È possibile considerare che la terza guerra mondiale sia cominciata

Nell’ultima settimana una serie di attacchi missilistici ha costretto alla chiusura l’aeroporto di Riad. I bombardamenti russi sull’Ucraina hanno ucciso oltre cento civili. Anche gli attacchi ucraini hanno provocato vittime civili sul territorio russo, secondo le autorità locali: nella regione di Belgorod sono stati segnalati due morti e sedici feriti il 12 ottobre; il 17 ottobre sono stati riportati altri due decessi, uno a Belgorod e uno nella regione di Brjansk. Sul fronte delle infrastrutture, l’attacco del 15 ottobre alla raffineria di Rjazan ha provocato un incendio; secondo Reuters, ripresa anche dalla stampa russa, sono state danneggiate diverse tubazioni e fermata un’unità di distillazione.. La Polonia ha avvertito che le azioni russe sul territorio dell’Unione europea potrebbero presto causare vittime, e la Cina ha avviato un’esercitazione a fuoco vivo di sei giorni lungo le proprie coste. Da questa sequenza parte l’analisi pubblicata oggi da Gideon Rachman, tra i più noti commentatori britannici di politica estera, che si interroga sul rischio di una terza guerra mondiale e sulla possibilità che il mondo vi stia scivolando senza accorgersene (ma noi qui ce ne stiamo accorgendo benissimo). L’immagine dei «sonnambuli» richiama il saggio dello storico Christopher Clark sulle origini del primo conflitto mondiale.
Secondo Rachman, aree che per decenni hanno considerato la pace un dato acquisito, come l’Europa occidentale, l’Asia orientale e le monarchie del Golfo, devono oggi fare i conti con la prospettiva, o con la realtà, della guerra. Il giornalista colloca la propria svolta alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del febbraio 2022, quattro giorni prima dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina. In quei giorni, racconta, l’allora capo dell’intelligence australiana Andrew Shearer disse al segretario di Stato americano Antony Blinken: «Non riesco a credere che stiamo facendo questa conversazione nel XXI secolo». Il nuovo libro di Rachman, War is Interested in You, prende il titolo da una frase attribuita a Trotsky: «Potresti non essere interessato alla guerra, ma la guerra è interessata a te». Esce giovedì prossimo nel Regno Unito.
Terza guerra mondiale, l’espressione entrata nel lessico dei leader
In oltre quattro anni il riferimento a un conflitto globale è diventato frequente nei discorsi pubblici. Nel confronto televisivo del febbraio 2025, Donald Trump accusò Volodymyr Zelensky di «giocare d’azzardo con la terza guerra mondiale». Trump era convinto che il sostegno occidentale a Kiev rischiasse di trascinare gli Stati Uniti in uno scontro con la Russia. Zelensky sostiene la tesi opposta: il pericolo nascerebbe dalla mancata sconfitta di Mosca. «Il mondo intero deve decidere se vogliamo fermare Putin o se vogliamo dare inizio a una terza guerra mondiale», ha dichiarato.
Anche i governi europei hanno adottato toni simili. La Germania ha proclamato la Zeitenwende, la «svolta epocale» che ha aperto la stagione del riarmo. Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha avvertito nel 2025: «Siamo il prossimo obiettivo della Russia». Secondo Rutte, l’Europa deve prepararsi a una guerra della portata di quelle vissute dalle generazioni precedenti. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha riassunto così la situazione: «Non siamo in guerra, ma non siamo più nemmeno in pace».
Mosca legge gli stessi eventi in un’altra chiave. Il Cremlino contesta da anni l’allargamento della NATO e definisce la rivolta di Maidan del 2014 un colpo di Stato sostenuto dall’Occidente. Washington e Kiev respingono questa ricostruzione e parlano di una rivoluzione popolare. A Pechino, Xi Jinping richiama spesso la «trappola di Tucidide», la teoria del politologo di Harvard Graham Allison secondo cui la potenza dominante tende a entrare in guerra con quella emergente. Rachman osserva che le stesse politiche cinesi alimentano quelle tensioni. Cita il riarmo navale, che ha portato la flotta di Pechino a superare per dimensioni quella americana, e la pressione crescente su Taiwan.
Conflitto globale, le due soglie non ancora superate
Rachman propone una definizione. Una guerra mondiale richiede uno scontro diretto tra le principali potenze e un teatro esteso su più continenti. A suo giudizio, nessuna delle due soglie è stata finora superata.
I collegamenti tra i fronti, però, si moltiplicano. Truppe nordcoreane hanno combattuto accanto ai russi contro l’Ucraina, sviluppo che Zelensky ha definito «il primo passo verso una guerra mondiale». L’Iran è in guerra con gli Stati Uniti e Israele dal 28 febbraio. Secondo una convinzione diffusa negli ambienti occidentali, Teheran avrebbe ricevuto assistenza russa per individuare le basi americane in Medio Oriente. Kiev, dal canto suo, ha offerto ai Paesi del Golfo la propria esperienza nella guerra anti-drone. La Cina dal canto suo addestra militari congiuntamente alla Russia, e costruisce avamposti sui confini est dell’Unione Europea.
