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Taiwan testa la difesa contro un possibile attacco della Cina. Fanno sul serio e si preparano al 2027.

Dieci giorni di manovre Han Kuang: internet rallentato per la prima volta, 20mila riservisti, arsenali spostati e ordini che cambiano all’improvviso.
Byoblu·06 agosto 2026
Esteri — Byoblu

Taiwan si sta esercitando a fare la guerra. Davvero, non per finta.

Mercoledì mattina presto, da un centro di comando sotterraneo di Taipei, è partito l’ordine: via alle Han Kuang, le grandi manovre annuali dell’isola che qui su Byoblu [3.0] avevo anticipato il 22 giugno. Dureranno dieci giorni e finiranno il 14 agosto. Caccia che si disperdono su piste alternative, navi che escono in emergenza dai porti, riservisti richiamati. Lo scenario è sempre lo stesso: un attacco della Cina.

A raccontare i dettagli sono stati alcuni funzionari taiwanesi di alto livello, che hanno parlato in forma anonima perché la materia è delicata. Il ministero della Difesa cinese, interpellato, non ha risposto.

Cosa cambia quest’anno

La novità più curiosa riguarda i telefonini. Per la prima volta, Taiwan rallenterà volontariamente la velocità di internet mobile. Motivo semplicissimo: se domani scoppia la guerra e la banda diventa un bene scarso, come farà la gente a comunicare? Come si avvisa la famiglia, come si capisce dove andare, come si distingue una notizia vera da una falsa? Meglio scoprirlo adesso, con la rete rallentata per esercizio, che dopo, con i cavi tagliati per davvero.

Poi c’è la parte che riguarda i comandanti. Qui il concetto è ancora più concreto. Nelle esercitazioni tradizionali il nemico si comporta come previsto dal copione. Nella realtà no. Così quest’anno agli ufficiali sul campo verranno lanciate addosso situazioni impreviste: il nemico non fa quello che doveva fare, e allora? Come rileggi la situazione, come cambi i piani, come dai ordini nuovi in pochi minuti?

Per evitare pasticci, Taipei ha copiato un metodo americano che si chiama backbrief. Funziona così: quando un ufficiale più giovane riceve un ordine, non risponde «sì signore» e via. Deve ripetere ad alta voce al superiore cosa ha capito di dover fare. Se ha capito male, si scopre subito. È lo stesso principio per cui in ospedale si ripete il nome del farmaco prima di somministrarlo.

«Serve a garantire che comandanti e subordinati siano allineati sull’intento operativo», ha spiegato uno dei funzionari. E – francamente – dato il tasso di incomunicabilità evidente anche nella vita quotidiana, forse sarebbe bene che si adottasse questa tecnica anche tra i privati cittadini. Scopriremmo molte cose interessanti, se lo facessimo. Ad esempio che i nostri interlocutori spesso capiscono il contrario di quello che abbiamo detto.

L’incubo: paralizzare l’isola nelle prime ore

Il timore vero, quello che sta dietro a tutto, è che in caso di attacco Pechino non sbarchi subito sulle spiagge. Prima cercherebbe di spegnere l’isola: centri di comando, porti, logistica, stabilimenti dell’industria della difesa. Colpisci il cervello e le arterie, e il corpo non reagisce.

Per questo nelle manovre si simula lo spostamento in tempo di guerra di un grande arsenale, si mobilitano fabbriche civili e si provano scorte navali lungo la costa che guarda il Pacifico. Quella costa è la porta di servizio di Taiwan: è da lì che arriverebbero i rifornimenti degli alleati se lo Stretto fosse chiuso. E c’è la preoccupazione crescente che Pechino stia studiando proprio come tagliare quella via.

Sono coinvolti oltre 20mila riservisti. Mercoledì, nel campo sportivo di un liceo di Taipei, decine di loro si allenavano con i mortai e con il fucile a terra. Immagine che dice più di mille comunicati.

È prevista anche una figura nuova: il giornalista «aggregato» ai reparti, per testare come si diffondono le notizie dal fronte e come si risponde alla disinformazione nemica. «L’accento sarà su come tutta la nostra popolazione deve affrontare la guerra», ha detto uno dei funzionari.

Un terzo dirigente è stato ancora più diretto: non è più un’esercitazione da laboratorio sottovuoto, si entra in un ambiente reale, con condizioni al limite. Traduzione: negli anni passati qualcuno aveva accusato Taiwan di fare manovre troppo coreografiche, buone per le foto. Ora provano a sporcarsi.

Perché riguarda anche noi

Le Han Kuang si tengono ogni anno dal 1984. Ma il clima è cambiato. Nei documenti di Taipei l’anno di riferimento degli scenari è il 2027, quello che diversi apparati d’intelligence occidentali indicano come possibile finestra per un’azione cinese, e che coincide con il centenario dell’Esercito popolare di liberazione.

Nel frattempo la pressione militare attorno all’isola è cresciuta: pattugliamenti congiunti, esercitazioni sempre più grosse, decine di navi in mare nello stesso giorno.

E qui arriva la parte realmente pericolosa, ovvero l’arrosto sotto al fumo. Ve ne avevo già parlato il 16 giugno. A Taiwan si produce circa il 70% dei semiconduttori mondiali, il 95% dei chip più avanzati e praticamente tutti quelli per l’intelligenza artificiale. Dentro ogni auto, ogni smartphone, ogni impianto industriale europeo c’è un pezzo di quell’isola. Nello Stretto passano ogni giorno oltre 60mila container: più del traffico di Panama e Suez messi insieme, secondo le stime della stessa Taipei.

Non serve un’invasione per fare danni. Basta un blocco navale (dalle conseguenze più catastrofiche di Hormuz). Le merci si fermano, i prezzi salgono, le fabbriche europee rallentano. Il conto arriva anche a chi non ha mai sentito parlare di Han Kuang.

A rendere il quadro più pesante c’è il fatto che Pechino non è sola. Da mesi Mosca e Pechino si muovono come un blocco: sul dossier Taiwan la Russia ha già fatto sapere di stare con la Cina. Per approfondire, leggete su Byoblu [3.0] sia come Russia e Cina stanno addestrando congiuntamente i loro eserciti, sia come vogliono affrontare la questione di Starlink. Non è più una crisi regionale: è un pezzo della stessa partita che si gioca in Ucraina, sull’energia, sui commerci.

E l’Europa? Non ha rapporti diplomatici formali con Taipei, non vende armi a Taiwan dal 1991 e continua a invitare tutti alla «moderazione». Taiwan si esercita a rallentare internet per capire come sopravvivere alla guerra. Noi non ci siamo ancora esercitati a immaginare cosa succede ai nostri porti il giorno dopo. E non abbiamo neanche un piano per i minerali critici.

Il fatto è che ci sentiamo ancora sul tetto del mondo, ma siamo scivolati molto, molto più in basso, e già da un pezzo. Siamo il prossimo terzo mondo. Una civiltà in piena decadenza più interessata a codici e codicilli che alla sua stessa sopravvivenza. E non disposta a sacrificare nulla sull’altare del consumismo edonistico in cui è precipitata.


Fonti:

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