Meloni, lettera a Costa su Ucraina: «Non accetteremo impegni negoziati da altri»

La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scritto al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa per chiedere che l’Europa parli con una sola voce sull’Ucraina, un’esigenza che definisce ormai improcrastinabile. Nella lettera, diffusa oggi, elenca le iniziative diplomatiche avviate in autonomia da alcuni governi europei. Chiede poi che il prossimo Consiglio europeo informale di Dublino decida chi debba sedere al tavolo negoziale per conto dell’Unione e con quale mandato. Il passaggio politicamente più pesante riguarda però l’Italia: Roma non accetterà impegni negoziati da altri che poi sarebbe chiamata a onorare.
Meloni a Costa: l’elenco delle iniziative in ordine sparso
La lettera mette in fila gli episodi delle ultime settimane. C’è l’incontro informale a Miami tra consiglieri per la sicurezza nazionale di alcuni Stati europei e rappresentanti di Ucraina, Nato e Ue, confermato solo in un secondo momento da fonti statunitensi. Segue una riunione a Oslo. L’Italia è di fatto esclusa dal vertice E3 di Bruxelles.
Meloni cita anche la telefonata con Vladimir Putin fatta «a titolo nazionale» dal presidente finlandese Alexander Stubb e dal primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, durante la sessione del Consiglio nordico a Helsinki. Completano il quadro le riunioni tecniche in corso a Bruxelles e una presenza europea dai contorni imprecisati ai colloqui di Abu Dhabi tra ucraini e russi, con la mediazione americana.
La sintesi della Presidente del Consiglio è: «Andare in ordine sparso fa l’interesse di chi vuole continuare la guerra». Con vite umane e sicurezza europea in gioco, Meloni giudica la situazione inaccettabile e conclude che è necessario parlare con una sola voce.
Lettera a Costa, il nodo degli impegni senza mandato
Il cuore della missiva sta in una precisazione. Meloni chiarisce di non chiedere un posto per l’Italia in questo o quel formato negoziale e ricorda che il Paese ha sempre dato il proprio contributo quando richiesto. Aggiunge però di non essere disposta ad accettare che, in assenza di un mandato, altri negozino impegni che l’Italia dovrebbe poi assumersi.
Più che una richiesta di maggiore sostegno a Kiev, la lettera lamenta la deriva che sembra voler mettere il nostro paese di fronte a fatti compiuti. Nel lessico di questi mesi, «impegni» significa garanzie di sicurezza per l’Ucraina e, nelle ipotesi avanzate da Parigi e Londra, una presenza militare europea sul terreno. Il governo italiano ha sempre escluso l’invio di soldati.
Il margine ridotto dell’Italia nei formati ristretti dipende quindi anche da una scelta deliberata di Roma. Chi non mette truppe sul tavolo pesa meno nelle stanze in cui si discute di truppe. Meloni rivendica il diritto di non vedersi imporre conseguenze di decisioni prese altrove.
Ucraina, il negoziato si gioca a Washington
Gli episodi citati nella lettera indicano anche dove si trova il baricentro della trattativa. Il vertice di Miami è stato confermato da fonti americane. A Abu Dhabi la mediazione è statunitense. L’Europa insegue un tavolo che non controlla.
La frammentazione denunciata da Palazzo Chigi è difficile da ridurre a semplice disordine. Riflette una struttura in cui ogni capitale cerca una linea diretta con Washington, mentre Stati Uniti e Russia gestiscono i propri canali. Il caso nordico è indicativo. Finlandia e Norvegia, tra i governi più intransigenti verso Mosca, hanno aperto un canale proprio con il Cremlino. Anche i più duri, quando il negoziato si avvicina, preferiscono trattare in prima persona.
Resta da capire quale «voce unica» si invochi. Negli ultimi anni la linea comune di Bruxelles, guidata dalla Commissione di Ursula von der Leyen, ha coinciso con riarmo, sanzioni e forniture militari, mentre lo spazio per il negoziato è rimasto marginale. Un’Europa compatta su quella linea rischierebbe di funzionare da megafono della prosecuzione del conflitto, più che da soggetto di pace.
Meloni tra credibilità atlantica e richiesta di mandato
La lettera conserva l’ambivalenza della politica estera di Palazzo Chigi. Il governo ha mantenuto i pacchetti di aiuti a Kiev e un saldo allineamento con Washington, anche davanti alle resistenze della Lega. Con questa iniziativa, però, Meloni pone una questione di metodo con implicazioni democratiche. Gli impegni che vincolano gli Stati devono nascere da un mandato esplicito, e non da riunioni informali tra consiglieri, rivelate a cose fatte da fonti di un Paese terzo.
Meloni scrive di aver messo la sua posizione nero su bianco per lasciare agli atti che non intende prestarsi a questa dinamica né restare a guardare. Nella lettera sostiene che il risultato conti più del formato. A Dublino i capi di Stato e di governo dovranno decidere chi rappresenterà l’Unione al tavolo e con quale mandato.