terra-aria che si portano in spalla e servono per abbattere aerei ed elicotteri a distanza ravvicinata. Roba di base, insomma.
Dove sono finite, queste scorte? In parte trasferite a Kiev. In parte consumate nella guerra con l’Iran.
Ecco il paradosso: l’Occidente ha svuotato i magazzini su due fronti diversi, trattandoli come due dossier separati, e adesso scopre di essere scoperto su un terzo fronte: la Russia, la Cina, l’Iran vengono studiati come pratiche distinte, ognuna sul suo tavolo. Ma le munizioni sono le stesse. E i magazzini sono gli stessi.
I segnali che la Nato guarda con inquietudine
I leader americani ed europei dicono di vedere già oggi chiari segnali russi: missili da crociera finiti in territorio polacco, droni entrati nello spazio aereo della Romania, sabotaggi. Piccole pressioni, ripetute, tutte tenute sotto la soglia che farebbe scattare automaticamente l’articolo 5, quello della difesa collettiva.
È una tecnica antica: si tasta il muro per capire dove è più sottile.
«L’incognita riguarda la risposta che darebbero gli Stati Uniti in un caso del genere», ha osservato Heather Conley dell’American Enterprise Institute parlando dell’ipotesi di un’incursione russa. E ha aggiunto un concetto: mettere in dubbio la credibilità della Nato e separare gli Stati Uniti dai loro alleati è sempre stato un obiettivo di Mosca. In realtà, si tratta delle regole base per qualsiasi intelligence e qualsiasi corpo militare. Pensiamo solo alle strategie, passate e presenti, per spaccare i movimenti spontanei che si formano nella società civile. Si infiltrano con agenti degli apparati che seminano discordia e zizzania. Una strategia vecchia come il mondo, di cui Putin non è certo l’inventore (noi cosiddetti occidentali siamo bravissimi a farlo).
Tradotto per chi non mastica geopolitica, insomma: a Putin non serve vincere una battaglia. Gli basta che, il giorno in cui succede qualcosa, a Bruxelles ci si metta a discutere su cosa fare. Se metà degli alleati chiede il negoziato e l’altra metà chiede la risposta armata, la partita è già persa senza sparare. E a Bruxelles, oggi, non si tratta certo dello scenario peggiore, ma di quello più probabile.
Su Byoblu [3.0], parlavo qui il 3 luglio
Senza falsa modestia, su Byoblu [3.0] questo scenario l’avevo raccontato il 3 luglio, con oltre un mese di anticipo sui grandi quotidiani americani. Capita spesso, ormai – a me per primo – di scrivere (e a voi di leggere) su questo blog notizie che dopo qualche giorno arrivano anche sul mainstream. Se vuoi sapere molte cose in anticipo, passa di qui tutti i giorni.
Nel caso in questione, la notizia arrivava da Varsavia: il portale polacco Onet, citando fonti vicine al presidente Karol Nawrocki e agli ambienti della sicurezza nazionale, riferiva di un’informativa americana al governo polacco. Si parlava di provocazioni a più livelli: attacchi con droni o missili su infrastrutture critiche, finte incursioni aeree per costringere Varsavia ad accendere le difese, e nel caso più estremo soldati russi o bielorussi che attraversano fisicamente il confine, con la scusa già pronta dell’errore di navigazione GPS o dell’elicottero in avaria. Le direttrici indicate erano due: Kaliningrad a nord e la Bielorussia a est.
Oggi il Wall Street Journal ci mette il timbro dell’intelligence americana. Ma la sostanza è quella.
Intanto la guerra vera continua
Mentre si discute di scenari futuri, il presente resta quello che è. Nella notte l’aviazione russa ha lanciato 147 droni di tipo Shahed sull’Ucraina: 114 sarebbero stati abbattuti, gli altri hanno colpito quindici località. Nelle ultime ventiquattr’ore le autorità regionali ucraine contano almeno nove morti e ottantanove feriti, con la regione di Dnipropetrovsk bersagliata quasi ottanta volte.
Sul fronte opposto, i droni ucraini hanno incendiato un centro logistico Wildberries a Ekaterinburg, negli Urali: più di 1.600 chilometri dal confine. È il ventesimo circa dalla metà di luglio, secondo i media russi. Il governatore Denis Pasler parla di tre droni sul tetto e nessuna vittima. E nel Mar Nero Mosca dichiara di aver colpito tre navi mercantili che trasportavano materiale militare per Kiev.
Riarmarsi per dissuadare? L’esito sappiamo tutti qual è
Da anni ci viene ripetuto che riarmarsi serve a scoraggiare l’aggressore. Si vis pacem, para bellum. Ma se il riarmo europeo ha una scadenza fissata al 2030 (e le esercitazioni di Taiwan, in aree diverse del mondo ma tutte collegate, parlano di essere pronti per il 2027), e se chi sta di fronte lo sa benissimo, quale conclusione ne trae? Che è meglio muoversi prima, quando il vicino non ha ancora finito di montare il fucile.
Nel frattempo si continua ad investire in armamenti cifre da capogiro. Solo in Italia decine e decine di miliardi, centinaia in UE, che poi finiscono per metà negli USA. E oggi dal Giappone, a 81 anni di distanza dall’Enola Gay, arriva un monito molto chiaro: “state costruendo la prossima Hiroshima”.