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Data center sconfitti alle midterm Usa: bocciati in 40 voti su 41

Dall’Ohio al Texas gli elettori fermano l’espansione dei centri per l’intelligenza artificiale. Con l’industria tech perdono Trump e Musk.
Byoblu·05 novembre 2026
Economia — Byoblu

Gli elettori americani hanno bocciato i data center. Alle elezioni di metà mandato di martedì, le misure per limitare la costruzione dei grandi centri di calcolo che alimentano l’intelligenza artificiale erano sottoposte al voto in 41 consultazioni locali in 10 Stati, secondo il censimento di Ballotpedia. I cittadini si sono schierati contro l’espansione in tutte tranne una. Con i data center escono sconfitti anche Donald Trump ed Elon Musk, che sulla corsa all’AI avevano investito capitale politico e finanziario. Le ragioni del voto sono concrete: bollette elettriche, consumo d’acqua, terreni trasformati in capannoni da centinaia di ettari.

Data center sconfitti in Ohio, Maine e Kansas

L’Ohio, da solo, ha portato alle urne 21 misure, più della metà del totale. Almeno 14 amministrazioni comunali hanno approvato divieti o restrizioni. Fra queste c’è Sunbury, dove Amazon aveva proposto un impianto da due miliardi di dollari. Nel Maine otto comuni hanno votato moratorie temporanee. A Emporia, in Kansas, dove era stato presentato un progetto su circa 405 ettari con una potenza nell’ordine di un gigawatt, gli elettori hanno vietato le infrastrutture ad alto impatto.

L’unica eccezione è Harwood, nel North Dakota. Meno di mille abitanti, che hanno respinto un ulteriore livello di revisione per i progetti industriali, data center compresi.

Le formule sottoposte al voto erano diverse: divieti permanenti, congelamenti temporanei, tetti ai consumi di energia, garanzie finanziarie a carico dei costruttori. Secondo il sito indipendente Uniting Now, la rabbia delle comunità ha portato anche alla revoca dei sindaci di Piqua, in Ohio, e di Yukon, in Oklahoma, per il sostegno dato dietro le quinte a nuovi poli tecnologici.

Data center e governatori: dal Texas all’Ohio cambiano i vertici

In Texas la democratica Gina Hinojosa ha battuto il governatore uscente Greg Abbott, accusandolo di aver anteposto gli interessi dell’industria tecnologica a quelli delle comunità locali. Ha promesso una moratoria sulle autorizzazioni, regole più severe e un maggiore coinvolgimento dei territori. Abbott, che per anni aveva favorito l’insediamento dei data center, nella parte finale del mandato aveva chiesto di eliminare i sussidi sull’elettricità a loro destinati. La correzione di rotta non è bastata.

In Ohio la democratica Amy Acton, medico, ha sconfitto l’imprenditore repubblicano Vivek Ramaswamy. Sostiene una «moratoria condizionata»: i nuovi impianti dovranno coprire il 100% dei costi delle utenze e impiegare esclusivamente manodopera sindacalizzata. Proprio in Ohio OpenAI ha annunciato ad agosto il campus PORTS-Pike: 8 gigawatt di capacità, il più grande progetto di data center per l’AI al mondo, sviluppato da SoftBank e SB Energy insieme al Dipartimento dell’Energia, con il sostegno di Nvidia e un costo complessivo che potrebbe superare i 500 miliardi di dollari.

In Georgia anche la neogovernatrice Keisha Lance Bottoms ha promesso moratorie sui grandi impianti. La questione attraversa i due partiti: a maggio il governatore repubblicano della Florida, Ron DeSantis, aveva firmato una legge che impone regole rigorose alle strutture di grandi dimensioni.

Data center al Senato: la caduta di Husted e di «Data Center Darline»

Il tema ha deciso anche corse federali. In Ohio il senatore repubblicano Jon Husted ha perso contro il democratico Sherrod Brown, che lo aveva dipinto come il volto dei data center. «Sapevate che uno dei più grandi data center del mondo si sta costruendo qui, nella contea di Wood?», recitava uno spot di Brown. «Perché l’Ohio nordoccidentale? Perché Jon Husted ha regalato 2,5 miliardi di dollari a queste società e a questi miliardari di fuori Stato». Husted era il promotore del Ratepayer Protection Act, il tentativo repubblicano di evitare che famiglie e piccole imprese pagassero gli adeguamenti della rete elettrica richiesti dai data center. La legge non è passata.

In South Carolina la senatrice Darline Graham, che secondo l’analisi di Newsweek ha ricevuto 4,5 milioni di dollari dall’industria dell’AI, ha perso contro Annie Andrews, che l’aveva soprannominata «Data Center Darline». Sempre secondo Newsweek, 19 dei 23 deputati repubblicani sconfitti avevano posizioni fra le più favorevoli all’accelerazione dell’intelligenza artificiale.

