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Putin, vertice con Trump e Xi sull’Ucraina senza Zelensky

Mosca ottiene il via libera al diesel e riapre il dialogo con Washington. Colloqui a tre dal 10 novembre, mentre Kiev resta ai margini.
Byoblu·22 ottobre 2026
Esteri — Byoblu

Vladimir Putin avrebbe proposto a Donald Trump un vertice a tre con il presidente cinese Xi Jinping per negoziare la fine della guerra in Ucraina. Volodymyr Zelensky non sarebbe al tavolo. L’idea sarebbe emersa nella telefonata del 9 ottobre tra i due presidenti, secondo una ricostruzione pubblicata lunedì negli Stati Uniti e basata sulle informazioni di un ex ufficiale dell’intelligence russa. La sede indicata sarebbe il vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC), in programma a novembre a Shenzhen, in Cina. Dalla stessa telefonata è nato l’accordo che consente a Mosca di tornare a vendere il proprio diesel sul mercato globale.

Washington non ha confermato. Il segretario di Stato Marco Rubio, in visita in Uzbekistan, ha detto lunedì che «si è parlato di un incontro», senza sapere «se sia stato definito». Il presidente, ha aggiunto, «è aperto a qualsiasi cosa possa fare per aiutare a chiudere una guerra, se è possibile». La Casa Bianca si è limitata a rinviare alle sue parole.

Putin e Witkoff a San Pietroburgo: colloqui a tre dal 10 novembre

Ieri Putin ha ricevuto per circa tre ore l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff al Palazzo di Costantino, a San Pietroburgo. Al tavolo c’erano il consigliere diplomatico Yuri Ushakov e l’inviato economico Kirill Dmitriev. Jared Kushner, genero di Trump, era collegato in video.

Secondo Ushakov, Putin ha accettato «in linea di principio» di riprendere i negoziati trilaterali tra Russia, Ucraina e Stati Uniti a partire dal 10 novembre circa. Al centro, ha spiegato, ci sarà la costruzione di «un sistema di sicurezza per la Russia e l’Ucraina dopo la fine del conflitto». Le delegazioni sarebbero però di livello tecnico, e da parte russa è stata ridimensionata l’ipotesi di un accordo complessivo a breve.

Prima dell’incontro Mosca ha liberato Stephen Hubbard, 74 anni, insegnante in pensione del Michigan catturato nell’est dell’Ucraina nell’aprile 2022 e detenuto con l’accusa di aver combattuto come mercenario. Witkoff ha ringraziato Putin definendolo «un umanitario», suscitando le proteste dei senatori repubblicani John Cornyn e Thom Tillis. Trump ha presentato il rilascio come un segno di stima personale: gli Stati Uniti, ha scritto, «per rispetto del presidente Trump, non erano tenuti a dare nulla in cambio». Più tardi ha però ammesso che la Russia non avrebbe liberato Hubbard se le sanzioni fossero rimaste in vigore.

Putin si è detto pronto a valutare il ripristino dei rapporti economici con gli Stati Uniti e ha offerto la mediazione russa con l’Iran, facendo leva sul rapporto speciale tra Mosca e Teheran. Ha proposto anche un accordo sui fertilizzanti. Dmitriev ha parlato di «nessun dubbio» sul rafforzamento della cooperazione, citando data center e progetti energetici. Nella stessa giornata il presidente russo ha incontrato il premier cinese Li Qiang.

▶ Dall’articolo: Zelensky dice sì al congelamento del fronte con la Russia

Accordo sul diesel russo, il favore che Mosca non poteva rifiutare

Il 9 ottobre Trump ha annunciato che la Russia fornirà oltre 300 mila tonnellate di diesel a ottobre, 500 mila a novembre e altri 3 milioni in seguito, senza un calendario preciso. Il Cremlino non ha confermato i volumi. Il Tesoro americano ha emesso una licenza generale, la numero 135, che autorizza le transazioni sul diesel russo fino al 7 aprile 2027. Pochi giorni dopo Trump ha sospeso, con una deroga per interesse nazionale, le nuove sanzioni contro Mosca previste dalla legge promossa dal senatore Lindsey Graham.

L’effetto sui prezzi americani appare modesto. Secondo stime di Goldman Sachs riprese dal Center for American Progress, think tank progressista vicino ai democratici, il diesel russo ridurrebbe i prezzi all’ingrosso di 2-5 centesimi per gallone. Il dato rivela anche la fragilità russa. Circa metà della capacità di raffinazione del Paese è ferma per gli attacchi ucraini, Mosca ha conosciuto razionamenti di benzina e ha dovuto importare carburante da Bielorussia e India. Lo stesso Putin ha stimato in circa l’1% del Pil il costo dei raid sulle raffinerie. Il Cremlino ha trasformato in concessione politica un’esportazione che faticava a sostenere.

