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Vance, midterm perse per la guerra in Iran: «Tutti sanno perché abbiamo perso». E sfida i falchi del Gop

Il vicepresidente attribuisce la disfatta repubblicana al conflitto e al carovita. Ma la guerra porta anche la sua firma, e la corsa al 2028 è già aperta.
Byoblu·04 novembre 2026
Esteri — Byoblu

Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha indicato oggi la causa della sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato di martedì: la guerra in Iran, insieme alla scarsa attenzione al costo della vita. Lo ha scritto in un lungo post su X, pubblicato dopo molte ore di silenzio, quando il risultato era ormai chiaro. I Democratici hanno conquistato entrambe le camere del Congresso: secondo i conteggi riportati da Infobae, 228 seggi alla Camera e 54 al Senato, con seggi strappati ai repubblicani anche in Texas, Kansas e Carolina del Sud, roccaforti storiche del partito.

«La ragione per cui abbiamo perso è la guerra. Lo ha detto lo stesso Presidente ieri sera», ha scritto Vance.

Vance e la guerra in Iran, la sfida ai falchi del partito

Il passaggio più duro del messaggio è rivolto a chi, dentro il Partito repubblicano, ha sostenuto il conflitto. «Chi vuole sostenere che ne sia valsa la pena, che perdere il Senato per i prossimi sei anni sia valso il prezzo pagato, lo faccia. Sostenga che era un costo che valeva la pena sostenere. Che siate d’accordo o no, almeno sarebbe onesto. Ma tutti sanno perché abbiamo perso. E qualsiasi conversazione onesta su dove andare da qui deve iniziare da lì».

Vance ha anche difeso Rachel Campos-Duffy, conduttrice di Fox News e moglie del segretario ai Trasporti Sean Duffy, attaccata lunedì per aver chiesto una soluzione diplomatica del conflitto. «Il suo consiglio politico si è rivelato sensato», ha scritto.

Midterm, gli elettori di Trump passati ai Democratici

La tesi del vicepresidente esclude l’alibi dell’affluenza. Secondo Vance, gli analisti di dati della sua area hanno seguito ossessivamente la «composizione» dell’elettorato, cioè quanto somigliasse a quello del 2024. I numeri indicavano una partecipazione «appena accettabile» in alcuni Stati e «sorprendente» in altri, mai «catastrofica». In Florida, ha spiegato, l’elettorato era 9 punti più repubblicano che democratico, appena un paio di punti sotto il 2024.

Il problema, per Vance, è un altro: «Molte persone che hanno votato per Trump/Vance nel 2024 hanno votato per i Democratici nel 2026». Il vicepresidente cita un sondaggista di sua fiducia, senza farne il nome, che lunedì gli aveva anticipato una sconfitta di 13 punti nel voto generico, la domanda che misura quale partito gli elettori preferiscono per il Congresso. Agli elettori che avevano abbandonato i repubblicani era stato chiesto cosa li avrebbe convinti a tornare. Le prime quattro risposte, ha riferito Vance, coprivano quasi la totalità del campione: mettere fine alla guerra, concentrarsi su costo della vita e inflazione, mettere l’America al primo posto e «cambiare il nostro rapporto con Israele».

È un elenco che ricalca quasi alla lettera il programma con cui Trump aveva vinto due anni fa. La distanza fra quelle promesse e un’amministrazione che ha aperto un fronte militare in Medio Oriente è il cuore della diagnosi di Vance. La richiesta di rivedere il legame con Israele, alleato con cui Washington ha lanciato l’attacco all’Iran, segnala una frattura che nella destra americana si era già aperta con la guerra a Gaza.

Guerra in Iran e carovita, i due fronti del voto

La guerra con l’Iran è cominciata il 28 febbraio, con l’offensiva lanciata da Stati Uniti e Israele. Da allora il conflitto ha avuto un effetto diretto sui prezzi dell’energia. Ancora lunedì, alla vigilia del voto, le forze americane hanno bombardato obiettivi sull’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz, in quella che Washington ha definito un’azione difensiva. Poche ore prima, Trump aveva dichiarato al Financial Times che gli Stati Uniti non avevano piani immediati di attacco, pur restando «pronti».

