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Stephen Miller capo di gabinetto: l’architetto delle deportazioni di massa guiderà la Casa Bianca

L’architetto delle deportazioni di massa guiderà la Casa Bianca da lunedì. Wiles lascia tre giorni dopo il tracollo repubblicano ai midterm.
Byoblu·06 novembre 2026
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Donald Trump ha scelto Stephen Miller come nuovo capo di gabinetto della Casa Bianca. L’annuncio è arrivato oggi su Truth Social, tre giorni dopo le elezioni di metà mandato che hanno consegnato ai democratici entrambi i rami del Congresso. Miller, finora vicecapo di gabinetto e regista della campagna di deportazioni di massa, entrerà in carica lunedì 9 novembre. Prende il posto di Susie Wiles, che secondo un funzionario della Casa Bianca ha presentato le dimissioni ieri sera e che passerà a guidare l’organizzazione politica del presidente.

Trump ha presentato Miller come «uno dei miei consiglieri più fidati» e ha ringraziato Wiles per aver svolto «un lavoro eccezionale». Lei ha risposto pochi minuti dopo: «Oggi è il mio ultimo giorno come capo di gabinetto della Casa Bianca». E ancora: «Servire il presidente Trump alla Casa Bianca è stato l’onore di una vita. Il mio ruolo può cambiare, il mio impegno per il presidente e per la missione non cambierà mai». Un funzionario dell’amministrazione ha definito la separazione «molto amichevole».

Capo di gabinetto della Casa Bianca, il ruolo che governa la macchina del potere

Per il lettore italiano la carica può sembrare quella di un semplice consigliere. È molto di più. Il chief of staff decide chi entra nello Studio Ovale e chi resta fuori, quali dossier arrivano sulla scrivania del presidente e in quale ordine. Coordina i ministeri, traduce le volontà presidenziali in ordini esecutivi, tratta con il Congresso. Non richiede la conferma del Senato: dipende soltanto dalla fiducia del presidente.

Wiles l’ha esercitata per 21 mesi, più di chiunque altro con Trump. Nel primo mandato il presidente aveva cambiato quattro capi di gabinetto, e il più longevo, John Kelly, era rimasto circa diciassette mesi.

Susie Wiles, la «Ice Maiden» venuta dall’establishment

Wiles, 69 anni, è stata la prima donna a ricoprire l’incarico. Arrivava dalla politica repubblicana della Florida: nel 2015 era diventata copresidente della campagna di Trump in quello Stato. Nel 2016 ammetteva di essere considerata una militante con tessera dell’establishment del partito, e che molti avevano giudicato folle il suo sostegno a un candidato come Trump.

Trump l’ha soprannominata «Ice Maiden», la vergine di ghiaccio, per i modi spicci. Ha lavorato quasi sempre dietro le quinte, presente alle riunioni decisive e raramente davanti ai microfoni. A marzo aveva reso pubblica una diagnosi di tumore al seno in fase iniziale; a settembre ha annunciato di esserne guarita.

Il suo mandato non è stato privo di incidenti. Wiles faceva parte della chat su Signal in cui il segretario alla Guerra Pete Hegseth discusse i raid contro gli Houthi in Yemen, con il direttore di The Atlantic incluso per errore. A dicembre 2025 una serie di sue interviste a Vanity Fair, con giudizi schietti su Trump e sui suoi collaboratori, aveva fatto rumore. A metà ottobre il presidente assicurava a NBC News che sarebbe rimasta «fino alla fine».

Midterm 2026, la sconfitta che ha travolto Wiles

Il voto di martedì ha cambiato i rapporti di forza. Secondo NBC News i repubblicani hanno perso Camera e Senato con margini ampi: democratici mobilitati, indipendenti in fuga, molti elettori conservatori rimasti a casa. Sul risultato, riferisce Fox News, hanno pesato la guerra con l’Iran e il carovita, con gli elettori che hanno misurato il costo economico del conflitto.

Una fonte citata dal Daily Mail sostiene che ancora a settembre Wiles assicurasse a tutti la vittoria, e che il consulente Chris LaCivita, suo stretto alleato, promettesse ogni giovedì al presidente un trionfo certo. La mattina del voto, nell’Ala Ovest, si parlava ancora di seggi da conquistare. «Deliranti», ha detto la fonte. «Lo sono stati fino all’ultimo».