Raffinerie, Starlink e intelligence: la pressione di Washington su Kiev

Mentre apriva a Mosca, Trump chiedeva a Kiev di smettere di colpire le raffinerie russe, accusate di far salire il prezzo globale del diesel. L’11 ottobre ha annunciato una «tregua energetica». La Russia ha continuato a colpire la rete elettrica ucraina; Kiev ha sospeso i raid per tre giorni e li ha ripresi giovedì scorso. Domenica oltre mille droni ucraini hanno incendiato un terminal petrolifero e una raffineria a San Pietroburgo.

La Casa Bianca chiede all’Ucraina di rinunciare alla sua leva più efficace e intanto libera l’energia russa. Le armi americane continuano ad arrivare, ormai pagate dagli europei, ma la loro efficacia dipende da reti satellitari e flussi informativi controllati da Washington. La settimana scorsa Kiev ha denunciato limitazioni su Starshield, la versione militare di Starlink usata per intercettare droni e missili. Elon Musk ha attribuito la responsabilità al governo, che possiede e controlla quei sistemi. Trump ha smentito qualsiasi ordine. Zelensky ha parlato di una sospensione temporanea della condivisione di intelligence, poi revocata; Rubio ha negato che ci sia mai stata.

«Vogliamo che Zelensky faccia un accordo», ha detto Trump martedì. «Abbiamo dato molto all’Ucraina. Non abbiamo ricevuto assolutamente nulla in cambio, se non dolore, morte e enormi perdite economiche». Zelensky ha sostenuto che «sono stati fatti passi per convincere l’Ucraina a capitolare», pur escludendo che sia l’obiettivo degli alleati. Ieri, intervistato da una rete americana, ha aperto al congelamento del fronte: «In questo momento dobbiamo congelare, e penso che sia il modo reale per porre fine a questa guerra».

Sul terreno i bombardamenti non si fermano. Lunedì Mosca ha lanciato 16 missili balistici su Kiev e oltre 200 droni sul Paese, lasciando senza corrente almeno 550 mila famiglie. Nella notte di mercoledì tre persone sono morte nella capitale e due vicino a Kharkiv.

Ucraina, quattro anni e mezzo di guerra e negoziati bloccati

La guerra su vasta scala è iniziata nel febbraio 2022. Quest’anno le delegazioni dei tre Paesi si sono incontrate ad Abu Dhabi, a gennaio e febbraio, e a Ginevra, senza risultati oltre agli scambi di prigionieri. Nel 2025 il vertice in Alaska non aveva prodotto nulla e quello previsto a Budapest era saltato. Un anno fa Trump aveva colpito con sanzioni i due maggiori gruppi petroliferi russi.

La richiesta minima di Mosca è il Donbass. Secondo Rubio la Russia controlla quasi il 90% della regione di Donetsk e la parte restante è, per gli strateghi ucraini, «l’ultima linea difendibile». «Da lì», ha detto, «è una strada dritta fino a Kiev». Il segretario di Stato ha ammesso che Washington vorrebbe la fine della guerra, «ma abbiamo anche altre priorità nel mondo».

Putin, la strategia di separare la guerra dagli affari con gli Usa

Le mosse del Cremlino seguono una linea coerente dal ritorno di Trump alla Casa Bianca: tenere distinti il conflitto e i rapporti con Washington. La Russia, osserva l’analista Hanna Notte, ha cercato di affermare l’idea che si possano «fare cose insieme mentre si continua a condurre la guerra», dal Medio Oriente all’Artico al controllo degli armamenti nucleari. Sul tavolo ci sono anche la vendita degli asset esteri di Lukoil a un gruppo di investitori che includerebbe il governo americano e l’ipotesi, avanzata dai negoziatori statunitensi, di una ripresa degli acquisti europei di gas russo attraverso l’Ucraina.

A Mosca il risultato viene già celebrato. «A mio parere personale, la vittoria è già stata ottenuta», ha scritto la giornalista filogovernativa Marina Akhmedova. «Non si tratta solo del 20-25% di territorio che abbiamo liberato. Si tratta anche di come gli Stati Uniti ora si rapportano alla Russia». Per Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center di Berlino, anche una normalizzazione limitata ha permesso a Putin di «disattivare» gli Stati Uniti come sostegno di Kiev.

Il premio, però, vale meno di un tempo. «Conquistare gli americani non è più il premio di una volta», sostiene Jeremy Shapiro dello European Council on Foreign Relations. «Due anni fa era tutta la partita. Ora è un pezzo molto più piccolo». L’Europa ha assunto il peso principale del sostegno economico e militare a Kiev e i rapporti tra Putin e le capitali europee sono interrotti. Al Cremlino, secondo Shapiro, Trump è considerato «molto incoerente», capace di cambiare rotta dopo il voto di metà mandato.

La partita si sposta così sull’Europa, che finanzia lo sforzo bellico ucraino senza disporre di alcun canale diplomatico con Mosca. In questa configurazione il prolungamento del conflitto dipende in misura crescente dalle scelte europee di riarmo e sostegno militare. Il calendario è fissato: le elezioni americane di metà mandato a novembre, i colloqui tecnici a tre dal 10 novembre e, se confermato, l’incontro di Shenzhen tra Putin, Trump e Xi.

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