Gli apparati di sicurezza occidentali parlano di un «asse degli avversari» formato da Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Alcuni analisti guardano con riserva al termine «asse», ma i legami sono documentati. Mosca e Pyongyang hanno firmato un trattato di mutua difesa nel 2024. Russia e Cina avevano annunciato una partnership «senza limiti» poco prima dell’invasione dell’Ucraina.
Guerre nel mondo, il numero più alto dal 1945
L’International Crisis Group ha contato 65 conflitti in corso, il dato più alto dalla fine della seconda guerra mondiale. A una conclusione analoga è giunto il Council on Foreign Relations (CFR), centro studi statunitense di politica estera. Il conflitto russo-ucraino dura ormai più della guerra combattuta dall’Unione Sovietica contro la Germania nazista. Il governo britannico stima in 1,5 milioni le perdite russe tra morti e feriti. Quelle ucraine sono meno pubblicizzate ma, secondo Rachman, nell’ordine delle centinaia di migliaia. In Sudan gli sfollati superano i 14 milioni. A settembre navi militari indiane e pakistane si sono scontrate in acque internazionali: è stato il primo confronto aperto tra le due potenze nucleari dopo i quattro giorni di combattimenti del maggio 2025.
Sullo sfondo resta l’arsenale atomico. Secondo l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI), all’inizio dell’anno nel mondo si contavano circa 12.187 testate nucleari. Di queste, 4.012 erano schierate con le forze operative e fino a 2.200 si trovavano in stato di massima allerta. Nel 2025 tutti e nove gli Stati nucleari hanno continuato a modernizzare i propri arsenali.
Ordine internazionale, il declino del G7 e le sfere d’influenza
Per Rachman una causa centrale è lo spostamento degli equilibri. Nel 1989 i Paesi del G7 producevano circa due terzi del PIL mondiale e sostenevano una quota simile della spesa militare globale. Nel 2022 erano scesi a circa il 43% della ricchezza prodotta e alla metà della spesa militare. Nella sua lettura, a questo si sommano due fattori. Il primo è la stanchezza dell’opinione pubblica americana dopo Iraq e Afghanistan. Il secondo è l’affermarsi di leader nazionalisti come Putin, Xi, Trump e Benjamin Netanyahu. Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca, ha descritto un mondo reale «governato dalla forza», al di là delle «cortesie internazionali».
Rachman cita le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia, che avrebbero spinto la Danimarca a minare le piste principali dell’isola. Ricorda anche le pressioni sul Canada, che avrebbe predisposto piani di difesa in caso di conflitto con gli Stati Uniti. Esamina poi la teoria delle sfere d’influenza, secondo cui la pace si preserva se ogni grande potenza esercita il controllo sul proprio vicinato. Il commentatore la ritiene insostenibile per due motivi. Ignora la volontà dei Paesi minori e lascia aperti nodi come Taiwan, che produce circa il 90% dei semiconduttori più avanzati.
Altri analisti partono da premesse diverse. George Beebe, direttore della strategia del Quincy Institute, giudica il contesto attuale «estremamente pericoloso». A suo avviso il problema principale è una convinzione diffusa tra i leader occidentali: che la guerra si eviti mostrando la disponibilità a usare la forza e che il compromesso diplomatico equivalga all’arrendevolezza. Justin Logan, del Cato Institute, sostiene che le armi nucleari limitano la libertà d’azione delle grandi potenze e rendono difficile il paragone con il 1914 e il 1939. Per Washington suggerisce di lasciare la difesa dell’Europa agli europei e di concentrarsi sul Pacifico. Brad Glosserman, analista di questioni asiatiche, ad agosto ha accolto con scetticismo l’ipotesi di una guerra mondiale, pur riconoscendo che i segnali d’allarme aumentano. Più pessimista l’ex marine Dan Grazier, analista di politica della difesa: «È possibile considerare che la terza guerra mondiale sia cominciata».
NATO e Taiwan, la credibilità delle garanzie come punto critico
La tesi centrale di Rachman riguarda le alleanze. Prima di entrambe le guerre mondiali, ricorda, gli impegni di sicurezza avevano perso credibilità agli occhi di chi li sfidava. Nel 1914 Berlino scommise che Londra non avrebbe difeso il Belgio per un «pezzo di carta» firmato nel 1839. Nel 1939 Hitler ritenne che Gran Bretagna e Francia avrebbero ceduto anche sulla Polonia. In entrambi i casi il calcolo si rivelò sbagliato. Oggi, osserva il commentatore, Trump ha più volte messo in discussione i rapporti con gli alleati. Nessuno può dire con certezza se gli Stati Uniti difenderebbero i Paesi baltici, la Polonia o il Giappone.
Xi deve quindi valutare il peso del Taiwan Relations Act, la legge con cui Washington si impegna a opporsi all’uso della forza contro l’isola. Putin deve fare lo stesso con l’articolo 5 del Trattato NATO, che vincola i 32 membri alla difesa reciproca. Grazier descrive uno scenario concreto: la Cina potrebbe scegliere di muovere su Taiwan mentre gli Stati Uniti sono impegnati con l’Iran e a corto delle munizioni a lungo raggio necessarie nel Pacifico occidentale.
Il SIPRI indica alcune strade per evitare che i conflitti regionali superino soglie pericolose. Propone di mantenere aperti i canali diplomatici, ricostruire gli strumenti di gestione delle crisi e studiare il modo in cui i sistemi militari convenzionali e quelli nucleari interagiscono in caso di escalation.