Bollette elettriche e acqua, il conto dei data center

Dietro il voto c’è il costo della vita. Le tariffe elettriche residenziali negli Stati Uniti sono salite di quasi il 30% dal 2021. Un rapporto di Morgan Stanley Wealth Management stima che nelle aree vicine ai grandi data center i prezzi dell’elettricità siano aumentati fino al 267% rispetto al 2020, e prevede che data center e AI generativa assorbano il 75% della crescita della domanda di energia fino al 2030.

Già a maggio un sondaggio Gallup indicava che 7 americani su 10 si oppongono alla costruzione di un data center nella propria comunità. Nei sondaggi all’uscita dei seggi il 56% degli elettori ha definito i data center un fattore decisivo o importante nella scelta di voto.

«Questa elezione riguardava i costi e la corruzione», ha dichiarato Larry Huynh, consulente democratico che si occupa di AI. «I costruttori di data center hanno ottenuto sgravi fiscali, soldi in tasca, per costruire questi impianti, mentre gli elettori pagavano bollette più alte, avevano problemi di accesso all’acqua e vedevano salire le utenze».

Trump, Musk e i milioni della Silicon Valley

Trump aveva legato il suo nome all’espansione. Ad agosto aveva scritto su Truth Social: «L’unico motivo per cui le comunità degli Stati Uniti non dovrebbero volere i data center è se vogliono finire arretrate e povere».

Musk, il principale donatore individuale della tornata, ha speso almeno 474 milioni di dollari, quasi la metà in Texas, dove ha perso entrambe le corse più importanti. Il suo commento su X: «I data center nello spazio cominciano a sembrare una soluzione piuttosto allettante». Fra i 20 maggiori gruppi di donatori, 14 hanno finanziato quasi esclusivamente i repubblicani; criptovalute, AI e gioco d’azzardo online hanno versato oltre 377 milioni.

La battaglia dei soldi si è combattuta su entrambi i fronti: campagne e gruppi vicini ai democratici hanno investito 140 milioni di dollari in spot contro i data center. Nelle consultazioni locali, però, a decidere sono stati i residenti, chiamati a pronunciarsi direttamente sugli impianti destinati a sorgere accanto alle loro case.

Cosa cambia per l’industria dell’intelligenza artificiale

Per l’analista Dan Ives il risultato segnala un possibile rallentamento dei cantieri. «Non c’è modo di indorare la pillola: la conquista del Congresso da parte dei democratici, soprattutto del Senato, creerà ostacoli significativi per la legislazione su AI e tecnologia nei prossimi due anni». Il timore maggiore riguarda il Texas, «dal quale proverrà tra il 25 e il 30 per cento della nuova capacità dei data center».

Il voto arriva su un settore già fragile in Borsa. A ottobre i titoli di chip e infrastrutture avevano subito vendite per i timori sui tassi e sulle spese eccessive. Alphabet, Amazon e Meta, impegnate a investire centinaia di miliardi l’anno, hanno già il flusso di cassa in negativo.

A Washington i democratici preparano il conto. Greg Casar, presidente del Congressional Progressive Caucus, ha chiesto che gli amministratori delegati delle aziende di AI testimonino sotto giuramento e ha accusato i repubblicani di essere «comprati e pagati dai miliardari dell’AI». Robert Garcia, probabile prossimo presidente della commissione di controllo della Camera, ha riassunto così: «Lawyer up», procuratevi un avvocato.

Data center e corsa all’AI con la Cina: i limiti di una moratoria totale

Il voto ha colpito un modello preciso: costi energetici e ambientali scaricati sulle comunità, sussidi pubblici ai costruttori, profitti concentrati in pochi gruppi. Su questo terreno gli elettori hanno smentito la retorica dell’inevitabilità con cui l’industria ha accompagnato la propria espansione.

La questione ha però anche una dimensione strategica. L’intelligenza artificiale è oggi il principale terreno di scontro fra Stati Uniti e Cina: chi dispone dei modelli più avanzati ottiene un vantaggio produttivo e la capacità di penetrare le infrastrutture digitali dell’avversario, dalle banche alle telecomunicazioni. Le intrusioni nei sistemi di refrigerazione connessi alla rete ne offrono un primo assaggio. Un arresto generalizzato dei data center negli Stati Uniti consegnerebbe a Pechino un vantaggio difficilmente recuperabile. L’Europa, che in questa gara si è autoesclusa e dipende da infrastrutture altrui, mostra già il prezzo di quella scelta.

Rinunciare in blocco ai data center sarebbe quindi una risposta populista a un problema reale. La strada indicata da diversi vincitori di martedì è costruire con criterio: far pagare ai costruttori l’intero costo delle reti, limitare i prelievi d’acqua, scegliere i siti insieme ai territori. È la logica della moratoria condizionata di Acton e della legge sulla tutela degli utenti che il Congresso uscente non è riuscito ad approvare.

Il primo banco di prova sarà l’Ohio. La prima fase del campus PORTS-Pike deve partire entro quest’anno, con capacità in arrivo dal 2028, e troverà a Columbus una governatrice che chiede alle aziende di pagare fino all’ultimo dollaro le infrastrutture di cui hanno bisogno.

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