Esplosioni a Qeshm e Jask, mine e raid Usa: Hormuz senza tregua

Nuove esplosioni a Qeshm, la più grande isola iraniana nello Stretto di Hormuz, e nel porto di Jask, affacciato sul golfo di Oman. Le hanno segnalate ieri i media di Stato iraniani, dalle agenzie Fars e IRNA a Tasnim. Press TV ha riferito di detonazioni anche a Sirik e Bandar Abbas, tutte nella provincia meridionale di Hormozgan. Secondo Reuters, le autorità di Teheran non sono state in grado di confermare che si trattasse di attacchi. I boati arrivano a pochi giorni dai raid americani sull’isola, presentati da Donald Trump come operazioni limitate. Nella stessa giornata le forze statunitensi hanno colpito un mercantile diretto verso l’Iran e due petroliere hanno urtato mine navali.
Esplosioni a Qeshm, tre versioni in poche ore
Il racconto iraniano è cambiato più volte nel corso della giornata. In mattinata l’agenzia Tasnim aveva parlato di due missili caduti su Qeshm, senza indicare chi li avesse lanciati e senza dati sui danni. In serata la stessa Tasnim ha citato una fonte secondo cui i rumori uditi sull’isola non erano legati all’impatto di un missile, aggiungendo che a terra non si erano registrati colpi.
Un canale vicino ai Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran, ha sostenuto invece che gli impatti sono avvenuti all’interno dell’isola e che l’attacco proveniva da est. L’agenzia ufficiale IRNA ha riferito di due esplosioni su Qeshm e, citando fonti ufficiali, ha confermato le detonazioni a Jask. Fars si è limitata a registrare i boati, precisando che natura e luogo esatto restavano sconosciuti.
Il quadro è contraddittorio. Dalle comunicazioni ufficiali di Teheran non emerge chi abbia colpito, né se si sia trattato di un attacco.
Stretto di Hormuz, petroliere sulle mine e un mercantile colpito dagli Usa
Poche ore prima la marina dei Pasdaran aveva annunciato che due petroliere hanno urtato mine navali dopo essere entrate in un tratto «non sicuro» dello Stretto con i sistemi di navigazione spenti. Secondo la televisione di Stato, le navi hanno subito «gravi danni» e si sono fermate. Un altro resoconto attribuito alla marina iraniana parla di una sola cisterna, che avrebbe preso fuoco e sarebbe rimasta immobilizzata dopo aver attraversato «una zona proibita e pericolosa», ignorando gli avvertimenti e con i sistemi di identificazione disattivati.
Nel golfo di Oman, intanto, il Comando centrale americano (CENTCOM) ha messo fuori uso con munizioni a guida di precisione la poppa della M/V Huda, un mercantile battente bandiera di Saint Kitts e Nevis. Washington sostiene che l’equipaggio civile avesse «ignorato ripetuti avvertimenti» e tentato più volte di violare il blocco navale contro l’Iran. Prima del colpo, secondo il CENTCOM, ai marinai era stato ordinato di evacuare le sezioni della nave prese di mira. Il collegamento tra questi episodi e le esplosioni della serata resta da accertare.
Raid Usa su Qeshm, la formula degli «attacchi limitati»
Qeshm era già stata bombardata due volte dagli Stati Uniti nel corso della settimana. Le incursioni sono arrivate a ridosso del voto di metà mandato di martedì 3 novembre, dopo che Trump si era astenuto dagli attacchi nelle settimane della campagna elettorale. Venerdì, in Florida, il presidente ha spiegato che non si trattava di una ripresa della guerra su larga scala, ma di operazioni di portata ridotta per neutralizzare le difese antiaeree iraniane. Altri funzionari americani hanno indicato come obiettivo quello di impedire a Teheran di colpire liberamente il traffico commerciale nello Stretto. Nei giorni scorsi lo stesso Trump aveva evocato la possibilità di dover colpire il sito nucleare di Fordo.
Teheran ha ripetuto più volte che risponderà a nuovi attacchi colpendo obiettivi americani e israeliani nei Paesi vicini. Nella regione, riferisce Reuters, era diffusa l’attesa che la Casa Bianca riprendesse i bombardamenti una volta chiuse le urne.
Guerra Iran-Usa, la tregua che non ferma le armi
Il conflitto tra Stati Uniti e Iran è iniziato a fine febbraio e, secondo il conteggio dell’agenzia sciita irachena Shafaqna, dura da 252 giorni. Da 143 giorni è in vigore il memorandum d’intesa firmato dalle due parti. Sulla carta, una tregua. Nella realtà operativa, un blocco navale americano sui porti iraniani, raid aerei definiti «limitati», mine nello Stretto e mercantili colpiti in mare aperto.
La distinzione tra guerra e operazioni di bassa intensità è soprattutto politica. Consente a Washington di colpire senza dichiarare chiusa l’intesa e a Teheran di presidiare lo Stretto con le mine senza parlare di rottura. Ne risulta un conflitto che prosegue sotto un altro nome, con regole d’ingaggio fissate unilateralmente da chi ha la forza di imporle.
Hormuz, il prezzo dell’escalation per l’Europa
Lo Stretto di Hormuz è il passaggio obbligato per circa un quinto del petrolio scambiato via mare e per una quota consistente del gas naturale liquefatto diretto verso Asia ed Europa. Ogni mina, ogni nave fermata e ogni estensione del blocco si traduce in noli e premi assicurativi più alti, che finiscono nei prezzi finali. Per i Paesi europei, dipendenti dalle importazioni di energia, il conto arriva in bolletta e alla pompa, mentre le decisioni sulla conduzione delle operazioni restano a Washington.
Il coinvolgimento europeo va oltre la dimensione economica. Le operazioni americane in Medio Oriente si appoggiano a una rete logistica che comprende basi e infrastrutture in Europa, Italia inclusa, oltre alle missioni navali che incrociano tra Mar Rosso e Golfo. Il dibattito pubblico tratta questo ruolo come un dettaglio tecnico, benché esponga i Paesi ospitanti alle conseguenze di un’escalation decisa altrove, senza un passaggio parlamentare.
Al Jazeera, nel suo aggiornamento di oggi, riferisce intanto che gli Stati Uniti si stanno muovendo per bloccare anche le rotte di rifornimento via terra verso l’Iran. Dopo il mare, la pressione americana punta ad allargarsi alla terraferma.