Le rilevazioni sul voto disegnano un quadro in cui guerra ed economia si sommano. Il sondaggio AP VoteCast, condotto nei 50 Stati, indica che l’inflazione, peggiorata invece di rallentare, ha pesato sui repubblicani. Secondo il Financial Times, martedì il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti ha toccato il livello più alto mai registrato sotto qualsiasi amministrazione. L’agenzia AFP aggiunge alla lista anche i dazi, che hanno alimentato la frustrazione per il costo della vita.

Trump ha dato una lettura più sfumata. A Fox News ha detto: «Credo che in parte sia stato per l’Iran, ma allo stesso tempo la gente ha capito l’importanza di quello che ho fatto con l’Iran». Secondo Reuters, il presidente ha ammesso il peso del caro carburante legato al conflitto, rifiutando però un vero mea culpa e attribuendo parte della responsabilità ai singoli candidati.

Vance, correzione di rotta o lettura a posteriori

La diagnosi del vicepresidente coglie un dato reale, ma va pesata con la posizione di chi la formula. Vance è un critico di lungo corso dell’interventismo americano e, secondo AFP, sarebbe stato scettico sulla guerra dietro le quinte. Per otto mesi, però, quello scetticismo è rimasto privato, mentre Vance restava il numero due dell’amministrazione che il conflitto lo ha condotto. Il post arriva a urne chiuse e mentre la sua posizione di favorito per la nomination del 2028, candidatura che non ha ancora formalizzato, viene messa in discussione proprio dall’onda democratica.

Anche la ricostruzione causale lascia fuori alcuni elementi. Lo stesso AP VoteCast rileva che circa 7 elettori su 10 ritengono che il Congresso non controlli abbastanza il presidente: un giudizio sul modo di governare, oltre che sulla politica estera. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha parlato di un’affluenza da «record assoluto», segno che la mobilitazione democratica ha pesato quanto lo spostamento degli elettori trumpiani descritto da Vance.

Il vicepresidente ha poi aperto un secondo fronte, quello interno. Ha previsto «molto gaslighting» nei prossimi mesi e ha avvertito che l’establishment del partito indicherà come soluzione una sanatoria per gli immigrati irregolari. Vance si è detto disponibile a rivedere i controlli migratori, per esempio colpendo di più le aziende che assumono manodopera illegale, ma ha aggiunto che «chiunque spinga per l’amnistia vi sta mentendo».

GOP diviso dopo la sconfitta alle midterm

Vance stesso ha messo in conto «molte divisioni interne e molte discussioni su cosa sia successo». Agli elettori che vogliono dire «ve l’avevo detto» ha risposto: «Avete ragione, ce l’avevate detto. Trasformate quell’energia nell’elezione di repubblicani che condividano la vostra visione del mondo».

Pochi minuti dopo il post, Donald Trump Jr. lo ha rilanciato su X con un’adesione totale: «Ogni parola di questo è 100, 100, 100». La Casa Bianca ha scelto un altro registro, con un’immagine di Trump alla scrivania dello Studio Ovale e la scritta «Trump è ancora il vostro presidente». Alla Camera, secondo il Tagesspiegel, lo speaker uscente Mike Johnson non si candiderebbe a guidare la minoranza repubblicana.

La sconfitta di Trump vista dall’estero

Fuori dagli Stati Uniti il post di Vance è stato letto soprattutto come una presa di distanza. In Germania il Tagesspiegel ha titolato sul vicepresidente che si smarca da Trump; il servizio AFP ripreso da Arab News lo inquadra come una mossa in vista del 2028. La stampa turca ha dato risalto al passaggio su Israele, quella di Hong Kong ha parlato di «tsunami blu». In Russia la notizia è circolata attraverso RT, con l’accento sulla sfida lanciata ai sostenitori del conflitto. Anche i mercati hanno reagito: il prezzo del petrolio è sceso dopo la vittoria democratica in entrambe le camere.

Il futuro del conflitto passa ora dal Congresso. Il leader democratico al Senato, Chuck Schumer, ha dichiarato che «questa guerra deve finire» e ha indicato nel controllo dei fondi federali «uno dei modi per frenare un presidente che fa la guerra senza il consenso del popolo americano». Trump ha già minacciato di usare il potere di veto.

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