Il sito progressista Daily Kos lega la sconfitta proprio all’immigrazione: gli elettori ispanici che nel 2024 avevano premiato Trump sarebbero tornati in massa ai democratici, costando ai repubblicani diversi seggi nel Sud-Ovest e uno al Senato in Texas.

Stephen Miller, chi è l’ideologo della stretta sull’immigrazione

Miller è con Trump dal 2016, quando entrò come autore dei discorsi in una campagna che pochi davano per vincente. Prima aveva lavorato per il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, poi primo ministro della Giustizia di Trump. Alla Casa Bianca è considerato il lealista per eccellenza e un capo durissimo con i sottoposti.

Nel maggio 2025, secondo NBC News, ha strigliato i dirigenti dell’agenzia per l’immigrazione Ice minacciandoli di licenziamento per i numeri ritenuti troppo bassi, e ha preteso 3.000 arresti al giorno. A gennaio, dopo che agenti federali avevano ucciso a Minneapolis due cittadini americani, Renee Good e Alex Pretti, Miller scrisse che Pretti era un «terrorista interno» che aveva tentato di «assassinare agenti federali». In seguito attribuì l’errore a informazioni sbagliate fornite dalla polizia di frontiera, e da allora ha ridotto le apparizioni pubbliche.

La Stampa lo ha definito «teorico del nazionalismo bianco». L’etichetta circola da anni nella stampa progressista americana e si fonda soprattutto su una serie di email del 2019 diffuse dal Southern Poverty Law Center, organizzazione di area liberal. Il leader democratico alla Camera Hakeem Jeffries, destinato con ogni probabilità alla presidenza dell’aula a gennaio, è andato oltre: «Stephen Miller è un pericoloso xenofobo e un estremista sconsiderato che ha le mani sporche di sangue americano. Licenziatelo oggi».

Nel campo trumpiano i toni sono opposti. Per Steve Bannon Miller «conosce i temi chiave ed è un vero credente: viene paracadutato e prende subito il controllo». Il vicepresidente JD Vance lo ha definito «un patriota straordinario». Un funzionario dell’amministrazione ha spiegato a Fox News che Miller gode della fiducia di milioni di americani convinti che invertire l’immigrazione di massa sia «la crisi del nostro tempo». Un alleato del presidente, citato da NBC, è stato più crudo: «Quando il presidente dice “fai questo”, Stephen lo fa, e lascia cadaveri sul terreno pur di farlo».

Miller alla Casa Bianca, cosa cambia per gli alleati europei

La lettura prevalente a Washington, riassunta da NBC, è che Trump abbia scelto di stringere i legami con la base MAGA per gli ultimi due anni di mandato, invece di inseguire gli elettori perduti. Il passaggio di consegne lo rende evidente: esce una mediatrice cresciuta nell’apparato del partito, entra l’uomo che ha scritto l’agenda migratoria.

Il dato politico è questo. Gli elettori hanno punito la guerra con l’Iran, i dazi e il costo della vita. La risposta della Casa Bianca mette al centro l’immigrazione. Un populismo che ascolta il proprio popolo dovrebbe correggere la rotta dove il popolo l’ha bocciata; la nomina indica invece una scelta di fedeltà ideologica.

Per l’Europa le conseguenze passano dalla funzione stessa del capo di gabinetto, che filtra anche i dossier internazionali. Miller ha un profilo quasi interamente interno. È ragionevole attendersi che visti, frontiere e rimpatri diventino una leva più frequente nei rapporti bilaterali, accanto alle pressioni già esercitate su spesa militare e dazi. Per governi come quello italiano, che hanno costruito il rapporto con Washington sulla mediazione personale, l’interlocutore diventa meno negoziabile.

Il primo banco di prova sarà interno. Da gennaio Miller avrà davanti un Congresso a maggioranza democratica e, secondo l’alleato di Trump citato da NBC, si muoverà in modo apertamente conflittuale, soprattutto contro le inchieste che i democratici annunciano sull’amministrazione.

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